28 dicembre 2007

BUON 2008!!!

A tutti voi i più sinceri Auguri di uno Scoppiettante 2008


27 dicembre 2007

Niente Paura

Cosa dire di questa due giorni passati tra tavole imbandite e pacchetti da fare o scartare, telefonate a voci di cui non ricordi il volto o sorrisi di circostanza. Ecco io una cosa da dire l’avrei. Non c’entra molto con le feste, lo spirito natalizio o gli oroscopi del nuovo anno, ma è un pensiero ricorrente in questi giorni di ozio televisivo.
In fuga dai vecchi panettoni cinematografici, che vengono passati solitamente sotto le feste, mi rifugio in quei pochi canali musicali, o direttamente tra le note della radio, per far compagnia a qualche ora di pennichella, o alla lettura di qualche giornale/rivista. Ed ecco che anche qui i tormentoni di stagione vengono fatti girare più e più volte. Quello che mi colpisce di più è il video della canzone “NIENTE PAURA” del cantante di Correggio, più noto al grande pubblico con il nome di Ligabue. Artista poliedrico, che vanta tra le sue opere, oltre alle più note canzoni, anche film e libri. Comunque, nel video della canzone su citata, ci sono più personaggi con felpe scure provviste di cappuccio che appena vengono inquadrati mostrano volto e folta capigliatura.
Ora devo precisare un paio di cose prima di procedere all’analisi di questo video, per far capire il mio punto di vista. Io faccio parte della nutrita schiera di quelli che alla mattina possono pettinarsi con l’UNI POSCA, quelli che scelgono da che parte farsi la riga semplicemente attaccandosi un cerotto in testa, un po’ come fanno i carrozzieri, e colorando il resto. Ho capelli così lunghi che toccano il pavimento, e lì restano. Uno di quelli che alla domanda del messo comunale per compilare i dati della carta d’identità, alla voce capelli ha dichiarato: ”Capelli, un ricordo”. C’è chi si nasconde dicendo che ha l’attaccatura alta o la fronte spaziosa, va beh l’attaccatura è vero che è alta, peccato che sia alta sul collo, e la fronte è così spaziosa da poterla usare come cartellone pubblicitario. Uno di quelli per cui i figli dei parrucchieri rimarranno sempre ignoranti perché il babbo non avrà mai i miei soldi per mandar la prole a scuola.
Uno di quelli che va avanti a testa alta, o meglio a fronte alta.


Penso si sia capito che ho un piccolo problema nella scelta del taglio…del cuoio capelluto. Comunque tornando al video del Liga, come lo chiamano i suoi fans, sembra un il promo di una società di prodotti anti caduta dei capelli. Pensateci bene. Il cantante ripete niente paura e poi si scappuccia uno dei tanti personaggi, senza distinzione di età, razza o colore, e mostra una capigliatura bella folta. Questa è la mia personale interpretazione:

A parte che gli anni passano per non ripassare più Eh sì gli anni passano e non tornano indietro.

e il cielo promette di tutto ma resta nascosto lì dietro il suo blu Promesse promesse promesse, ma poi resti solo con il solito ciuffo sul cuscino

ed anche le donne passano qualcuna anche per di qua Quelle che voglion vedere se è vero quello che si dice intorno ai calvi, che son ben dotati della virtù meno evidente, tra tutte quante la più indecente

qualcuna ci ha messo un minuto qualcuna è partita ma non se ne va E' vero quello che dicono sui calvi. Pubblicità progresso!

Niente paura, ci pensa la vita mi han detto così... Eh sì, che ci vuoi fare: è la vita, lo stress quotidiano, lo smog, la cattiva alimentazione, il buco nell’ozono etc.


niente paura, si vede la Luna perfino da qui peccato che quella non sia la Luna, ma il tuo capoccione che riflette la luce meglio di uno specchio.

A parte che ho ancora il vomito per quello che riescono a dire avete presente il dottorino che mostra il bulpo pelifero, probabilmente ha preso la laurea con una tesi sull'applicazione dell'ALLEGRO CHIRURGO alla chirurgia moderna.

Non so se son peggio le balle oppure le facce che riescono a fare. Primo piano del cranio del malcapitato, che a prima vista sembra un corpo celeste. Cambio di inquadratura e puoi vedere la faccia di questo re degli Sfigati a cui fanno assumere l'espressione più malcapitata che ci sia.

A parte che i sogni passano se uno li fa passare Non rassegnatevi, il Liga ha la soluzione per il vostro problema di calvizie incipiente. Anche voi potete avere una criniera leonina.

alcuni li hai sempre difesi altri hai dovuto vederli finire Non sempre si può vincere, bisogna saper perdere...ops questa è un'altra canzone

Tira sempre un vento che non cambia niente Niente capelli negli occhi, almeno nei tuoi, ma probabilmente in quelli delle persone nel giro di 200 mt.

mentre cambia tutto sembra aria di tempesta. Non è che il cielo si è fatto scuro, quelle non sono nuvole di pioggia, ma gli ultimi caduti che raggiungono i loro avi nel Valalla del pelo

Senti un po' che vento forse cambia niente Il piacere del vento direttamente in fronte, alla faccia di chi soffre di sinusite.

certo cambia tutto sembra aria bella fresca. Ma con la miracolosa felpa del Liga, metti cappuccio - togli cappuccio ed ecco che dove prima c'era il liscio ora c'è un prato.

A parte che i tempi stringono e tu li vorresti allargare Vorresti conservare, difendere, i tuoi ultimi eroi che non abbandonano il fronte.

e intanto si allarga la nebbia e avresti potuto vivere al mare. Nebbia, così non si vede il riflesso. Al mare avresti rischiato di confondere i natanti e farli sbatter su qualche scoglio, con i segnali luminosi che parton dal capo

Ed anche le stelle cadono alcune sia fuori che dentro No comment, sarebbe come sparare sulla corce rossa

per un desiderio che esprimi te ne rimangono fuori altri cento. con quello che costa il trapianto, bisogna chiamare un architetto d'interni per capire come posizionare i rinforzi perchè facciano il loro bel effetto.

Il Liga meglio di Cesare Ragazzi e della sua “ idea meravigliosa ”.

24 dicembre 2007

Vigilia di Natale


Ed ecco la mia vigilia di Natale che inizia con una mattinata fredda e nebbiosa e la domanda cosa vado a fare in ufficio oggi. Comunque a guardare il poco traffico e le poche persone sui mezzi non credo di essere l’unico a porsi questa domanda. L’ufficio è deserto e le poche persone presenti trasmettono il loro scazzo a 1000 db. Comunque la mattinata passa tra i controlli di routine ed il cercare i colleghi sparsi nei vari open space di questo palazzo di 11 piani.
Dopo un breve meeting virtuale si decide per vedersi tutti a pranzo (8 persone) ed andare in gita ad uno dei tanti centri commerciali che costellano le periferie di tutti i grandi agglomerati urbani. Il lavorare in questa triste periferie, ex industrializzata che sta cercando di riqualificarsi, un paio di vantaggi deve pur averli. Comunque appena entrati nel centro commerciale vengo investito dalla solita ondata di persone ed odori. Sembra che i nuovi paradisi del consumismo siano altresì contrassegnati dall’offrire al cliente una variegata possibilità di scelta di cibi. Dal Messico al Giappone, dal fast food al baracchino che fa i panini con i migliori salumi della tradizione nostrana, gelaterie e caffetterie dove si servono dolci multicolori e caffè variegati. Un neo paese dei balocchi, tanto che ti aspetti che da un momento all’altro salti su lucignolo con il compare burattino a far qualche marachella.
Finiamo con il pranzare in una tipica trattoria toscana. Peccato che di tipico abbia poco. È una specie di mensa con piatti pre-cotti e sfiziosità culinarie. Comunque l’appetito che mi è nato dopo la scampagnata per raggiungere questo posto aggiungerà l’ingrediente che di tutti i piatti fa capolavori: la fame.
Mangiamo ed iniziamo a scambiare le solite quattro battute con l’area cameratesca che hanno sempre i gruppi di persone quando hanno in comune qualcosa, ed essendo quasi tutti maschietti, ci scappa anche qualche doppio senso, che l’unica collega è rassegnata a sentire ripetendo il suo matra giornaliero : I MASCHI.
Difeso l’onore a spron battuto non facendo passar nessuna ragazza senza avergli donato sguardi e battutine, ci si alza per tornare lentamente in ufficio, non prima però di aver fatto visita almeno ad uno dei santuari che riempiono questo nuovo gigante del culto dello spendere. Per fortuna non trovo niente che m’ispiri, così che la mia piccola tredicesima, già abbastanza colpita dalle spese del venerdì e dai preventivi per il prossimo mese, non si sciolga del tutto.
Ed eccomi a ripercorrere, questa volta in compagnia, il sentiero asfaltato che mi riporta in ufficio.
Il pomeriggio è ancora più noioso della mattinata. Non c’è nulla da fare. Tanto che per tener la mente sveglia inizio a telefonare a tutti i colleghi in ferie, così da farli sentire almeno un po’ in colpa. Gli squilli si fanno sempre più numerosi prima che il malcapitato risponda e dica sempre che è impegnato negli ultimi acquisti, e che il mondo è un delirio, e che l’anno prossimo i regali li compro ad ottobre ed a Natale vado in un posto caldo e chi se ne frega delle abbuffate in famiglia, anzi così mi evito di passare ore ed ore tra mercati e fornelli. Ed io che volevo farli sentire in colpa ed invece sono qui a sentirmi quasi fortunato ad essere in ufficio ad annoiarmi anziché bruciare la mia pazienza tra code e gente stressata.
Comunque le telefonate mi hanno permesso di arrivare alla fine della giornata, o meglio quando il capo mi ha detto che potevo uscire prima, mi sono messo a scrivere queste righe il più velocemente possibile.
Quindi non mi resta che salutarti lettore e farti i più sinceri Auguri di Buone Feste, ed andare a casa ad impacchettare tutti i regali che, nella follia generale, ho comprato.
Perché Natale sarà anche una festa consumistica, tutti fanno finta di essere più buoni, i regali non contano è il pensiero che conta ma che cavolo, un dono fa sempre piacere, e se la scusa per farlo è il Natale, ok Buon Natale.

19 dicembre 2007

Buone Feste




A

CHI

AMA

DORMIRE

MA SI SVEGLIA

SEMPRE DI BUON

UMORE. A CHI SALUTA

ANCORA CON UN BACIO. A CHI

LAVORA MOLTO E SI DIVERTE DI

PIU'. A CHI VA IN FRETTA IN AUTO, MA

NON SUONA AI SEMAFORI. A CHI ARRIVA

IN RITARDO MA NON CERCA SCUSE. A CHI SPEGNE

LA TELEVISIONE PER FARE DUE CHIACCHIERE. A CHI HA UN

SORRISO PER TUTTI ANCHE QUANDO NON HA NULLA DA SORRIDERE.

A CHI E' FELICE IL DOPPIO QUANDO FA A META'.

A CHI SI ALZA PRESTO PER AIUTARE UN AMICO.

A CHI HA L'ENTUSIASMO DI UN BAMBINO MA PENSIERI DA UOMO.

A CHI VEDE NERO SOLO QUANDO E' BUIO.

A CHI NON ASPETTA NATALE PER CERCARE DI ESSERE MIGLIORE






AUGURI PER UN MAGICO NATALE E PER SERENO ANNO NUOVO!

