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23 aprile 2021

Scena metropolitana - Cenerentola ninja.

Caro lettore,

   visto il periodo di pandemia mi trovo ad andare in ufficio solo un paio di giorni al mese. Questi sono anche i giorni in cui prendo la metropolitana per raggiungere la sede della società per cui lavoro.

Lo so, fino a qui nulla di strano, lo fanno in molti, ma a me oggi è capitata una cosa strana. Ho assistito ad una scena degna di una candid camera. Provo a raccontare di cosa sono stato testimone:

Da poco è passato l’orario delle scolaresche ed è iniziato quello degli impiegati dalle 9:00 alle 17:00 orario continuato. La banchina della metropolitana accoglie quindi una decina di persone quando arrivo io, che come loro mi metto in attesa. Il display presente segnala 3:30 min di attesa.

Come da bravo “metropolitano” mi posizione all’altezza più comoda per scendere ed attendo guardando il fondo della galleria.

Arriva la mia corriera sotterranea e salgo, insieme agli altri passegeri. Essendo una delle prime fermate solitamente non scende nessuno a quest’ora e quindi tutti sprintano per accaparrarsi i posti a sedere, che in questo periodo si sono dimezzati.

Oltre ai passeggeri, che attendevano in banchina, sembra sia salito anche un insetto simile ad un moscone, nero e ronzante.

Questo essere volante ha messo un po' di agitazione tra i presenti che hanno iniziato ad improvvisare passi di danza per evitarne il contatto. Sembra quasi di essere alle prove di uno spettacolo circense, a metà tra danza e contorsionismo. Non vedevo certe mosse dal film “IL MIO NOME E’ REMO WILLIAM” o “MATRIX”.

Una passeggera si spaventa molto, tanto che decide di lasciare il suo mitico posto a sedere per allontanarsi facendo cenno alla sua amica di seguirla. L’amica fa il classico gesto:” tranquilla ci penso io”, ed in modo del tutto naturale si sfila la scarpa rossa che porta al piede destro, e con un gesto degno di un ninja secca l'essere volante con un sol colpo. TAC. Poi con la stessa naturalezza si reinfila la calzatura, come se niente fosse, tra lo sguardo sbalordito degli astanti, mio compreso, che vedo l’essere immondo giacere a terra inerme.

L’amica si risiede e ricominciano a parlare come se nulla fosse, mentre io cerco nello sguardo degli altri passeggeri un segno che mi confermi che quello che ho visto è davvero successo e non me lo sono sognato, ma le tracce di stupore che ancora si leggono sui volti mi conferma che la scena è davvero successa.

Ancora un paio di secondi e la vita riprende il suo corso, perché la frenesia metropolitana non consente di soffermarsi troppo su queste avventure, anche se vedono esibirsi una moderna Cenerentola Ninja.

01 giugno 2019

Ritorno stagionale


Caro Lettore rieccomi qui davanti al foglio a scrivere.
Di tempo ne è passato dall'ultima volta, forse troppo. In questo ultimo anno ho pensato spesso ha chiudere il blog, a salutarlo… ma non ce l’ho fatta. Ogni giorno mi ripromettevo di scrivere, anche poche righe, solo per far battere ancora un po’ il cuore di questo blog.
Ed allora eccomi qui a provare a raccontare qualcosa, quindi caro lettore porta pazienza.

