30 ottobre 2007

Notte buia - Parte seconda


DOON DOON DOON. Tre rintocchi di campana.
Tre rintocchi di campana!?! Di nuovo!? Ma com’è possibile? Dove sono? Cos’è tutto questo buio e questo vento caldo che sento sulla faccia?
Ho gli occhi chiusi. Li devo aver chiusi quando ho sentito l’orologio del campanile battere le ore o li avevo già chiusi prima? Ma perché?
Li apro. Sono in macchina. La macchina è ferma. È ferma sul ciglio della strada. La strada è ancora avvolta dalla nebbia, ma questa pian piano sta svanendo. Una strana sensazione bussa alla mia anima. Credo proprio che qualcuno mi stia guardando. Degli occhi gialli con piccole fessure nere sono davanti a me. Un gatto.
Un gatto dal pelo fulvo, con una macchia bianca sul muso, mi fissa. Un ululato in lontananza risuona vibrante portato dal vento che si è alzato. Il gatto salta giù dalla macchina e scappa nei campi. Un altro ululato. Più vicino. Quel suono mi fa accapponare la pelle, tanto che il mio primo riflesso è quello di chiudere le portiere della macchina. Silenzio. Cerco di concentrarmi. Non sento nulla. Non riesco a respirare. Dov’è l’aria. La lingua è arida e la bocca secca. Apro lo sportello. Scendo. Aria. Ho bisogno di aria. Ho bisogno di aria più di quanto la paura mi attanagli. I polmoni, come due mantici che lavorano al contrario, aspirano l’ossigeno e lo distribuiscono, tramite i globuli rossi, in tutto il corpo. Sono solo. Ora. Ho freddo anche nell’anima.
Non capisco cosa sia successo.
Il vento freddo che arriva dai campi mi aiuta a risvegliarmi, od almeno questa è la sensazione che provo. Mi sento più lucido, come dopo una doccia rinvigorente. Altri due respiri profondi e risalgo in macchina. La macchina è ancora accesa. Riparto. Spengo il riscaldamento. La luna ora è nascosta dietro una nuvola, se ne intravede solo l’alone. Cartello. Finalmente un indicazione. Ancora pochi chilometri e sarò a casa. Cosa sarà stato? Un colpo di sonno? Probabile. La settimana pesante in ufficio e la serata di baldorie mi avranno giocato un brutto scherzo. Per fortuna non è successo nulla.
Credo.
Arrivo al parcheggio del condominio dove abito. Cancello. Radiocomando. Pulsante open. Aperto. Tornello dei box. Box 125. Scendo. Apro la porta basculante. Mi volto verso l’auto e noto, incastrato sotto il tergicristallo, un fiore. Una rosa nera con delle striature blu. Come ci sarà arrivata? Sono sicuro che prima non c’era.
La prendo. Mi pungo. Ahi.
Nello stesso istante in cui il sangue inizia ad uscire sento qualcosa che mi tocca la gamba destra. Mi volto di colpo. Un gatto. Un gatto nero con la coda bianca. Inarca la schiena e si strofina di nuovo. Lo accarezzo. Lui, o lei, miagola. Cerco di capire se c’è qualcuno in giro che possa aver lasciato il fiore sul parabrezza della mia auto. Magari il proprietario del gatto. Il felino sembra aver letto i miei pensieri, gira la testa e mi guarda. In realtà non mi guarda, mi fissa. Miagola di nuovo prima di partire all’inseguimento di chi sa cosa, forse della sua colazione.
Metto la macchina nella “stalla”. In uno spazio così piccolo riposano comodamente tutti gli 80 cavalli del motore della mia carrozza.
Salgo a casa. Apro la porta. Cucina. Lavello. Apro il rubinetto e riempio mezza bottiglia di vino. Questa l’ho svuotata qualche sera fa; in uno di quei momenti in cui cercavo conforto tra le braccia di una dama pericolosa, che attenua e cancella per un attimo il dolore, per poi restituirtelo amplificato quando ne diventi schiavo. La utilizzo come vaso per la rosa. Camera da letto. Mi spoglio e mi corico sotto le coperte. Le lenzuola sono fredde. Mi rannicchio in posizione fetale. Fortunatamente il caldo corporeo riscalda velocemente il giaciglio. Chiudo nuovamente gli occhi. Esco da questo mondo e mi ritrovo nuovamente in macchina. La radio trasmette la musica di Orfeo. La strada scorre lenta. In macchina non sono solo. C’è qualcuno accanto a me. Mi volto.
È la ragazza che ho visto, che credo di aver visto, sulla strada questa sera solo che ha i capelli neri. Di un nero così intenso da sembrare blu. La strada è la stessa che ho percorso questa notte, solo che al posto dei campi da una parte c’è il mare e dall’altra una pineta. Buia. Guardo la strada e cerco di riconoscere i luoghi. Non ce la faccio. Mi volto verso il passeggero. Lei guarda fisso davanti a se. Di profilo sembra ancor di più una bambola. Provo a chiederle dove siamo. Lei si volta. Mi guarda. Sorride. I denti sono di un bianco abbacinante. Si volta e torna a guardare davanti a se. Le chiedo come si chiama. Nulla. Provo a ripetere la domanda. Ancora nulla. Provo ad allungare la mano per toccarla e richiamare la sua attenzione. Lei appena sente il contatto della mia mano fa un balzo sul sedile. Io ritraggo prontamente l’arto che mi brucia. Mi sembra di aver preso una teglia dal forno senza guanti. Il palmo mi fa male. Cerco di capire cosa sia successo. Guardo prima la mia mano destra e poi lei. Poi di nuovo la mia mano destra e di nuovo lei. Lei mi fissa e cerca di dirmi qualcosa. Non sento. Il volume della radio si è alzato improvvisamente.
Non capisco come sia successo.
La spengo, ma quando alzo lo sguardo verso il posto alla mia destra vedo solo il sedile. Nulla. D’istinto mi volto a guardare i posti dietro. Nulla anche lì. Guardo in tutti gli specchietti, fuori dal finestrino. Nulla. È scomparsa di nuovo.
Ma cosa sta succedendo? Fermo la macchina. Le mani mi tremano. Stringo il volante e cerco di mettere a fuoco il paesaggio che ho davanti. Non capisco. Le mani mi si fanno rapidamente bianche. Sto stringendo troppo forte. Lascio il volante e faccio cadere le braccia. Mi butto sul sedile e mi rendo conto che sto digrignando i denti. Provo a rilassarmi. Cerco di distendere i nervi del viso e di respirare con regolarità. Chiudo gli occhi. Cerco di non farmi sopraffare dall’angoscia. Uno strano rumore viene da fuori. Velocemente alzo le palpebre. La pupilla è dilatata. Sul cofano della macchina c’è un gabbiano che mi guarda. D’istinto suono il clacson per farlo scappare. dall’auto esce un suono basso da sirena portuale. Il volatile prende il volo lasciando sulla carrozzeria un ricordo di se, che un buon lavaggio toglierà via.
Di colpo sento le onde infrangersi sugli scogli alla mia destra. Un altro colpo ai miei timpani viene dato dai rumori che arrivano dalla pineta alla mia sinistra.
Ma dove sono?

2 commenti:

alpaox ha detto...

aspetto una copia autografata del tuo primo libro ......

Carmine ha detto...

ti firmerò volentieri il mio ricettario alcolico. tutte ricette che prevedono l'utilizzo di almeno un ingrediente alcoooooolico.
in fin dei conti il blog si chiama GAMBARAALACOLICA mica a caso.