18 dicembre 2007

Nuovo Comunicato Stampa



Il 31 dicembre 2007 alle ore 20:30 discorso di fine anno di Non Rassegnata Stampa su http://www.nonrassegnatastampa.it/

Un discorso alla nazione, ai popoli, alle genti che sono il traino di questo paese che ha voglia di risollevarsi dalla fidejiussione mentale alla quale sono stati crostretti da apparati deviati demenziali ma in apparenza convergenti su logiche di mercato perdenti se si considera il fine ultimo misterioso dell'esistenza incongrua che conduciamo.
Chi manca è corrotto!
Filippo Giardina & Mauro Fratini

17 dicembre 2007

Passo 6


N’è passata di acqua sotto i ponti da quel venerdì notte, fatto di alcool e disperazione, rancore e vomito, di piani di vendette e fughe. Si potrebbe dire che è stato un giorno di fine inizio se non sembrasse la reclame di una clinica per tossicodipendenti.
Alcune persone, in questo periodo, si sono allontanate dal mio cammino, mentre altre si sono avvicinate. I vecchi amici, quelli veri, sono sempre rimasti accanto a me per fortuna.
Sono qui davanti al cancello 2 dello stadio a ripensare al tempo passato mentre aspetto proprio uno dei miei migliori amici. Dobbiamo vedere e tifare insieme la nostra squadra del cuore. L’ultima volta che ero venuto allo stadio c’era anche lei e non c’erano i calciatori in campo ne i tifosi sugli spalti ma un cantante ed una marea di fan in delirio. Lui: occhialuto, famoso cantore della capitale, oltre che tifosissimo, incantava la gente sul prato e sugli spalti gremitissimi. Forse c’è anche lui questa sera a vedere gli eredi dei miei eroi di gioventù contro la formazione della sua città.
Mi guardo in giro per cercare di scorgere il mio socio calcistico, eternamente in ritardo, tanto che penso che probabilmente ce l’ha nel DNA di arrivare almeno dieci minuti dopo l’ora dell’appuntamento, quando arriva presto.
Ma quel viso, quella persona la conosco. È il Mario!
Oltre la sorpresa, il dubbio amletico se avvicinarmi e salutarlo o no mi coglie.
Per ora non mi ha ancora visto. Non è solo. È in compagnia di un gruppettino di sei,sette, persone.
Noooo!!!
Non voglio crederci. Non è possibile! Non è giusto! Se potessi mi metterei a batter i piedi ed i pugni come fa il mio nipotino di tre anni e come facevo io alla sua età.
Mi volto di scatto come fanno tutti quelli che vengono scoperti a spiare, non voglio guardare, ma la curiosità ha il sopravvento. C’è anche lei. Sta chiacchierando con il resto del gruppetto ed ogni tanto scambia qualche sguardo con il Mario. Mi sembra che si diverta molto.
Indossa la maglia del capitano avversario.
Mi si moltiplica la confusione in testa, una specie di reazione atomica del caos senza farfalle ma con milioni di terremoti emozionali.
Vedo alcune scene della mia vita insieme a lei, quando allo stadio ci andavamo insieme!
La trasferta nella capitale, la paura dei tafferugli tra le diverse tifoserie, che per fortuna non ci sono state. Le facce di alcuni tifosi, e non, che vedevano una coppia, io con la maglietta del mio capitano e lei con quella del suo tanto da sembrare una pubblicità progresso. Era il nostro primo anniversario. Mano nella mano per non perderci nella folla. Gli sfotto prima, durante e dopo la partita. I commenti tecnici da provetti allenatori che magari non hanno mai tirato un calcio al pallone.
Ora entrambi indossiamo la stessa maglietta, ma lei stringe la mano di un altro.
In tutto questo periodo ogni tanto avevo pensato a dove e come ci saremmo potuti incontrare.
Ho immaginato la scena mille volte nei mesi successivi al nostro ultimo saluto. Io che indosso i panni dell’eroe da film romantico e che dico “francamente me ne infischio”, oppure in una scena da graffi e pugni durante una lite piena di fiele. All’inizio i finali si alternavano. In alcuni tornavamo insieme e lei mi diceva di aver capito il suo errore e che amava solo me, negli altri lei abbandonata nella povertà sentimentale e reale mentre io trovavo l’amore e la ricchezza delle favole.
Piano piano lo scorrere del tempo e l’impegno alacre nel lavoro hanno fatto si che questi pensieri trovassero sempre meno spazio. L’ultimo colpo poi lo ha assestato il mio incontro con Claudia. Non sarà l’amore vero ma, mi ha aiutato a ricostruirmi una vita anche al di fuori dell’ufficio. Ad essere sinceri, di rado qualche ricordo riaffiora ma non fa più male come prima o almeno non lo faceva sino ad adesso.
Mi nascondo nella folla cercando di non farmi vedere, come se fossi un investigatore alla ricerca delle prove di un tradimento, peccato che di prove io non ne abbia più bisogno. Controllo verso quale ingresso si muovono cercando di capire in quale settore possono andare a sedersi.
Speriamo non sia il mio, lo stadio è così grande.
Ecco che arriva il socio sparando una delle sue solite scuse, è un professionista, si allena da quando è bambino. Chi sa quante palle avrà raccontato alle maestre.
Per mio sollievo il gruppo “avversario” si reca verso il settore ospite, mentre io ed il ritardatario menzoniero abbiamo due posti tra la tribuna stampa e la curva occupata dai tifosi amici.
Cerco di concentrarmi sulla partita e di dimenticare tutto il resto. Intono ogni singolo coro con più ardore, e quelli meno sportivi li urlo a voce ancora più alta, come se li dedicassi a lei ed al suo degno compare.
Questo continuo gridare mi serve per sfogare tutto l’acredine latente rimasto. Una valvola di sfogo , poco elegante, ma molto efficace. I miei istinti animali vengono rinchiusi in ogni grido che esce dalla mia bocca, questa pronuncia prevalentemente tifo contro.
Finita la partita sono ancora in trance agonistica o sotto shock per quello che ho visto, non saprei dire. L’adrenalina inizia a sciamare lentamente.
Per dover di cronaca la partita è terminata a reti inviolate.
Come tutti i dopopartita ci rechiamo nella pizzeria d’asporto vicino allo stadio per uno spuntino ed una birra, il tutto riempito di commenti e riesumazioni di stralci del match appena visto, facendo uscire il piccolo opinionista che fa sempre compagnia all’allenatore su citato.
Saluto l’amico e decido di tornare a casa a piedi. Ho bisogno di rilassarmi e riflettere sugli eventi accaduti come facevano i peripatetici per le vie della Magna Grecia.
Arrivato al portone partorisco la mia frase zen. Il mio tantra della rinascita.
La vendetta è la rivincita dei poveri di spirito.

13 dicembre 2007

24 ORE DI NON RASSEGNATA STAMPA - OGGI



Oggi è il grande giorno.
Sono felice di risegnalare questo evento e di fare nuovamente i miei complimenti a Filippo e Mauro, oltre che a tutti quelli che hanno permesso la realizzazione di questo "Spettacolo".

Di seguito alcune informazioni:
Per partecipare alla direttaTelefono: 392 9810847
Email: rossellamele@theblogtv.it
Skype: nonrassegnatastampa

Vi ricordo anche il sito:
http://www.nonrassegnatastampa.it/

12 dicembre 2007

SUL FILO DELLA VITA

Visto che si avvicina Natale e tutti siamo più bravi e più buoni, ecco una bella iniziativa:


COMUNE DI SIENA ARCHE’
Direzione servizi alla persona – sociale Consorzio di cooperative sociali

VENERDI’ 14 DICEMBRE 2007 alle ore 16,00
presso la Limonaia di Villa Rubini - Manenti in Siena, Via degli Umiliati 12

presentazione libro

SUL FILO DELLA VITA
Antiche energie e nuovi sogni raccontati con leggerezza
Volti e storie di Villa Rubini

Interventi di:
Maria Teresa Fabbri, assessore comunale alla sicurezza sociale
Anna Ferretti, presidente di ARCHE’



SCHEDA DEL LIBRO


180 pagine – foto colori e in bianco e nero

Per contribuire alle celebrazioni per il ventennale dell’attività della Residenza e del Centro diurno di Villa Rubini, in modo da lasciare una traccia di questa esperienza sociale ed umana, il Comune di Siena e la Cooperativa Comunità & Persona che ha in gestione i servizi della Villa e fa parte del Consorzio ARCHE’, hanno preparato una pubblicazione molto originale curata da Antonia Banfi, Sandra Giacomini e Antonella Vanni.

I PROTAGONISTI - Al centro del volume come protagonisti assoluti, sono stati messi gli ospiti di Villa Rubini, le 17 nonne che abitano in maniera continuativa nella residenza e i 36, nonne e nonni, che invece frequentano il centro diurno.
Ciascuno racconta la propria storia, attraverso le esperienze personali, i momenti gioiosi e quelli tristi, che ricostruiscono anche momenti di storia. Ci sono i racconti di Vera, Enrica, Vilia, Antonello che conservano ricordi vividi della vita da contadini, della trebbiatura, ma anche delle rigide regole dei fidanzamenti; di Iva, di Natalina, Digo, Dante, Elia, Miranda che rievocano invece una vita in città che non esiste più: il ricamo insegnato dalle suore di S.Girolamo, la casa in Salicotto lasciata dopo il risanamento per trasferirsi in Valli, i giochi poveri per le strade dell’Onda, l’orgoglio per il proprio mestiere di idraulico, il lavoro da infermiera al manicomio, il casino di Villa Cristina con le signorine che passavano in carrozza per farsi vedere, la vita da sfollati a Pieveasciata e così via. Spezzoni di vita ora affidati solo alla memoria dei nostri anziani che ricostruiscono tasselli di quella vita minima di Siena che diventa oggetto di studi storici, antropologici e sociali.
Ma a Villa Rubini confluiscono anche tante esperienze diverse: la riservatezza della maestra Leda, la passione per la cucina di Antonietta, il rimpianto per la Sicilia di Anna, i viaggi di Maria Grazia mezza francese, il ricordo dell’Istria di Maria.

20 ANNI DI STORIA – La residenza di Villa Rubini ha aperto i battenti nel 1987, con 6 ospiti, mentre il Centro Diurno ha cominciato a funzionare a pieno regime dal 1990. All’inizio gli utenti non erano molto anziani, ma bisognosi soprattutto di superare la solitudine o di avere una piccola assistenza nei bisogni quotidiani. Progressivamente invece l’età di chi chiede di avvalersi di questa struttura è cresciuta fino a toccare gli 80 anni, e in parallelo le domande per il centro diurno riguardano soprattutto persone non autosufficienti.

LE SPERANZE PER MIGLIORARE L’ACCOGLIENZA – Il personale che si occupa dell’assistenza lancia qualche proposta, nata dall’esperienza di tanti anni, per migliorare il servizio agli anziani: offrire alle signore esperte di cucina la possibilità di preparare le loro migliori ricette, innovare il servizio dedicato alla cura della persona, aprire la residenza ai ragazzi delle scuole, ampliare e ammodernare gli spazi, rendere fruibile a tutti il parco, ecc.

LA DONAZIONE DI GIUSEPPINA RUBINI AL COMUNE – Nel 1972 Giuseppina Rubini vedova Manenti dispose nel testamento che la Villa di via degli Umiliati, con limonaia e parco, passasse al Comune di Siena, per essere adibita a asilo d’infanzia o casa di riposo per signore sole. L’esigenza di nuovi servizi sociali rivolti alla crescente popolazione anziana spinse il Comune a utilizzare la villa come residenza e centro diurno, sperimentando una originale forma di sostegno gli anziani e alle loro famiglie. Si partiva da una considerazione di base, che l’anziano ormai affaticato o impossibilitato a provvedere da solo alle esigenze delle vita quotidiana, è tanto più esposto al rischio della solitudine e dell’abbandono mentre sviluppa un legame maggiore con la propria casa, le proprie abitudini, parentele e amicizie. Il Centro offre non solo un sostegno materiale, ma grazie alla rete delle associazioni e alle Contrade, può dare l’occasione per nuove relazioni e per gestire il tempo libero con tante attività.

LA STORIA DELLA VILLA – La villa venne costruita nel 1843 e poi progressivamente ingrandita dai Rubini, una famiglia di ortolani che nel 1816 avevano acquistati molti edifici della zona appartenenti al soppresso convento di Santa Petronilla. Ferdinando fu il personaggio principale, consigliere comunale e Presidente del Monte dei Paschi, ma i suoi figli non ebbero discendenti e così l’intera proprietà passò nel 1915 alla nipote Giuseppina, figlia di Girolamo.


Il libro può essere tuo con un piccolo contributo
di almeno 5,00 Euro
che servirà ad acquistare
video proiettore con lettore di DVD e cassette, schermo gigante
per il Cineforum che faremo nel 2008 a Villa Rubini per tutti gli ospiti.

Grazie!
Rif. Tel. 0577/42666




Libertà sarà

Comunque sarà
sarà vita colorata e leggera
come il pesce farfalla
che guizza
tra l’acque del mar Rosso
vincendo fatica e pericoli.