In questi giorni, in cui le stagioni si racchiudano in una sola giornata, per la città mi capita di vedere persone che indossano piumini e sandali, cappelli di lana e pantaloncini, sciarpe e t-shirt.
Tutti con vari tipi di cuffie ad isolarli dal mondo esterno per essere collegati con mondi lontani, ed allora mi chiedo se la mattina appena svegli ascoltano le quattro stagioni di Vivaldi (a proposito chi di voi le ha mai ascoltate tutte e quattro?).
Non so se vi capita ma, a me, negli ultimi giorni capita di andare a dormire che è autunno, ci si sveglia in pieno inverno, si passa dalla primavera a pranzo e poi ci si trova in un pomeriggio d’estate. Ed alla sera, mentre le stelle iniziano a trapuntare il cielo magari nascoste da nuvoloni, tutti quanti ci si ritrova in farmacia tra colpi di tosse ed anti influenzali.
La tosse, ormai, non è più cronica ma gemella siamese.
I fazzoletti di carta, a breve, saranno accusati del cambiamento climatico a causa del disboscamento globale.
Nei freezer al supermercato si troveranno, tra i cibi esotici precotti anche brodi di gallina o tazze di cioccolata calda… no, quelle no!!! Potrei avere una reazione peggiore di quella di Fracchia la Belva Umana.
Immaginate una gita in un agriturismo per vedere gli animali e leggendo le targhette che indicano la tipologia faunistica che si sta osservando potreste leggere: Tosse Asinina, Influenza: Aviaria o Suina, Febbre da Cavallo… e poi ci si chiede perché esistono i Vegani.
Ed in questo pezzo non poteva mancare una delle frasi più gettonate in questo periodo: “Non esistono le mezze stagioni”. Solo che ormai le stagioni non sono più  intere, a tre quarti, a metà, appena iniziate e già finite ma sono quelle dei: Saldi, girone d’andata e di ritorno, del calcio mercato, di Sanremo, dei concerti negli stadi, della tua trasmissione preferita, del “non c’è nulla in tv”, “ancora i film di Bud Spencer e Terence Hill, o di Banfi e la Fenech” che poi guardiamo con la speranza che ci tengano giovani, del tormentone musicale, del “che si fa questa sera”, del si ritorna a scuola, di compro i regali ora così risparmio.
Ed ora bisogna trovare un modo per chiudere questo pezzo. Potrei cercare una frase d’effetto, una serie frase a metà che rimanda ad un possibile altro post oppure alzarmi ed andare a preparare dei fumenti per curare questa tosse.
Alla prossima volta caro lettore.

10 agosto 2014

Magie


Di nuovo sulla banchina della metropolitana meneghina ad aspettare. Ecco un nuovo inizio uguale al precedente ma con un'altra sceneggiatura. Ora non era solo, ma in compagnia di colei che aveva occupato in un sol colpo gli aridi territori del suo cuore facendone spuntare fiori e colori. Ora sapeva dove andare e con chi e non si sentiva più solo o smarrito.
Nei minuti che il tabellone dava di attesa iniziarono a parlare di come mai si trovassero lì. L'accento della Principessa tradiva origini esotiche di terre vulcaniche. L'eroe cercava di non sembrare troppo curioso o impiccione, mentre si sorprendeva di come fosse facile parlare con lei. I minuti di attesa indicati dal tabellone intanto scendevano a blocchi di mezzi minuti mentre un paio di ondate di ansia colpivano le pareti del cuore del nostro eroe.
La banchina nel frattempo si riempiva in ogni ordine di posto e grado come in un immenso teatro dove il pubblico si recava ad ammirare il passaggio del treno, perché alla fin fine “il treno è sempre il treno” che sia ultraveloce o metropolitano.
Arrivò anche il loro. Si posizionarono in modo da far scendere prima le persone sulle carrozze, come ripeteva da anni il messaggio registrato, per poi poter salire più agevolmente. Con loro salirono un altro centinaio di persone che andarono a saturare ogni spazio libero. I due si ritrovarono così vicini, come si possono trovare due ballerini di tango. Iniziarono così una danza fatta di accelerazione e frenate, intanto che la città scorreva sopra le loro teste che si riempivano di parole.
Arrivarono alla loro fermata, perché per il nostro eroe ormai tutto era da pensare per due. La fermata era quella che gli ricordava gli anni un po' confusi della scuola media, dove le domande superavano di gran lunga le risposte che riusciva a darsi sulla sua vita e sul suo futuro.
Ma questa è una storia che tornerà buona più avanti nella storia ora all'eroe interessa solo prolungare il cammino con la sua dolce Principessa.
Le porte del vagone si aprirono mentre una voce dall'alto annunciava il nome della fermata e la direzione del treno. Scesero con qualche difficoltà facendo lo slalom tra i vari passeggeri che si frapponevano tra loro e l'uscita. Per un attimo il nostro eroe perse di vista la bella Principessa, e quell'attimo gli sembrò portar via una buon parte della sua vita che la fortuna gli rese subito quando vide la Principessa attenderlo poco più avanti.
Lui l'aveva attesa per un intera vita, la sua, ed ora era lei che lo aspettava. Il cuore iniziò a battergli un po' più forte. Lei vedendolo gli sorrise. Se il nostro eroe non si era sbagliato anche lei era sollevata di averlo ritrovato.
Si incamminarono così verso la prima scalata fatta da 34 scalini che li avrebbe portati al livello del mezzanino. Da li, superati i tornelli avrebbero seguito le indicazioni per l'uscita corretta.
Una volta arrivati fuori anche di quella rampa di scale lui si sorprese.
Si sorprendeva sempre quando usciva dalla metropolitana. Gli sembrava sempre una magia quella che lo portava da una parte all'altra della città. Prima era lì ed ora qui. Prima era in una zona ed ora era in un altra. Da quando aveva preso per la prima volta la metropolitana questa cosa lo aveva sempre stupito. Gli aveva sempre fatto pensare che quel luogo racchiudesse un po' di magia. Ed ora un po' di quella magia gli stava regalando l'incontro della sua vita.

