31 ottobre 2007

Notte buia - Terza parte




DOON DOON DOON Tre rintocchi di campana.
Nuovamente tre rintocchi di campana. Tre rintocchi di campana che mi destano.
Apro gli occhi. Dove sono? Ci metto un po’ a mettere a fuoco ciò che mi circonda. Sono ancora in macchina. Fermo sul ciglio della strada. Il motore acceso. L’area calda che viene sospinta nell’abitacolo dalla ventolina che gira. La radio spenta. A destra e sinistra non ho più il mare e la pineta, ma nuovamente i campi.
Un buco nella coperta della trapunta di nuvole mostra l’angolo di cielo dove la luna sta transitando. Un fascio di luce viene rovesciato sui campi. Desolazione. Questi campi hanno un area strana. Non si vede alcuna traccia di vita animale o vegetale. Solo terra. Non mi sembrano gli stessi campi attraversati nel viaggio di andata.
Riparto. Non so perché ma sento la necessità di allontanarmi da qui. Le ruote slittano un po’ sul brecciolino facendo si che l’auto non reagisca prontamente ai comandi impartiti. Appena giunti sull’asfalto della carreggiata la macchina prende il giusto andazzo. Vado avanti, o almeno questo è quello che spero.
La strada e dritta eppure non riesco a vederne la fine. L’auto scorre lungo il tragitto che dovrebbe portarmi a casa o comunque lontano da qui. Un incrocio.
All’improvviso un incrocio.
Non c’è nessuna indicazione. Ed ora? Da che parte devo andare?
Provo a guardare in tutte le direzione per scorgere qualcosa che possa darmi un indizio. Nulla. Stringo gli occhi nel tentativo di guardare più lontano, nella posizione della vedetta miope. Niente di fatto.
Cerco di fare mente locale e capire almeno dove sono i punti cardinali. Nord. Sud. Est. Ovest. La casa che ho lasciato si trova a Sud di quella dove vorrei essere ora, la mia. Quindi, dovrei procedere verso Nord, sempre che non abbia già superato casa mia. Se così fosse vorrebbe dire che mi sono allontanato verso Est od Ovest in un movimento diagonale o circolare, oppure semicircolare o una spezzata. Confusione. Caos.
Ho i neuroni che rimbalzano tra di loro e contro la mia scatola cranica come palline in un barattolo che cade dalle scale. Mal di testa. Nervosismo. Ancora più mal di testa.
BAASTAAAAAAA!!!
Istinto. Mi devo affidare al mio istinto.
Giro a sinistra.
Seguo la via del cuore, come farebbe la Tamaro. Speriamo porti fortuna anche a me.
Procedo per quello che potrebbe essere un minuto come un ora o una vita. Non so. Il non avere punti di riferimento spaziali mi sta facendo perdere anche quelli temporali.
C’è un piccolo slargo. Accosto. Mi fermo. Di nuovo. Non so cosa fare. La disperazione monta neanche fosse maionese, ed il rischio è che poi impazzisca, io.
Calma. Mi ripeto più volte calma come se fosse un tantra che possa allineare i miei chakra. Devo stare calmo.
Alzo gli occhi e, nel cono di luce dei fari, vedo una persona attraversare la strada. Una testa bionda spunta da un mantello nero. Un attimo ed è passata.
Scendo. In un attimo sono alla rincorsa di quest’anima notturna. Non mi sfiora neanche il pensiero del pericolo che può essere legato ad un incontro notturno in un luogo isolato e desolato.
Grido il più classico dei MI SCUSI, con la speranza che la sorte sia girata e di trovare, tra le conoscenze della persona che sto inseguendo, quella che mi riporterà a casa.
La figura si ferma. Si gira. Lei. Di nuovo lei. Solo che ora è bionda. Mi guarda. Non è stupita ne spaventata di vedermi lì, mentre io si. Mi tremano le gambe.
Sono lì davanti a lei con la mandibola che sfiora la strada. L’encefalogramma è definitivamente piatto mentre il cardiogramma sembra un progetto per le montagne russe.
Raccolgo tutte le mie energie e riesco a chiederle dove sono e cosa stia mai succedendo.
Lei mi sorride di nuovo. Apre le bocca ma non sento nulla. Non è possibile.
Faccio uno scatto e l’afferro per le braccia. Due sensazioni diametralmente opposte risalgono i miei arti superiori e si scontrano al centro del mio essere. Freddo e caldo. Gelo e bollore. Lei è ghiaccio bollente.
Questa volta resisto. Non la lascio andare. Le urlo tutta la mia disperazione. Lei rimane impassibile. Poi inizia a ridere. Una risata piena. Rumorosa. Oscillante. Lentamente però la usa espressione cambia. Tutte le linee del suo viso vengono piegate verso il basso sino a mostrarmi una donna che piange.
La lascio.
Lei smette di colpo di piangere e mi fissa.
Questa volta sono io a girarmi ed ad andarmene. Vado verso la macchina che ha ancora la portiera aperta. Salgo. Chiudo la portiera. Mi gira la testa. Chiudo gli occhi. Li riapro. Mi volto nella direzione dove prima c’era la ragazza, ma so già che non vedrò nulla. Sarà di nuovo scomparsa.
No! È lì e mi fissa. Immobile. Sembra una statua.
Parto facendo sgommare le ruote e sfiorando la ragazza ferma sulla strada. Sto scappando. Sono in fuga e non so neanche da cosa. Guardo nello specchietto e lei non c’è. Mi allontano.
Riguardo istintivamente nello specchietto, vedo solo la striscia di bitume delimitata da due linee bianche. Vuota. Sospiro, ma con poco sollievo. Ora la strada scorre veloce aggredita dai pneumatici che ruotano in maniera frenetica.
Il fiume di dubbi incrina la diga della paura sino a farla crollare. La domanda più forte e prepotente che si fa avanti è COSA STA SUCCEDENDO???
C’è qualcosa che non va. Ma cosa? Mi volto e seduta a fianco a me c’è lei. Ma come, quando, perché è salita?!
Lei sta guardando fissa davanti a se. Appena nota che la sto guardando si volta e mi fa cenno di tenere d’occhio la strada. Non dico o penso nulla. Giro la testa e seguo il suo consiglio. Mi concentro sulla strada. Il paesaggio cambia continuamente come se la pellicola di questo film fosse un patchwork di mille paesaggi . Giorno e notte, mare e montagna, sole e pioggia, città e campagna, verde e deserto, terra…cielo.
Non siamo più nell’abitacolo della mia auto, ma su una gondola che ondeggia tra le nuvole. Perso. Mi sento totalmente perso e meravigliato.

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