Lui sa di potercela fare
rifugiandosi
a volte
tra mille coralli appuntiti
tra pesci di altri colori.


Antonia Banfi



05 dicembre 2007

Passo 5


I fiori sono piaciuti.
Sono passato il lunedì successivo a pagare il mio debito. Quando sono entrato Claudia mi ha accolto con un bel sorriso. In negozio non c’era nessuno e così ne ho approfittato per invitarla per un aperitivo. Lei mi ha fissato negli occhi per leggere le mie intenzioni, come potrebbe fare il cattivo tenente di polizia con la vittima dell’interrogatorio. Corruga un po’ la fronte ed inclina la testa nella posizione del riflessivo-pensieroso-dubbioso. Comunque la mia faccia da bravo ragazzo, che neanche il più famoso dei Richie Cunningham può eguagliare, ha fatto breccia nella sua linea difensiva. Riesco a strapparle un appuntamento per il giovedì successivo.
I giorni sono passati rapidi, saltando da una riunione ad una presentazione, ad un controllo dei sistemi, ad una nuova funzionalità…insomma immerso nel lavoro come sempre. A dire il vero non come sempre. Questa volta quando distoglievo la mente dalle incombenze lavorative la mia fantasia costruiva la sceneggiatura per il film dell’aperitivo con Claudia.
Arrivato Giovedì, sono passato a prenderla all’uscita del negozio e da lì, con la sua macchina, siamo andati in un bel locale in riva al fiume, nella zona più vivace della città.
Abbiamo iniziato a parlare. Le ho raccontato cosa faccio, che sono in trasferta in quella città, che ho imparato a conoscere negli ultimi mesi. Lei mi parla del suo lavoro, del negozio della zia dove lei fa la commessa. Di quanto le piaccia ballare, muoversi, viaggiare. I soliti discorsi futili che si fanno quando si cerca di conoscere una persona, peccato che siamo interrotti ogni cinque minuti dalla suoneria del suo cellulare. All’inizio di questa serata mi piaceva la canzone della Nannini, ma ora appena sento l’attacco mi innervosisco. Comunque beviamo e spilucchiamo dai vassoi presenti sul bancone. Cerco di mantenere allegra la conversazione, ma il suo cellulare è un bell’ostacolo per i miei tentativi.
Arrivati a fine serata riesco a convincerla a darmi il suo numero telefonico, così che anch’io possa far cantare la Nannini a richiesta, previo promessa che l’avrei accompagnata alla serata danzante organizzata dalla sua scuola di ballo. Peccato che io non sappia ballare, quando inizio a muovermi a ritmo di musica sono così goffo da far sembrare C-3PO, il droide antropomorfo di Star Wars il futuro Michael Jackson.
Comunque è bello poter avere in testa idee diverse dal rancore ed il lavoro.
I giorni sono passati abbastanza velocemente che neanche me ne sono accorto che oggi è il gran giorno. Questa sera si balla.
Con Claudia ci siamo sentiti per sms tutti i giorni. Chi sa se la Gianna nazionale ha perso la voce. Mi sembra di essere tornato adolescente, e come tale sono confuso, ho la salivazione azzerata e le mani mi sudano, sembro un teen ager di trent’anni, portati magnificamente, almeno a mio parere.
Lasciamo stare il tempo perso per prepararsi e decidere i vestiti da indossare. Per cominciare scarpe comode, niente jeans, fanno troppo casual, quindi pantaloni color cachi, camici e maglioncino bianco ghiaccio. Lo studio della mia mise mi è costato una settimana di ripensamenti e prove. Volevo un abito che non facesse il monaco ma il ballerino, e magari anche bravo.
La serata passa in modo piacevole, anche se per la maggior parte del tempo ho fatto da tappezzeria, proprio come quando ero adolescente. Non so perché ma le discoteche e le balere non sono i miei luoghi preferiti. Non si riesce mai a parlare, c’è sempre qualcuno che ti spintona, ti urta. Che fa il prepotente o ti offre paradisi sintetici che si rivelano poi un inferno reale o quelli che bevon troppo ed a ballare è il mondo che lì circonda.
Ho fatto un paio di balli con Claudia, ma lei è ad un livello superiore mentre io credo di essermi fermato a qualche film in bianco e nero di Fred Astaire.
Ho provato una strana sensazione ad abbracciare un’altra ragazza. Erano mesi che il massimo del contatto fisico con l’altro sesso erano al massimo strette di mano e quei finti baci di saluto che ci si scambia ad inizio e fine serata.
Questo contatto umano ha risvegliato in me una certa euforia. Lei è nel suo elemento, o almeno è quello che percepisco. Vedo quella felicità da soddisfazione nei suoi occhi mentre fa le figure con il suo maestro o con qualche compagno di corso, la stessa faccia che s’indossa quando sai di aver fatto bene qualcosa, ed intanto mi domando se esisteranno i secchioni anche ai corsi di ballo.
La sala si divide presto tra bravi in centro, meno bravi a far da contorno e quelli come me che stanno seduti al tavolo a sorseggiare un drink coloratissimo e dolcissimo con tanto di cannucce e pezzi di macedonia appesi ai bordi del bicchiere.
A fine serata lei mi riaccompagna al residence e mi ritrovo in una scena mal costruita, con i personaggi invertiti. Lei al volante ed io passeggero. Ogni tanto la guardo mentre guida, con il suo modo un po’ nervoso di affrontare la strada. Ed ora al momento dei saluti non so. Mi raccomando con lei per farmi uno squillo quando arriverà a casa. Apro la portiera e mi giro per dirle ciao e ho quasi la tentazione di baciarla, ma non credo che sia la cosa giusta e poi mi manca un po’ di quell’incoscienza che permette di realizzare azioni eroiche. Quindi ci scambiamo i tre bacetti, e sì perché devono essere un numero dispari, e la saluto. Scendo dalla macchine e la guardo partire. Ho ancora il sapore dolce della serata dentro di me e vorrei che questa sensazione potesse durare allungo.
Vado a dormire.

28 novembre 2007

COMUNICATO STAMPA

Cari lettori,
di seguito potete leggere il comunicato stampa di un sito di satira (trovate il link in INTRATTENIMENTO www.nonrassegnatastampa.it ).
Loro sono davvero bravi.
Ora sta a voi diffondere il verbo, il sostantivo e tutti gli altri complementi..

Comunicato con preghiera di diffusione

Il 13 dicembre 2007 “Non Rassegnata Stampa” www.nonrassegnatastampa.it compie un anno. 100 puntate di video satirici, liberi, indipendenti e senza censura. Per l’occasione stiamo organizzando una diretta web di 24 ore per rivivere gli avvenimenti del 2007 e lanciare un indomito 2008. Un’esperienza estrema di satira,comicità, irriverenza, ironia, musica e perversione per ricordarci che con la volontà, la passione e l’impegno è possibile immaginare qualcosa di diverso. Se anche tu vuoi parlare di un’iniziativa, presentare un progetto o fare una denuncia ti aspettiamo in studio nello spazio “interviste senza filtro”, via skype per i “fuori sede”, con una mail per i “sedentari”. Un’intera giornata dedicata a tutti noi che non ci rassegnamo ad una realtà mediatica distorta e artisticamente depressa. Non ti chiediamo contributi in denaro ma spirito d’iniziativa e creatività per aiutarci a pubblicizzare questa scommessa di 1440 minuti in diretta, che potrai trasmettere anche sul tuo blog. Ogni giorno sul sito www.nonrassegnatastampa.it troverai un aggiornamento sullo stato dei lavori e attraverso lo spazio commenti potrai darci suggerimenti ed adesioni.
Filippo Giardina & Mauro Fratini

26 novembre 2007

Passo 4


Eccomi in questa nuova città, che di nuovo ha ben poco. I giorni sono passati ed ormai sono quasi quattro mesi che mi sono quasi trasferito in questa città fluviale. Si può quindi ben dire che è passata una intera stagione. Una stagione che ha portato freddo e pioggia all’improvviso, cancellando tutti i ricordi della calda estate.
Arrivato in questa nuova avventura lavorativa, mi ci sono buttato a capofitto come un novello Indiana Jones. Ho affrontato pericoli e trabocchetti ma per fortuna ora sembra che si stia navigando in acque più tranquille. Non mi sono dato tempo di pensare a niente. Mi sono tirato il culo come neanche Giovanni Rana con le sue sfoglie. Di Giorno in ufficio, e la sera qualche uscita, ma sempre con i colleghi. Questo ha fatto sì che si formasse una bella atmosfera da associazione goliardica. E le sere rimanenti le passo in residence a pensare come risolvere i problemi sorti durante la giornata o a come migliorare le cose. Nei fine settimane in cui non tornavo a casa andavo in giro per mostre e musei o a fare il semplice turista per caso alla ricerca della parte nobile, e non, di questa città che mi ha accolto nei miei giorni più neri. Ogni volta che ripensavo a lei e cercavo di capire come fossimo giunti a quel tipo di rottura il lavoro mi veniva in soccorso e rimandavo le mie elucubrazioni ad altro momento e se non ero a lavoro, indossavo le mie scarpe da corsa e via a mangiare qualche chilometro.
Come già detto questa stagione è finita. Si è affacciata un po’ di primavera qualche giorno fa. Sono un paio di giorni che ho allacciato ottimi rapporti con un’indigena, e questo mi aiuta a pensare ad altro oltre il lavoro, così da evitarmi l’alienazione totale.
Questa donna è entrata nella mia vita a causa della sbadataggine di un’altra donna.
Tutto è iniziato così:
la mattina prima di un’importante riunione, facendo un brain storming davanti alle macchinette del caffè, una delle dipendenti della società per cui presto la mia consulenza mi ha versato addosso i due caffè che stava portando. Risultato due belle medaglie da fare invidia ad un generale pluridecorato e due ustioni che mi fanno commuovere. La ragazza si scusa e continua a ripetere che non l’ha fatto a posta. Vorrei ben vedere.
Camicia e cravatta sono impresentabili alla riunione. Per fortuna non tanto lontano dalla sede del cliente c’è un negozio di abbigliamento, visto che il residence non è proprio dietro l’angolo ed indosso l’ultima camicia pulita in mio possesso, oltre al fatto che non ho poi così tanto tempo.
Infilo il giubbotto, e parto per l’acquisto. Entro in negozio, dove mi viene incontro una bruna in un completo maglietta e pantalone nero. Mi trattengo del tirar fuori la mia solita battuta su Marcel Marceau perché la fretta e la tensione per la riunione me lo impediscono. Mi chiede come può aiutami, con il solito sguardo da commessa, quello tra lo scazzato ed il sarò tua serva o mio padrone. Mi tolgo il soprabito e mostro il risultato del mio scontro. Lei guarda e non ce la fa a trattenere una risata. Io la guardo un po’ infastidito e lei se ne accorge. Con una mano si copre la bocca e con l’altra indica le mie due belle patacche che si stagliano sulla mia bella camicia, e mi dice che le ricordano le macchie di quel test psicologico che fanno vedere sempre in tv (le macchie d’inchiostro del Rorschach), e che lei ci vede la faccia di due che stanno litigando.
Mi volto verso lo specchio e, a ben vedere, non ha tutti i torti, ed anch’io alloro le sorrido, ma la pressione da riunione è ancora forte. Le chiedo se ha una camicia ed una cravatta.
Mi squadra un attimo e si lancia verso uno scaffale e poi un altro. Torna con una camicia a tinta unita ed una cravatta regimental rossa con righine argento e blu, non è proprio il mio stile ma l’insieme non mi dispiace. Sto andando in camerino per indossarle quando lei mi chiede il favore di fotografare la mia camicia, così da poterla spedire a FOTOBUFFEDALMONDO, una rubrica del giornale cittadino. Le do il consenso e lei scatta usando uno di quei cellulari ultra piatti che oltre alle telefonate permette di fare così tante cose che il libretto d’istruzioni ti viene mandato a casa in comodi fascicoli.
Vado in camerino a cambiarmi ed esco come nuovo. Camicia e cravatta non sono male. La ragazza ha buon gusto. Chiedo un suo parere, e lei mi sorride prima di aggiustarmi il nodo della cravatta. Ora è a posto. Mi accompagna alla cassa per pagare e lì il dramma.
Ho lasciato il portafogli nella giacca in ufficio. Cazzo!!!
Ed adesso come faccio? Guardo l’orologio ed ho 10 minuti per arrivare in ufficio, quindi non faccio in tempo ad andare a prendere i soldi e a tornare. Sono ad un passo dall’entrare in panico, quando lei mi sorride e mi chiede se ci sono problemi. Le spiego la mia sbadataggine e le chiedo il favore di lasciarmi andar via. Se vuole le lascio la camicia e la cravatta sporche in pegno più la catenina, regalo di cresima, e l’orologio, dono per la comunione.
Lei legge la mia agitazione e mi dice che non c’è problema. Ho un viso che ispira fiducia ed è sicura che tornerò a saldare il conto e che non c’è bisogno che lasci nulla. Mentre la ringrazio mi accorgo che non ci siamo neanche presentati. Si chiama Claudia. La ringrazio e le prometto che passerò in serata a regolare il mio conto.
Va da sé che la riunione è stata seguita da un'altra riunione ed ho fatto tardi. Per fortuna tutte andate a buon fine. E mi hanno fatto anche i complimenti per la cravatta. A dirla tutta il mio capo, che è una donna, ha usato queste parole: “Finalmente una cravatta da consulente serio”.
Peccato che quando sono arrivato al negozio la serranda era già giù.
Mi sono guardato in giro per vedere se magari è ancora nelle vicinanze. Niente. Chi sa cosa avrà pensato di me e cosa penserà domani che non mi vedrà, visto che devo rientrare oggi a casa. Che figuraccia. Speriamo che non le creino problemi.
Torno a casa e continuo a pensare a lei. Se avessi almeno il suo cellulare la potrei avvertire. Le potrei spiegare cosa è successo.
Arrivato a casa crollo nuovamente addormentato sul divano.
La mattina appena sveglio cerco il telefono del negozio su internet. Trovato. Peccato che sia sempre occupato. Per fortuna che con il numero di telefono ho trovato anche l’indirizzo.
Mi viene un’idea.
Mi vesto. Mi ricordo di prendere il portafogli, questa volta, e vado dal fioraio che c’è vicino alla chiesa di zona. Entro e chiedo se è possibile far arrivare un mazzo di fiori all’indirizzo del negozio di Claudia. Lui mi dice che non c’è alcun problema. Il mazzo arriverà in giornata.
Le scrivo un biglietto di scuse da allegare al mazzo di fiori.
Speriamo le piacciano.