12 luglio 2014

Linee colorate


Si trovò in piedi senza sapere come avesse fatto.
L'istinto di sopravvivenza lo spingeva avanti, tra la folla che intasava i corridoi del metrò a quell'ora. Persone di tutti i tipi, provenienza, colore, credo politico o religioso ed orientamenti sessuali si incrociavano in una certa armonia ed uguaglianza sogno realizzato ma effimero del 3° articolo della costituzione.
Lui però in quel momento non pensava affatto ai padri costituenti ma alla bella Principessa che l'aveva riportato a galla. Doveva raggiungerla e trovare un modo per... almeno per parlarle e sentire la sua voce. Il suo cervello stava elaborando milioni di possibilità alla ricerca di una scusa per attaccare bottone senza sembrare troppo imbranato o spaventarla.
Ecco nell'era della comunicazione la cosa più difficile sembrava parlare con un altro essere umano. Con transistor e microchip sembrava tutto più facile ma quando ci si doveva confrontare con un proprio simile le cose non sapeva perché si complicavano. Ma bando alla filosofia, pensò. Doveva trovare una soluzione e la doveva trovare subito.
Il grande sceneggiatore della sua vita allora decise di svegliarsi dal suo torpore e regalargli una scena magari banale ma molto reale. La principessa infatti si fermò davanti ai tabelloni che rappresentavano in maniera schematica le linee della metropolitana. Questi serpentoni colorati e maculati, in cui ogni puntino ha un suo nome. Arterie variopinte che si dipanavano all'interno del corpo della città incrociandosi in maniera studiata nel suo centro per poi diramarsi verso le sue estremità.
Lei cercava di tradurre quelli che per lei erano poco più di geroglifici, o almeno questo sembrava dal suo sguardo. Il nostro super eroe allora si bloccò a pochi passi valutando quale fosse la mossa migliore da mettere in campo in quell'infinita partita a scacchi che qualcuno chiama vita.
Lei estrasse nel frattempo una di quelle cartine pieghevoli che mostrano il profilo della città vista dall'alto dando sfogo alla toponomastica ed ai colori. Intanto si guardava in giro cercando di individuare la stella polare che le indicasse dove fosse il nord.
Lui allora ingoio tutte le sue paure e remore ed avvicinandosi le chiese semplicemente se poteva essere di aiuto.
Lo sceneggiatore pensò che neanche questa volta avrebbe vinto qualche premio internazionale per questa trovata ma a lui forse interessavano altri riconoscimenti e tornò a scrivere sul libro del fato.
Lei lo guardò prima un po' stupita, poi cercò di soppesarlo ed infine con uno sguardo che racchiudeva tutti i colori dell'arcobaleno e della gratitudine gli indicò un punto della cartina rivolgendogli quelle che sarebbero state le prime parole che lui incise nel suo cuore:” Grazie, dovrei andare in zona San Siro”. Assaporò il tono della sua voce che trasportava un che di allegro.
Conosceva bene la zona e come raggiungerla. Tutti gli anni da tesserato della squadra cittadina a qualcosa erano serviti oltre a fargli spargere alternativamente lacrime di gioia e di tristezza. Trovò anche il tempo per ringraziare lo scriba che era addetto alla storia della sua vita (lo sceneggiatore allora si concessa di gongolare per alcuni istanti).
Lui le mostrò le varie possibilità, aggiungendo anche qualche indicazione turistica ed il colpo che sperava decisivo: “ anch'io vado da quelle parte. Se vuoi possiamo fare un pezzo di strada insieme”.
Il pezzo che aveva in mente il nostro super eroe andava da lì fino alla fine del tempo, ma questo la principessa lo ignorava, forse.
Lei sorrise e pronunciando i ringraziamenti del caso feci sì con la testa.
Così si incamminarono verso la banchina da cui sarebbe partito il treno che li avrebbe condotti verso quello che lui sapeva essere il viaggio più importante della sua vita.