23 novembre 2007

Catene interrotte

Si avvicina l'inverno, e con il pericolo neve sembra che tutti stiano tirando fuori le catene.
Peccato che queste catene siano tutte di S.Antonio, e quindi non capisco perchè le inviino a me.
Per evitare di generare nuovi flussi di mail espongo il seguente manifesto di protesta civile.


Messaggio mandato da un anonimo dalla provincia di Verona, in risposta a tutte le catene di S.Antonio che ha ricevuto.

Gavi' da piantarla!De mandarme cadene del porco...e simili, tipo che el mondo l'è belo ma solo se rispedisso tuto subito, se no son sfiga', come el negro de l'Alabama che no ga' risposto a quatromilasinquesento imeil e no ga' fato in tempo a dir "a" che l'era za col vestito de legno (tradotto: morto e stramorto), o el cauboi John, tessano, che ghe casca' i maroni parché nol ga risposto, etc, etc.
Par no parlar de quei che me manda imeil disendome che sicome ghe un provaider (fatalità american) che par ogni imeil che ghe riva el dà un centesimo in beneficensa ala lota contro la peste scaveona, e alora bisogna mandarghene a seci...me gà rotto i cojoni!
O staltro che el gà na fiola con na malatia rarisima che nissuni sa cosa lè (sto qua el sta in missuri), che el te dà anca el numero de telefonin parché te ghe telefoni ti (credeghe!) a darghe notissie su lecure possibili (che po' se te guardi le date te scopriressi che xe passà almanco tri ani da che lè partia la cadena, quindi tanti auguri...).
A mi te me vien a domandar robe mediche, che vivo in frassion de Isola dela Scala a Verona e son gnaca bon de tacarme un ceroto?
Po' quei che me dise che ghe el virus dela posta eletronica che se non te ste atento telo ciapi anca ti e lè pezo che andar co na nigeriana (e saven tuti a cosa se va incontro...), alora te ghe da riempir tuti de imeiletc etc...Quei po'... che me manda la fotocopia del centro antitumori de Aviano dove i senzsiati te dise che i ovi condii i fa vegner el cancro a l'usleo... e che farse un sciampo lè peso de fumarse tri steche de"ms sensa filtro".
Ancora quei contro i giaponesi, che secondo lori i metaria i gati e le butiglie, co l'urlo de bataglia "impenemoghe el sito!"...
Par non desmentegarme de ci me manda scrito che ghe quei dela Erisson che i da via i telefonini come i fusse bagigi e adiritura che lori i là proà e funsiona (!?!): basta "inviar el mesagio a tuti quei che te conossi" e te si a posto: tempo do stimane e riva el sior Erisson, Mario J.J. Erisson in persona, aministratore delegato dela dita omonima o anonima, non me ricordo coma se dise, il cuale sa tute le meil che te mandi, e teporta sul porton de casa el scartosso col telefonin ultima generasion col Trial Band e il giprrs e custodia de pitone ancora che se move...
A sto punto feme un piaser: mandime foto porno, film porno, barzelete e putanade varie ma
BASTA CO STE CADENE!
Che n'altro poco a verzo na feramenta e taco a vendarle.
Con la speranza che sta meil no la riva in luisiana a una che le' drio farse i cassi soi...

(ATTENZIONE: se conoscete l'autore segnalatelo!!! E' un mito!)

19 novembre 2007

Passo 3


Non so quanto tempo sia passato, so solo che quando mi sono alzato dal mio trono in ceramica fuori era giorno.
Mi sono tolto i vestiti rimastimi addosso e mi sono infilato sotto la doccia. L’acqua ha portato via un po’ del nero che avevo dentro, per fortuna. Esco dal box doccia cercando di non guardare la bacinella dove è a mollo il mio zaino. Mi asciugo frettolosamente ed esco dal bagno. Mi infilo in camera da letto, guardo il letto e rivedo lei in una serie di fotogrammi. In ognuno c’è lei, raggomitolata nelle lenzuola, che apre appena gli occhi e mi sorride quando la chiamo per alzarsi.
Mi sento soffocare. Una specie di claustrofobia allergica al luogo. Prendo giusto un paio di boxer dal cassetto del settimino ed esco. Mi sdraio, avvolto nella coperta, sul vecchio divano di Vanessa, che ora è in California. Lei, un altro cervello in fuga, con tutto il suo bel personalino di accessori, dalle università italiane.
E come al solito mi addormento nel giro di pochi secondi. È incredibile. Ogni volto che andavo a casa di Vanessa per studiare o cenare con gli altri, immancabilmente quando mi sedevo sul suo divano crollavo addormentato. Era la mia versione di arcolaio soporifero. Solo che io non sono mai stato molto bello quando dormo, o almeno questo è quello che mi hanno raccontato.
Comunque dormo e non faccio sogni, o se li faccio non me li ricordo.
Vengo svegliato da una voce femminile. Non riesco a capire cosa dice e di chi sia. Le palpebre si alzano in modalità LENTO, anzi MOLTO LENTO. Mi giro ed al posto della voce di prima c’è quella di un uomo. Cavoli, mi sono addormentato sul telecomando e d ora in video c’è Piero Angela che parla di non so cosa. Mi siedo e spengo. Butto il telecomando sulla poltrona e prendo la testa tra le mani. Sono cosi debole che la scatola cranica mi sembra fatta di marmo, tanto che devo appoggiare i gomiti sulle gambe. Trovata la posizione di equilibrio fisico, devo affrontare il disequilibrio emotivo che ho dentro. Mi sorgono talmente tanti dubbi da poterci scrivere un libro di quiz da settecento pagine. Le domande si susseguono, ma le più gettonate sono: PERCHE’, ED ADESSO? Non riesco a trovare alcuna risposta. Cerco di attaccarmi a frasi fatte o a versi di canzoni. A racconti letti e sentiti dalla viva voce di chi li ha vissuti.
L’unica cosa che so è che non posso restare qui. ho bisogno di cambiare prospettive per vedere meglio la cosa e lo devo fare in fretta prima di fissarmi ed impazzire.
Devo salire sul monte a riflettere.
Mi torna in mente, come un flash, l’ultima riunione ha cui ho partecipato. La presentazione del nuovo progetto, l’offerta/richiesta di seguirlo, il fatto che si parla di almeno 8 mesi in un’altra città, a solo duecento chilometri da qui. Il che significa restar fuori tutta la settimana, ma poter tornare in poco tempo a casa se fosse necessario. Il capo che mi dice che lunedì mattina gli devo dare una risposta, e che si augura che sia sì, ed essendo uno start up, questo gioverebbe molto alla mia carriera.
Se prima avevo dei dubbi, perché voleva dire allontanarsi da... ho finito le figure allegoriche, ora mi sembra una fortuna. La soluzione provvidenziale, anche se in realtà questa fuga risolve solo il contorno del problema.
Chiamo il mio capo, ma mentre compongo il numero mi accorgo che è domenica, domenica notte.
Ora che ho le idee un po’ più chiare mi è venuta una gran fame. È un po’ di tempo che non mangio, e l’ultima volta ho ingerito solo stuzzichini da bar. Vado in cucina, o come c’era scritto nell’inserzione, piccolo angolo cottura separato dalla sala. Apro il frigo e i vari pensili. Metto insieme un po’ di formaggio, delle olive, un vasettino di acciughe e due pomodorini sott’olio, regalo della mamma. GRAZIE MAMMA. Il tutto accompagnato da in sacchetto di tarallucci e da un po’ d’acqua.
Per un po’ è meglio che stia lontano dagli alcolici.
Mentre mangio inizio a far progetti. Devo tenere la mente impegnata su di me.
Se ricordo bene la partenza è prevista per mercoledì mattina. Non è necessaria la mia presenza, ma mi hanno fatto capire che se accettavo sarebbe stato meglio che io fossi lì dall’inizio. Comunque ora non c’è nessun problema. Se ricordo bene il calendario dovremmo iniziare con un giro per presentarci al cliente e conoscere il luogo. Riunioni per i primi tre giorni per definire tutte le richieste base ed avere una pittura dello scenario di lavoro. Dovrei trovare lì il gruppo di Mariella, che ha iniziato a lavorare sul cliente ormai 4 mesi fa.
A proposito. Se ricordo bene sarei l’unico della mia sede, per il resto dovrebbero essere tutti colleghi della sede principale dell’azienda, quella della capitale, più forse qualche terza parte indigena. Meglio così. Aria nuova e nessuno che ti fa domande sulla tua vita privata.
La mente si concentra su tutti i particolari dell’organizzazione. Valigia, vestiti da prendere, numero di magliette, mutande e calzini. Cosa mettere nella trousse da viaggio. Quali medicinali è meglio avere dietro. Aspetta non vado all’estero, e le farmacie si trovano anche lì. Documentazione da recuperare. Persone da avvertire. Potrei sentire Carla. Chi sa come le va la vita. È un po’ di tempo che non la sento. Vuoi vedere che è riuscita finalmente a rimanere in cinta. Se ricordo bene sono quasi sei mesi che lei e Luca cercano di avere un figlio.
Devo ricordarmi di chiedere a Mariella se nel suo residence c’è posto, se ci fosse potrei tornare un fine settimana si ed uno no, così da poter visitare la città e riallacciare i vecchi contatti con quelli del mare.
Non sono stanco e potrei andare avanti tutta notte, ma è meglio che vada a dormire. Domani voglio essere presentabile quando dirò al capo che accetto. Quindi vado a dormire.

Sul divano.

15 novembre 2007

Passo 2


Vediamo di ricapitolare gli eventi della giornata. Un po’ di ordine non fa mai male, e di mal in questo momento non so se ne provo di più o ne vorrei provocare di più.
Calma. Allora partiamo dall’inizio, dall’inizio di questa giornata di merda.
Mi sono alzato, lavato ed ho preparato la colazione per me e per la mia…per la mia cosa? Questa mattine credevo di amare la persona con cui avevo condiviso il giaciglio, ne ero quasi sicuro, ed ora sto elencando mentalmente tutti i modi possibili per ucciderla e farla franca. E sono giù arrivato a quota 56. Comunque fatta colazione sono uscito di corsa perché avevo un appuntamento in ufficio. E dire che mi ha anche baciato mentre uscivo di casa e lei entrava in bagno. La zoccola (e quando ci, vuole ci vuole).
Giornata piena in ufficio, ma alle diciotto, com’è mie abitudine da quando il mio contratto è passato dalla certificazione del precariato a quella di un impiego a tempo non determinato, guardo le mail del mio indirizzo di posta elettronica privato. Ecco che il sistema mi segnala la mail del mio…errore. L’oggetto è: ULTIMO BACIO, come il film.
Subito avevo pensato al bacio che ci eravamo scambiati nel piccolo corridoio del mio appartamento.
Si perché l’appartamento è mio, o meglio, è di alcuni banditi fino a quando non pagherò tutto il riscatto sotto forma di rate del mutuo
Leggo le prime parole e le tempie iniziano a picchiettarmi come se un batterista punk volesse usare la mia testa come grancassa. La bocca si è seccata neanche avessi in bocca della carta assorbente. Mi sembra anche che la lingua si sia ingrandita. Faccio un po’ fatica a respirare. La vista mi si offusca.
L’ULTIMO BACIO era quello di Giuda.
Quello che sono riuscito a capire è che: l’essere con cui ho dormito, l’ultima notte, mi dice che non ho capito che lei voleva qualcos’altro dal nostro rapporto, che io non riuscivo a capirla ed infatti non avevo capito e non capivo neanche ora. Ecco un altro acceleratore per la mia rabbia. Odio quando mi dicono che non capisco. Mi fa imbestialire. Forse non sono io che non ho capito sei tu che non ti sei spiegata. CAZZO.
Scusate, mi sono fatto prendere dalla foga. Allora dove eravamo rimasti. Ah si. Alla mail.
Lei , solo perché chiamarla bestia è troppo riduttivo e tutti gli altri epiteti che mi vengono in mente sono troppo volgari, invece aveva capito che non mi amava più, che forse neanche io l’avevo mai amata, ma che credevo solamente di provare quel nobile sentimento per lei.
Che l’avevo soffocata con le mie aspettative, che non riuscivo ad accettarla per quello che era, che lei non si sentiva la sicura di me, ed un’altra serie di farneticazioni.
Scuse ed accuse per farla breve.
Spengo il PC. Mi alzo e barcollando raggiungo la macchinetta dell’acqua. Le mani mi tremano e non riesco a bere, ma per lo meno mi sono bagnato le labbra.
Prendo la giacca ed esco.
Non provo neanche a chiamarla. Non saprei che dirle.
Non voglio tornare subito a casa.
Vado in giro per le vie del centro.
Ho bisogno di parlare con qualcuno però. Provo con Mario. Risponde ma mi dice subito che ora non può perché è in riunione, si in riunione con qualcuna delle sue belle, ma mi rassicura che appena ha finito mi richiamerà. In quel momento sento un suono familiare. È la suoneria che ho registrato a quella str…. Cade la linea.
Sono sicuro. Quella suoneria è unica, inconfondibile. Sono io che canto. Canto una versione rivista, da me, di Gianna di Rino Gaetano. Quante prese per il culo da parte dei miei amici mi è costata.
Entro in un bar.
È l’ora dell’Happy hours. Ed io di ore felici ne avrei bisogno più che mai adesso.
Ordino il primo drink e lo butto giù in un attimo. Sento subito l’alcol fare effetto. Ordino il secondo. Ed anche questo giù alla goccia. Prima del terzo sgranocchio qualcosa. Continuo ad ordinare drink e mi fermo solo quando non riesco più a contarli e tutto assume la consistenza del pongo.
Esco. L’aria fredda mi restituisce quel po’ di lucidità che mi permette di arrivare a casa scortato da un taxista, che mi ripete che la città sta cambiando, delinquenza, calciatori, politici corrotti, polizia, tariffe. Non capisco. Faccio finta di seguire come facevo a scuola. Ogni tanto annuisco. Dai finestrini trasmettono immagini con tempi di esposizione troppo lunghi, o forse sono io che ci metto troppo tempo a mettere a fuoco questa città sfuocata.
Non so che giro abbia fatto l’autista, mi sembra che ci abbiamo messo un tempo sbagliato. Non riesco a capire se troppo poco o troppo lungo. Pago la corsa e scendo. Ora sono abbastanza lucido da metterci solo 5 minuti per aprire il portone. Per fortuna c’è l’ascensore, ed anche se devo fare solo un piano è meglio non arrischiarsi con le scale. Sono fortunato e becco dalla pulsantiera il tasto del mio piano.
Uscendo incespico in non so cosa e sbatto contro il muro di fronte. La mia porta è la prima a sinistra. Dista solo un metro. Lo copro in un passo ed un’altra botta, questa volta contro la porta.
La guardo e noto qualcosa di strano. Non sapevo di aver aggiunto altre 2 serrature a fianco di quelle che già c’erano. Per fortuna che anche le chiavi sono raddoppiate.
Sto male. Ora sto male anche fisicamente. Mi viene da vomitare.
Sono ancora nell’ingresso quando risale, via esofago, il primo singulto. Corro subito verso il bagno, cercando di spogliarmi durante il percorso. Se qualcuno potesse vedermi ora sembrerei il concorrente di non so quale gioco senza frontiere. Un fil rouge con ostacoli invisibili. Apro la porta del bagno con una testata degna di Zidane. Intravedo la bacinella che la putt… usa per lavare il suo cane, quando lo porta da me. C’è qualcosa dentro ma non capisco cosa. Non ce la faccio più a trattenermi. M’inginocchio davanti al water e do via alla nuova scena dell’esorcista.
Finito il getto mi alzo e mi sciacquo la bocca nel lavandino. Sono incerto su cosa utilizzare per fare i risciacqui che mi tolgano il sapore acido che mi è rimasto in bocca. Opto per il dentifricio alla menta peperita. Inizio a spazzolarmi i denti e mi guardo allo specchio. Il mio viso riflesso mi fa impressione. Ha un colorito verdognolo, sotto gli occhi ho due zaini da giovane campeggiatore nordico, una serie di segni sulla fronte ed un leggero arrossamento sotto l’occhio destro. Mi sa che domani sarà un po’ più nero.
Sciacquo, sputo, risciacquo e risputo.
Mi giro lentamente e mi fermo, mentre la mia testa continua a girare. Mi appoggio al lavandino. Abbasso la testa e chiudo gli occhi. Cerco di prender fiato mentre tiro su lentamente la testa.
Quando la sensazione da toboga si attenua apro gli occhi e vedo lo scempio.
Il mio zaino.
Mi siedo sul water ed inizio a pensare al mio primo zaino.

12 novembre 2007

Passo 1


Avevo due scelte in quel momento. Farmene una ragione od iniziare ad odiare. E così ho iniziato ad odiare. Vi chiederete odiare chi o che cosa, a odiare lei, la persona che fino a poco tempo fa amavo. Ma iniziamo dal principio, visto che non è ancora così lontano.
Era l’ultimo ricordo rimastomi di mio nonno. La cartella in finta pelle che mi era stata regalata il primo giorno di scuola e lei, con la sua migliore amica l’aveva utilizzata per distrarre Rudy, il suo cane bavoso mentre gli facevano il bagnetto. Sono entrato in bagno e rovisto lo scempio. La mia prima cartella lì che galleggiava ancora nella bacinella utilizzata da piscina canina. Un fremito, come una specie di scossa mi percorse da capo a piedi. Iniziai a tremare. Lei sapeva quanto ci tenessi a quel ricordo. Quante volte le avrò raccontato la storia di quel oggetto, di quel ricordo. Alla fatica fatta dal mio progenitore per potermela comprare.
Era l’estate del 1980. Come era convenzione i mesi estivi li trascorrevo, insieme ai miei fratelli, con i miei nonni nel paese di origine dei miei genitori. Un paesino molto piccolo rispetto alla città industrializzata in cui vivevo il resto dell’anno.
Ricordo che quando dissi a mio nonno che avevo visto la cartella dei miei sogni, lui mi aveva chiesto di accompagnarlo a vedere questo miracolo della conceria. Solo anni dopo mi resi conto di come era cambiata la vita di mio nonno da quel giorno. Non c’erano più le sigarette e la bottiglia di vino. Bevevo ancora vino, ma sfuso, e le sigarette se le faceva da solo con le foglie di tabacco che raccoglieva nei campi. Ricordo che costringevo mia nonna a passare davanti alla vetrina dove era esposta la cartella, ogni volta che tornavo con lei dalla visita alla bis nonna o a qualche parente o solo a fare due passi nel centro del paese per andare a trovare il nonno al bar. Mio nonno all’epoca lavorava nel bar del dopo lavoro ferroviario, dove il bicchiere di spuma era il premio se mi ero comportato bene. Quando il mio avo non lavorava al bar dava una mano al fratello nella raccolta del tabacco e della frutta. Mi capitava di accompagnarlo. Lì in mezzo i campi lo sentivo raccontare del periodo della guerra, del suo rientro a piedi dai piani di Asiago, del periodo in cui aveva fatto la corte alla nonna. Di come andavano piantati i piedi del tabacco e di come andava raccolto. Quando non ero con lui ero a scorazzare per i campi con i miei procugini ed i figli dei contadini della zona.
Come era solito arrivarono anche i miei genitori, e con loro le gite al mare ed a trovare i parenti più lontani. Erano i giorni più sfrenati e pieni. Mia madre aveva un'organizzazione teutonica. Mattina mare, non prima di essersi fermati a comprare i maritozzi ed i panini alla panetteria vicino alla spiaggia. Sole mare. Rientro a casa per pranzare con i nonni. Pennichella perché il sole era troppo forte. Pomeriggio a fare visita a qualche zio o amico da cui si restava solitamente a cena. Una di quelle cene da mettere a rischio la salute vascolare.
E poi gli ultimi giorni di vacanza. Il rientro a casa, ed all’epoca non si parlava di partenze intelligenti e quindi ci si trovava tutti in autostrada.
La cartella era svanita dai miei pensieri, sino alla mattina del 15 Settembre 1980. Il mio primo giorno di scuola. La sera prima avevo controllato il grembiule ed i vestiti da indossare. Le scarpe erano pulite e tutto era in ordine. E la mattina dopo aver fatto colazione, lavati i denti e la faccia, ero andato in camera mai a vestirmi ed indossare il grembiule, in quel mentre è entrata mia madre con lo zaino in mano. Mi sorride e mi dici che è un regalo di mio nonno. Gliela strappai di mano e la strinsi, l’accarezzai, ne sentii il profumo e la consistenza. La misi sulle spalle e mi nacque un sorriso. La sera di quel primo giorno, mi feci aiutare da mia madre per telefonare a mio nonno per ringraziarlo.

A quello zainetto erano legati la paura del primo giorno di scuola, la sensazione di essere grandi quando avevo capito che le linee ed i cerchietti si erano trasformate in parole, e che le parole potevano essere scritte e lette. Lì avevo celato le prime letterine d’amore scambiate con la ragazzina dai capelli rossi. È stato per un lungo periodo il mio nascondiglio segreto. La cartella in fondo l’armadio. Ci sono state cose di cui forse mi sarei dovuto vergognare, ma quando sei adolescente la vergogna è l’ultima cosa che ti passa per la mente quando hai certe pulsioni. Ci ho custodito i miei attestati prima di appenderli in ufficio, le foto degli amici vicini e lontani, come si diceva una volta. Sempre lì. Mi trasmetteva un senso di sicurezza. Era la mia cassaforte sentimentale. Ed ora non era altro che una poltiglia informe.
Questo era stato il suo ultimo atto dopo avermi detto che mi lasciava perché non la capivo, perché di me non si poteva fidare, perché aveva trovato un altro.
Chiudo gli occhi perché anche se erano aperti non riuscivo a vedere nulla. Sento delle onde di rancore fluire in ogni capillare. Se facessi qualsiasi cosa ora sarebbe violenta e distruttiva. Potrei veramente fare qualcosa di cui potrei pentirmene. Potrei mostrare al mondo uno degli esempi più alti del peccato dell’IRA.
Cerco una posizione simil yoga e inizio a ripetere il mio tantra per questi momenti. ICEMAN ICEMAN ICEMAN sino a quando il cervello da rosso furia torna a diventare grigio. Ed il mio tantra cambia. VENDETTA VENDETTA VENDETTA.

05 novembre 2007

Notte buia - Fine...forse


DOON DOON DOON Tre rintocchi di campana.
Nuovamente tre rintocchi di campana. Ancora tre rintocchi di campana. Tre rintocchi di campana, che come fossi un’ orso ammaestrato, mi fanno spalancare gli occhi. Luce. La luce me li fa richiudere immediatamente e riaprire con lentezza, come quando ci si è fatti male e si procede timorosi a ripetere l’esercizio. Il sole sta sorgendo e posso vedere distintamente la linea della notte che si sposta a Ovest.

DOON. Un quarto rintocco.
Ora che: gli occhi si sono abituati alla luce e gli ingranaggi del pensiero a muoversi, mi rendo conto di essere in macchina. Sul ciglio della strada. La macchina è accesa anche se il motore non emette suono. La radio spenta. Una luce rossa sul cruscotto indica che sono rimasto senza benzina.

DOON. Quinto rintocco.
Ho tutto il corpo indolenzito. Mi fa male il collo, la schiena, le gambe. La testa è come se fosse immersa in un liquido denso ed oscillasse su una zattera in balia delle onde cerebrali. Respiro.

DOON. Sesto rintocco.
Poche macchine sfrecciano sulla strada deserta. Strano non c’è traffico. Ma è vero!!! Oggi è festa. Oggi si festeggiano tutti i Santi e la gente inizierà a muoversi solo quando le dimore di chi non si muove più apriranno.

DOON. Settimo rintocco. L’ultimo
L’orologio della macchina segna le ore sette; me ne accorgo solo ora.
Qualcuno bussa al finestrino dell’auto. Afferro d’istinto il volante dell’auto, ma ritraggo subito le mani. Il segnale di dolore è arrivato da entrambe le estremità sino alla sede centrale dei miei pensieri, sino a far friggere, con i due impulsi, il poco di materia grigia non ancora sbiadita.

Guardo i palmi. Ci sono due cicatrici. Due sfregi che tagliano le linee della vita, giusto a metà. Sento ancora bussare ed una voce, attutita, mi chiede se va tutto bene. Mi volto.
C’è una ragazza con il viso preoccupato che mi guarda e che guarda le mie mani. Il suo viso mi ricorda qualcosa. Una specie di déjà vu, ma faccio fatica a capire dove, come e quando, anche se ho la netta sensazione che non sia successo tanto tempo fa.
Apro lo sportello e scendo. Lei continua a far balzare il suo sguardo dal mio viso alle mie mani. Anch’io d’istinto fisso i miei palmi e poi alzo le mani, come se volessero rapinarmi, per cercare di rassicurarla. Mi presento e le spiego che mi sono addormentato in macchina, con la macchina accesa ed ora sono senza benzina. Non ricordo come mi sono fatto quei due tagli solo che ora mi danno fastidio. Mi guarda con una faccia tra lo stupito ed il dubbioso. Le chiedo se gentilmente mi può dare un passaggio al primo distributore. Lei mi guarda ancora un po’ titubante e non potendo giocare il cinque od il fante mi fa un sorriso. Si presenta.
Si chiama SaraMariaChiara tutto attaccato. E ci tiene a sottolineare il fatto che sia tutto attaccato. Ora sono io che la guardo con viso stupito. Penso che questa gentile ragazza mi stia prendendo in giro. Lei capisce la mia perplessità e mi dice che inizia ad avere un po’ freddo, quindi di salire in macchina e che lungo il tragitto verso il distributore mi racconterà di come gli sia stato appioppato questo nome unico e trino.
Saliamo sulla sua macchina, una miniminor verde bottiglia che ricorda molto quella di Mr. Bean. Lei guida in maniera un po’ troppo aggressiva per i miei gusti, ma poco importa. Cerco di concentrarmi su quello che mi sta dicendo.
Mi sta raccontando la storia del suo nome. Come ogni tanto si senta tre persone diverse. Una rossa, una nera ed una bionda. Ma questa è già un’altra storia.

31 ottobre 2007

Notte buia - Terza parte




DOON DOON DOON Tre rintocchi di campana.
Nuovamente tre rintocchi di campana. Tre rintocchi di campana che mi destano.
Apro gli occhi. Dove sono? Ci metto un po’ a mettere a fuoco ciò che mi circonda. Sono ancora in macchina. Fermo sul ciglio della strada. Il motore acceso. L’area calda che viene sospinta nell’abitacolo dalla ventolina che gira. La radio spenta. A destra e sinistra non ho più il mare e la pineta, ma nuovamente i campi.
Un buco nella coperta della trapunta di nuvole mostra l’angolo di cielo dove la luna sta transitando. Un fascio di luce viene rovesciato sui campi. Desolazione. Questi campi hanno un area strana. Non si vede alcuna traccia di vita animale o vegetale. Solo terra. Non mi sembrano gli stessi campi attraversati nel viaggio di andata.
Riparto. Non so perché ma sento la necessità di allontanarmi da qui. Le ruote slittano un po’ sul brecciolino facendo si che l’auto non reagisca prontamente ai comandi impartiti. Appena giunti sull’asfalto della carreggiata la macchina prende il giusto andazzo. Vado avanti, o almeno questo è quello che spero.
La strada e dritta eppure non riesco a vederne la fine. L’auto scorre lungo il tragitto che dovrebbe portarmi a casa o comunque lontano da qui. Un incrocio.
All’improvviso un incrocio.
Non c’è nessuna indicazione. Ed ora? Da che parte devo andare?
Provo a guardare in tutte le direzione per scorgere qualcosa che possa darmi un indizio. Nulla. Stringo gli occhi nel tentativo di guardare più lontano, nella posizione della vedetta miope. Niente di fatto.
Cerco di fare mente locale e capire almeno dove sono i punti cardinali. Nord. Sud. Est. Ovest. La casa che ho lasciato si trova a Sud di quella dove vorrei essere ora, la mia. Quindi, dovrei procedere verso Nord, sempre che non abbia già superato casa mia. Se così fosse vorrebbe dire che mi sono allontanato verso Est od Ovest in un movimento diagonale o circolare, oppure semicircolare o una spezzata. Confusione. Caos.
Ho i neuroni che rimbalzano tra di loro e contro la mia scatola cranica come palline in un barattolo che cade dalle scale. Mal di testa. Nervosismo. Ancora più mal di testa.
BAASTAAAAAAA!!!
Istinto. Mi devo affidare al mio istinto.
Giro a sinistra.
Seguo la via del cuore, come farebbe la Tamaro. Speriamo porti fortuna anche a me.
Procedo per quello che potrebbe essere un minuto come un ora o una vita. Non so. Il non avere punti di riferimento spaziali mi sta facendo perdere anche quelli temporali.
C’è un piccolo slargo. Accosto. Mi fermo. Di nuovo. Non so cosa fare. La disperazione monta neanche fosse maionese, ed il rischio è che poi impazzisca, io.
Calma. Mi ripeto più volte calma come se fosse un tantra che possa allineare i miei chakra. Devo stare calmo.
Alzo gli occhi e, nel cono di luce dei fari, vedo una persona attraversare la strada. Una testa bionda spunta da un mantello nero. Un attimo ed è passata.
Scendo. In un attimo sono alla rincorsa di quest’anima notturna. Non mi sfiora neanche il pensiero del pericolo che può essere legato ad un incontro notturno in un luogo isolato e desolato.
Grido il più classico dei MI SCUSI, con la speranza che la sorte sia girata e di trovare, tra le conoscenze della persona che sto inseguendo, quella che mi riporterà a casa.
La figura si ferma. Si gira. Lei. Di nuovo lei. Solo che ora è bionda. Mi guarda. Non è stupita ne spaventata di vedermi lì, mentre io si. Mi tremano le gambe.
Sono lì davanti a lei con la mandibola che sfiora la strada. L’encefalogramma è definitivamente piatto mentre il cardiogramma sembra un progetto per le montagne russe.
Raccolgo tutte le mie energie e riesco a chiederle dove sono e cosa stia mai succedendo.
Lei mi sorride di nuovo. Apre le bocca ma non sento nulla. Non è possibile.
Faccio uno scatto e l’afferro per le braccia. Due sensazioni diametralmente opposte risalgono i miei arti superiori e si scontrano al centro del mio essere. Freddo e caldo. Gelo e bollore. Lei è ghiaccio bollente.
Questa volta resisto. Non la lascio andare. Le urlo tutta la mia disperazione. Lei rimane impassibile. Poi inizia a ridere. Una risata piena. Rumorosa. Oscillante. Lentamente però la usa espressione cambia. Tutte le linee del suo viso vengono piegate verso il basso sino a mostrarmi una donna che piange.
La lascio.
Lei smette di colpo di piangere e mi fissa.
Questa volta sono io a girarmi ed ad andarmene. Vado verso la macchina che ha ancora la portiera aperta. Salgo. Chiudo la portiera. Mi gira la testa. Chiudo gli occhi. Li riapro. Mi volto nella direzione dove prima c’era la ragazza, ma so già che non vedrò nulla. Sarà di nuovo scomparsa.
No! È lì e mi fissa. Immobile. Sembra una statua.
Parto facendo sgommare le ruote e sfiorando la ragazza ferma sulla strada. Sto scappando. Sono in fuga e non so neanche da cosa. Guardo nello specchietto e lei non c’è. Mi allontano.
Riguardo istintivamente nello specchietto, vedo solo la striscia di bitume delimitata da due linee bianche. Vuota. Sospiro, ma con poco sollievo. Ora la strada scorre veloce aggredita dai pneumatici che ruotano in maniera frenetica.
Il fiume di dubbi incrina la diga della paura sino a farla crollare. La domanda più forte e prepotente che si fa avanti è COSA STA SUCCEDENDO???
C’è qualcosa che non va. Ma cosa? Mi volto e seduta a fianco a me c’è lei. Ma come, quando, perché è salita?!
Lei sta guardando fissa davanti a se. Appena nota che la sto guardando si volta e mi fa cenno di tenere d’occhio la strada. Non dico o penso nulla. Giro la testa e seguo il suo consiglio. Mi concentro sulla strada. Il paesaggio cambia continuamente come se la pellicola di questo film fosse un patchwork di mille paesaggi . Giorno e notte, mare e montagna, sole e pioggia, città e campagna, verde e deserto, terra…cielo.
Non siamo più nell’abitacolo della mia auto, ma su una gondola che ondeggia tra le nuvole. Perso. Mi sento totalmente perso e meravigliato.

30 ottobre 2007

Notte buia - Parte seconda


DOON DOON DOON. Tre rintocchi di campana.
Tre rintocchi di campana!?! Di nuovo!? Ma com’è possibile? Dove sono? Cos’è tutto questo buio e questo vento caldo che sento sulla faccia?
Ho gli occhi chiusi. Li devo aver chiusi quando ho sentito l’orologio del campanile battere le ore o li avevo già chiusi prima? Ma perché?
Li apro. Sono in macchina. La macchina è ferma. È ferma sul ciglio della strada. La strada è ancora avvolta dalla nebbia, ma questa pian piano sta svanendo. Una strana sensazione bussa alla mia anima. Credo proprio che qualcuno mi stia guardando. Degli occhi gialli con piccole fessure nere sono davanti a me. Un gatto.
Un gatto dal pelo fulvo, con una macchia bianca sul muso, mi fissa. Un ululato in lontananza risuona vibrante portato dal vento che si è alzato. Il gatto salta giù dalla macchina e scappa nei campi. Un altro ululato. Più vicino. Quel suono mi fa accapponare la pelle, tanto che il mio primo riflesso è quello di chiudere le portiere della macchina. Silenzio. Cerco di concentrarmi. Non sento nulla. Non riesco a respirare. Dov’è l’aria. La lingua è arida e la bocca secca. Apro lo sportello. Scendo. Aria. Ho bisogno di aria. Ho bisogno di aria più di quanto la paura mi attanagli. I polmoni, come due mantici che lavorano al contrario, aspirano l’ossigeno e lo distribuiscono, tramite i globuli rossi, in tutto il corpo. Sono solo. Ora. Ho freddo anche nell’anima.
Non capisco cosa sia successo.
Il vento freddo che arriva dai campi mi aiuta a risvegliarmi, od almeno questa è la sensazione che provo. Mi sento più lucido, come dopo una doccia rinvigorente. Altri due respiri profondi e risalgo in macchina. La macchina è ancora accesa. Riparto. Spengo il riscaldamento. La luna ora è nascosta dietro una nuvola, se ne intravede solo l’alone. Cartello. Finalmente un indicazione. Ancora pochi chilometri e sarò a casa. Cosa sarà stato? Un colpo di sonno? Probabile. La settimana pesante in ufficio e la serata di baldorie mi avranno giocato un brutto scherzo. Per fortuna non è successo nulla.
Credo.
Arrivo al parcheggio del condominio dove abito. Cancello. Radiocomando. Pulsante open. Aperto. Tornello dei box. Box 125. Scendo. Apro la porta basculante. Mi volto verso l’auto e noto, incastrato sotto il tergicristallo, un fiore. Una rosa nera con delle striature blu. Come ci sarà arrivata? Sono sicuro che prima non c’era.
La prendo. Mi pungo. Ahi.
Nello stesso istante in cui il sangue inizia ad uscire sento qualcosa che mi tocca la gamba destra. Mi volto di colpo. Un gatto. Un gatto nero con la coda bianca. Inarca la schiena e si strofina di nuovo. Lo accarezzo. Lui, o lei, miagola. Cerco di capire se c’è qualcuno in giro che possa aver lasciato il fiore sul parabrezza della mia auto. Magari il proprietario del gatto. Il felino sembra aver letto i miei pensieri, gira la testa e mi guarda. In realtà non mi guarda, mi fissa. Miagola di nuovo prima di partire all’inseguimento di chi sa cosa, forse della sua colazione.
Metto la macchina nella “stalla”. In uno spazio così piccolo riposano comodamente tutti gli 80 cavalli del motore della mia carrozza.
Salgo a casa. Apro la porta. Cucina. Lavello. Apro il rubinetto e riempio mezza bottiglia di vino. Questa l’ho svuotata qualche sera fa; in uno di quei momenti in cui cercavo conforto tra le braccia di una dama pericolosa, che attenua e cancella per un attimo il dolore, per poi restituirtelo amplificato quando ne diventi schiavo. La utilizzo come vaso per la rosa. Camera da letto. Mi spoglio e mi corico sotto le coperte. Le lenzuola sono fredde. Mi rannicchio in posizione fetale. Fortunatamente il caldo corporeo riscalda velocemente il giaciglio. Chiudo nuovamente gli occhi. Esco da questo mondo e mi ritrovo nuovamente in macchina. La radio trasmette la musica di Orfeo. La strada scorre lenta. In macchina non sono solo. C’è qualcuno accanto a me. Mi volto.
È la ragazza che ho visto, che credo di aver visto, sulla strada questa sera solo che ha i capelli neri. Di un nero così intenso da sembrare blu. La strada è la stessa che ho percorso questa notte, solo che al posto dei campi da una parte c’è il mare e dall’altra una pineta. Buia. Guardo la strada e cerco di riconoscere i luoghi. Non ce la faccio. Mi volto verso il passeggero. Lei guarda fisso davanti a se. Di profilo sembra ancor di più una bambola. Provo a chiederle dove siamo. Lei si volta. Mi guarda. Sorride. I denti sono di un bianco abbacinante. Si volta e torna a guardare davanti a se. Le chiedo come si chiama. Nulla. Provo a ripetere la domanda. Ancora nulla. Provo ad allungare la mano per toccarla e richiamare la sua attenzione. Lei appena sente il contatto della mia mano fa un balzo sul sedile. Io ritraggo prontamente l’arto che mi brucia. Mi sembra di aver preso una teglia dal forno senza guanti. Il palmo mi fa male. Cerco di capire cosa sia successo. Guardo prima la mia mano destra e poi lei. Poi di nuovo la mia mano destra e di nuovo lei. Lei mi fissa e cerca di dirmi qualcosa. Non sento. Il volume della radio si è alzato improvvisamente.
Non capisco come sia successo.
La spengo, ma quando alzo lo sguardo verso il posto alla mia destra vedo solo il sedile. Nulla. D’istinto mi volto a guardare i posti dietro. Nulla anche lì. Guardo in tutti gli specchietti, fuori dal finestrino. Nulla. È scomparsa di nuovo.
Ma cosa sta succedendo? Fermo la macchina. Le mani mi tremano. Stringo il volante e cerco di mettere a fuoco il paesaggio che ho davanti. Non capisco. Le mani mi si fanno rapidamente bianche. Sto stringendo troppo forte. Lascio il volante e faccio cadere le braccia. Mi butto sul sedile e mi rendo conto che sto digrignando i denti. Provo a rilassarmi. Cerco di distendere i nervi del viso e di respirare con regolarità. Chiudo gli occhi. Cerco di non farmi sopraffare dall’angoscia. Uno strano rumore viene da fuori. Velocemente alzo le palpebre. La pupilla è dilatata. Sul cofano della macchina c’è un gabbiano che mi guarda. D’istinto suono il clacson per farlo scappare. dall’auto esce un suono basso da sirena portuale. Il volatile prende il volo lasciando sulla carrozzeria un ricordo di se, che un buon lavaggio toglierà via.
Di colpo sento le onde infrangersi sugli scogli alla mia destra. Un altro colpo ai miei timpani viene dato dai rumori che arrivano dalla pineta alla mia sinistra.
Ma dove sono?

29 ottobre 2007

Notte buia - Parte prima


Sono in macchina in questa notte fredda e buia di fine Ottobre. Le nuvole rispecchiano l’inquinamento luminoso e rendono il cielo di un rosso ovattato. Ogni tanto una luna piena e pelosa sbuca da questa trapunta ed illumina, in maniera ancor più fredda dell’area, il paesaggio. Ma che paesaggio. Questa foschia rende indefiniti i contorni al di fuori dell’abitacolo. Fisso la riga di mezz’aria e la seguo come il naso di uno stupefatto pedina la polvere sullo specchietto. La stazione radio trasmette le solite canzoni d’amore. Dovrei cambiare stazione radio, ma il supporto hi-fi è molto fedele a questa emittente, tanto da farmi sentire solo le sue note. Dopo un po’ la musica risulta tremolante, sembra che la radio abbia preso una brutta tosse rendendo difficoltoso l’ascolto delle sue onde. Forse il mare dell’etere si è leggermente congelato. Fa veramente freddo. Spengo la radio. Come compagno di viaggio è poco di compagnia. Per fortuna il riscaldamento, sparato a palla, lenisce questa gelida serata. Peccato che non ci sia un comando simile per togliere il freddo che sento nel cuore.

Il silenzio mi riporta prepotentemente alla serata appena trascorsa. I pensieri vengono a galla come piccole bollicine di una bevanda troppo gasata.
Telefonata. Cena. Dopo cena. Un bicchierino. Casa. La sua. Baci. Camera da letto. Nudi. Sesso. Non amore. Lei si addormenta. Rivestirsi. La guardo. Uscire. Auto. Fuga.
Ogni volta che la vita colpisce duro mi ritrovo nel letto di una donna a scaricare tutta la mia rabbia e frustrazione. Le reazioni chimiche innescate dall’accoppiamento, all’interno del mio corpo, attutiscono per un po’ l’amaro che la vita mi ha servito. Peccato che questa non sia una cura, ma solo un paliativo. Chi sa lei domani cosa penserà. Si ricorderà della notte brava? Sarò stato anch’io per lei solo uno zuccherino per togliere il gusto di vomito che a volte la vita ti fa sentire in bocca, quando ormai hai ingoiato troppe bruttezze e non ce la fai più a trattenerle. E mentre cerchi di urlare tutta la tua rabbia queste risalgono sino in gola, sino al cavo orale. Ti riempiono la bocca facendo in modo che tu non possa gridare, ma solo sentirne nuovamente il sapore.

L’asfalto scorre lento sotto le ruote della macchina. Non vede l’ora di arrivare a casa, la mia, o meglio della banca sino a quando non finirò di pagare il mio debito con il gentile istituto creditizio che mi ha prestato i soldi per permettere di realizzare il mio sogno. Non essere un bamboccione. Avere uno spazio mio, dove poter essere RE, anche se per ora me ne sento schiavo. Mutuo. Spesa. Pulizia. Riordinare.
Da quanto sono in viaggio? Eppure all’andata non mi sembrava di aver fatto così tanti chilometri. Sarà stata la bramosia. Cerco qualche punto di riferimento, ma nulla. La visibilità è sempre più ridotta e su questa statale non c’è neanche un posto illuminato dove fermarsi. Ci sono solo campi ed alberi. Di giorno questa strada è un parcheggio in movimento. La velocità di crociera solitamente è inferiore a quella di una lumaca in fase di trasloco. Ed ora non passa neanche una macchina. Sono in Italia ma potrei essere in Transilvania. Chi sa se girano vampiri e lupi mannari per questa brughiere.

Frena. Freno. Pedale del freno. Pigio. Ruote bloccate. Un fischio acuto. Sono fermo. L’auto è ferma.
Sono riuscito a bloccarmi a qualche pelo da questa figura che mi si è parata davanti. Il cuore in compenso è partito in una tarantella super accelerata. Sento i battiti rimbombare nel cranio, come se il mio muscolo cardiaco avesse preso l’arteria giugulare e fosso arrivato direttamente tra le orecchie.
Il respiro si è perso. I polmoni cercano di richiamarlo. E per fortuna non c’è bisogno di chiamare chi l'ha visto. È tornato come il più fedele dei collie irlandesi. I polmoni tornano a riempirsi e le corde vocali a vibrare.
La figura è ancora lì. Mi sembra di essere davanti ad una fotografia. L’immagine si fa più nitida a mano a mano che il sangue torna a fluire in maniera uniforme nelle vene. Gli occhi mettono a fuoco l’insieme. Davanti ai fari della macchina c’è una ragazza dai lunghi capelli ricci. Rossi. La pelle lattea ed il vestito nero, come quello di un’educanda, mi fanno ricordare una delle bambole di porcellana che mia nonna teneva sul comò in camera da letto. La corporatura esile, gli occhi grandi , forse anche troppo per l’ovale del suo viso. Il naso è importante, ma non stona sul viso di questa sconosciuta. Un piccolo neo appena sopra il labbro superiore, come andava di moda tra le signore di epoche diverse ed ormai lontane… mi ritrovo così a fare un identikit mentale di questa persona che mi fissa.
Sento il suo sguardo su di me, anzi dentro di me.
Ok le sinapsi cerebrali stanno tornando a fare il loro dovere. Scendo dall’auto e chiedo alla ragazza se va tutto bene, se si è fatta male, ed una nuvoletta di vapore esce, con il suono, dalla mia bocca. Lei segue i miei movimenti tenendo lo sguardo fisso e muovendo leggermente la testa. Ma non mi risponde, forse è ancora spaventata.


Mi avvicino e sento DOON DOON DOON. Tre rintocchi di campana.
Mi blocco, e non solo io. Anche il cuore che prima batteva come i pistoni di una formula uno sul rettilineo di Monza ora si è fermato. Tre rintocchi di campana. Non ricordo di aver visto chiese lungo la strada. Il cuore riprende a camminare. Prima piano e poi sempre un po’ più forte sino a raggiungere il normale funzionamento. Lo sguardo della ragazza è sempre più fisso e pesante. Mi sembra di avere sulle spalle uno zaino pieno di sassi, freddi.
Un brivido mi sale dalla schiena ed arriva sino alla nuca e da lì si dirama verso la radice di ogni capello che non ha ancora salutato i suoi compagni sulla collina sopra la mia fronte.
Mi avvicino ed allungo una mano per scuoterla, ma il contatto con quel essere mi trasmette una scossa che gela le ultime parti ancora calde nel mio corpo. Lei si divincola e fa un passo indietro senza distogliere gli occhi dai miei. Mi fissa come fanno a volte i bovini. Uno sguardo indecifrabile. Dentro le sue iridi nere mi sembra di vedere il vuoto.
Muove le labbra ma non sento alcun suono. Lei continua ad aprire e chiudere la bocca. Le dico che non sento nulla per cui mi avvicino. Scuote la testa. Fa nuovamente un passo indietro e continua a muovere la mandibola, il palato ma le sue corde vocali sono immobili. Fisso allora quelle labbra violacee, esangui, e cerco di leggere il messaggio che mi vuole trasmettere, ma non capisco nulla. Forse sto cercando di leggere un libro scritto in un’altra lingua. Distolgo gli occhi dalla parte bassa del viso richiamato dal suo sguardo che si fa a poco a poco più leggero. I suoi contorni si fanno sempre meno definiti. La nebbia sta scendendo troppo velocemente. La chiamo. Non sento alcun suono. Faccio un passo verso quest’essere sempre più etereo. Grido, ma mi sembra che il suono della mia voce sia tutta dentro di me. Non riesco a sentirlo. Provo ad avvicinarmi ma non riesco più a vederla. Mi guardo in giro, mi volto in tutte le direzioni. Aguzzo la vista neanche stessi cercando l’indizio risolutore di un gioco enigmatico.
Non c’è più. Scomparsa.
Mi guardo in giro. Chiamo. Nulla. Silenzio.

25 ottobre 2007

Non lo rifarei

Questa mattina pensavo a quale argomento sviluppare per il prossimo post. È un po’ di tempo che mi gira questa idea. Non so a quanti sia capitato di sentirsi porre la domanda:
ma se tu potessi tornare indietro, che faresti? Rifaresti tutto nello stesso modo o cambieresti qualcosa?
Cambierei un bel po’ di cose. Sicuramente eviterei la quantità di errori e cavolate fatte.
Meglio farne di nuovi.

So che ci sono cose che non potrei cambiare, ma per le altre ci proverei. Molto probabilmente così facendo non sarei quello che sono oggi. Forse sarei peggio o meglio (più bello di così ne dubito, ed anche per la fine intelligenza ed i modi gentili non credo si possa fare di più. Per la modestia, forse, oppure conviene aspettare la prossima release).
Non riesco a capire quelli che dicono rifarei tutto. Allora dai tuoi errori non hai capito nulla! Studiare la storia, ed in questo caso l’avresti vissuta, serve proprio per evitare di commettere gli stessi vecchi errori. Meglio quelli nuovi.
Eppure a volte mi ritrovo in un déjà vu. Eccomi che rifaccio il medesimo sbaglio. Ma come sarà mai possibile mi chiedo. È più forte di me. Ci sono occasioni che mi vedono sempre protagonista di sviste e cantonate da concorso di sosia di Paperino.

Mentre il mio ripetere in maniera diabolica la stessa mancanza, crea problemi maggiormente a me, quelli ripetuti da governanti e gente di potere si ripercuotono su migliaia di persone, se non addirittura su milioni di essi, eppure si torna sempre al punto di partenza, come nel Monopoli, magari passando dalla galera o pagando la sosta in Parco della Vittoria e piangendo su Vicolo Corto.
Ma non voglio dare a loro tutta la colpa. Se sono arrivati lì vuol dire che qualcuno lo ha permesso o non ha fatto nulla per evitarlo o ridimensionarli. Un amico ha scritto nel suo blog:

PERCHE' IL MALE TRIONFI,
E' SUFFICIENTE CHE
IL BENE RINUNCI ALL'AZIONE !!!

E forse un po’ di colpa ce l’ho anch’io…ok togliamo il forse.

Ora bisogna capire cosa fare per rimediare a questi errori. A volte bastano delle scuse, altre volte le scuse devono essere più ricche di una semplice frase. Potrebbe bastare far valere i propri diritti e mettere la X su un'altra lista. Oppure capire quando è necessario smetterla di stare zitti o cominciare.

Vi lascio con il pensiero della sera:
Chi fa può sbagliare.
Chi non fa sbaglia sicuramente!

22 ottobre 2007

Cipolla

Questa settimana ho partecipato alla proclamazione dei Dottori in Ricerca, in qualità di pubblico, in quanto amico ed ex collega di alcuni di loro. Come tutti gli eventi di questo genere, dopo i discorsi noiosissimi e retorici delle autorità, c’è stata la vera e propria proclamazione di queste persone che dovrebbero diventare il fiore all’occhiello della ricerca italiana. La speranza di molti è che tra i proclamati ci sia un futuro nobel, qualcuno capace di dare una svolta nel suo campo di studi.
Finiti i convenevoli è partito il solito assalto al buffet, riportando l’atmosfera a qualcosa di più reale e tangibile dell’area fritta dei discorsi fatti da questi signorotti togati. Ma non è di questo che voglio parlare. Dovete avere ancora un po’ di pazienza.
Fatto le foto, mangiato e fatto altre foto, sono tornato in ufficio.
Appena seduto alla mia postazione sono stato nuovamente catapultato nella solita routine, neanche la sedia fosse una macchina del tempo ed il pc una console. Riecco le utenti che chiamano con le richieste più stupide.
E sì, se i miei ex colleghi lavorano in un ambiente che dovrebbe stimolare la loro intelligenza, e quindi il loro lavoro dovrebbe essere legato alle loro capacità di elaborazione mentale e non ad appendici orali utilizzate per la pulizia di orifizi fortunati (leggasi LECCA CULO), io lavoro spesso a contatto con la stupidità di qualcun altro. Mi capita spesso di lamentarmi, con i colleghi, della scarsa attività cerebrale dei miei utenti; ed ogni volta mi tornano in mente le parole della mia ex responsabile di progetto:” ringrazia che loro sono stupide, altrimenti noi non avremo il lavoro”. Quindi io lavoro solo perché c’è qualcuno di così deficiente che non è in grado di essere lasciato solo al lavoro.
Come quando si compra una macchina, che si pensa unica e poi si inizia a vederne uguali da tutte le parti, così inizio a leggere da tutte le parti di intelligenza e stupidità. Premi nobel, e quindi persone che si dovrebbero ritenere intelligenti, escono con affermazioni di una stupidità ancestrale disarmante, oppure la telefonata che ti riporta alla mente le parole di un grande studioso del secolo scorso. C.M. Cipolla.
Cipolla ha dato una sua definizione di stupidità, oltre ad alcune regole:

1. Sempre e inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero di individui stupidi in circolazione.
2. La probabilità che una certa persona sia stupida è indipendente da qualsiasi altra caratteristica della persona stessa.
3. Una persona è stupida se causa un danno a un’altra persona o ad un gruppo di persone senza realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo un danno.
4. Le persone non stupide sottovalutano sempre il potenziale nocivo delle persone stupide; dimenticano costantemente che in qualsiasi momento e luogo, e in qualunque circostanza, trattare o associarsi con individui stupidi costituisce infallibilmente un costoso errore.
5. La persona stupida è il tipo di persona più pericoloso che esista.

Come si vede dalla terza legge, Cipolla individua due fattori da considerare per indagare il comportamento umano:
Danni o vantaggi che l'individuo procura a sé stesso
Danni o vantaggi che l'individuo procura agli altri

Da qui si ottiene il sottostante grafico:





E se dovessi essere sincero, molte volte i miei utenti vivono saltellando, come rosei chobin terrestri, tra lo stato di stupidi e quello di sprovveduti.

Nel mondo ci sono le persone che fanno la cosa giusta e quelle felici. ecco i miei utenti sono tutti felici, e non solo loro, mentre io, quando ho a che fare con loro, cado nella più buia tristezza.
E' proprio vero che è l’ignoranza a rendere felici, mentre la conoscenza porta dubbi e tristezza. Pensate al fascino di una magia, se viene spiegato il trucco, si perde il mistero che avvolge l'illusione e quindi tutto lo stupore e la felicità che essa provoca.
Ed ecco l’ennesima telefonata. La solita richiesta.
Ignorante dovrebbe indicara una persona che ignora, quindi se gli dico che è ignorante, esce dallo status di ignorante per atterrare direttamente in quello di deficiente. Cosi la smette di ignorare ed inizia a deficere. Ogni volta che cerco di spiegare dove è stato fatto l’errore, mi sembra di parlare con un muro su cui qualcuno ha scritto “ abbaso la squola” come un novello pinocchio.
È proprio vero che: "STUPIDO E’ CHI LO STUPIDO FA!!!"

15 ottobre 2007

IMMAGINI E PAROLE





Ecco, mi sono fatto convincere a fare questo maledetto viaggio e non posso neanche arrabbiarmi con la persona che mi ha convinto, visto che sono proprio io. Questi sdoppiamenti di personalità per autoconvincermi a fare le cose che già so che farò mi sembra solo una difesa di carta davanti al mare di terra che si vede dal finestrino di questo aereo.
Se non ne vedessi le ali direi di essere su un toboga al Luna Park da come si balla, anche se a ben guardare l’aereo ricorda uno di quelli delle giostre, ma dove sarà mai il baracchino dello zucchero filato…lasciamo perdere ogni vaga idea di mettere nello stomaco qualcosa. Dovevo utilizzare il metodo Marquez, bere quattro whiskey prima di salire in aereo, ma probabilmente il pilota se ne è serviti anche di più. Quando sono salito e l’ho visto mi sembrava uno di quei barboni ubriachi appena uscito dalla casa della provvidenza con il vestito “nuovo” in dosso. Tra le altre cose aveva uno sguardo che gli permetteva di guardare in contemporanea gli strumenti ed il paesaggio, nel senso del culo dell’hostess. Ma i piloti non dovevano avere una vista perfetta? Probabilmente lui ce l’ha, almeno per un occhio alla volta.
Spero non voglia usare l’aereo come shaker per agitare il suo martini, che qui quello che si agita sono io, e sono anche senza oliva, quindi cattivo.
Gli altoparlanti gracchiano che ci troviamo in una zona di vuoti d’aria, e quindi ci prega di tenere allacciate le cinture e di chiudere i tavolini davanti a noi. Se potessi gli direi che oltre la cintura mi sono legato al sedile anche con le bretelle, tanto da sembrare un esperimento di escapologia.
Devo pensare a qualcosa, devo riuscire a concentrarmi su un’idea od un pensiero altrimenti quando scendo da questo aereo sembrerò il fratello del pilota. La gente mi guarda come se fossi un maniaco appena uscito dal cinema dopo aver visto Arancia Meccanica, Natural Born Killer o Titanic, con l’idea fissa di ammazzare quel gastone di Di Caprio in maniera truculenta.
A che cosa posso pensare. Al lavoro lasciato in una delle città con la peggior area d’Europa? Agli utenti con il cervello sott’olio per conservare più a lungo il loro neurone adibito alle funzioni vitali?
Agli amici? Meglio le amiche, allora. Ma no che poi mi intristisco perché penso che non riesco mai a vederli. Ci sono penso alla stupenda rossa, occhi verdi che mi aspetta alla fine di questo viaggio. Ripenso al modo casuale con cui ci siamo conosciuti, alle belle giornate passate insieme nelle rispettive città di origine. Ai viaggi da lei. Alle lunghe telefonate in cui più delle parole contava il suono della sua voce. Alle gita fuori porte che finivano sempre con una pennichella su qualche prato all’ombra di qualche albero. Ai giorni grigi senza sentirla. Alle montagne russe dei sogni che la vedevano protagonista. A lei che si avvicina con in mano due bicchieri di buon nettare degli dei per accompagnare i ricchi e saporiti piatti delle sue terre.
Se continuo così va a finire che sbavo più di una lumaca e l’hostess rischia di scivolare fuori dall’aereo.
“Tra qualche minuto atterreremo all’aeroporto dell’isola che non c’è, siete pregati di spegnere ...”
Capitano non si preoccupi ho spento tutto, anche la facoltà di elaborare pensieri complessi. Non vedo l'ora di essere fuori di qui e dentro al mio sogno.
DRIIIIIN!!! DRIIIIIN!!! DRIIIIIN!!! DRIIIIIN!!!
Apro gli occhi e mi ritrovo in uno di quei Lunedì che vorresti che fosse già Sabato.
Il mio subconscio inizia ad intonare "ODIO I LUNEDI! ODIO QUEI GIORNI LI!"
Per i disegni un grazie a Diego.