20 aprile 2014

Vuoto e Pieno



Era confuso, molto confuso.
Cosa stava succedendo?
Le gambe a malapena lo sorreggevano, ed a dire il vero neanche il resto del corpo era di grande aiuto, così si era ritrovato seduto su una di quelle gelide panchine del metro. Faceva fatica a respirare. Più cercava di inspirare e meno aria entrava nei suoi polmoni. Tutti i pensieri erano ovattati. Aveva la netta sensazione che il suo cervello stesse galleggiando in pessime acque e non si scorgeva nessuna nave all’orizzonte che potesse salvarlo.
Cercava di focalizzare le sue idee, ma non ne aveva. Le lenti di Archimede in questo caso non potevano far un gran che. Non si poteva concentrare il vuoto della sua mente, né dentro se stesso né al di fuori.
Si sarebbe detto in stato catatonico, con le poche funzioni vitali ancora attive ma non era così.
Una piccola parte del suo essere era cosciente del suo stato, solo che non riusciva a trovare la chiave di volta per uscirne. Il suo istinto di sopravvivenza era l’unica parte del suo essere che lo teneva ancora legato alla realtà. Al presente. All’adesso.
Cosa doveva fare? Neanche a questa domanda riusciva rispondere, anzi non riusciva neanche a porsela.
Un naufrago ad un passo dalla disperazione o forse dalla pazzia. Così si sentiva.
Intanto il mondo intorno a lui continuava a girare come se nulla fosse.
I treni passavano, le persone scendevano, altre salivano. I vari annunci si susseguivano, come il chiacchiericcio di fondo dei passeggeri di passaggio. Lui rimaneva intanto immobile, per non sprecare le poche energie che sentiva ancora scorrergli dentro, a scrutare i possibili segnali di una squadra di salvataggio.
Come capita in molti racconti di disastri, ecco che l’eroe si salva per una serie di coincidenze fortuite. In questo caso la coincidenza era stata l’incrocio di sguardi tra lui ed una favolosa principessa, titolo nobiliare assegnato direttamente dall’eroe quando aveva sentito il primo battito di ali di farfalla nel suo stomaco.
E dire che pensava di diventare vegetariano.
La principessa gli passò accanto e prosegui. 
Fu tutto velocissimo.
D'un tratto tutto il suo corpo ricominciò a funzionare. Tutto era tornato in ordine. 
Ma non come era prima.
Meglio.
Le gambe sembravano più reattiva. L’aria profumata. I pensieri si formulavano alla velocità della luce. Capiva tutto, anche quello che gli era rimasto oscuro per tanti anni.
Si sentiva più di un eroe.
Si sentiva un super eroe.

30 marzo 2014

Mancanza


Sono seduto su una delle panchine della fermata del metrò della città che mi ospita. La primavera qui è arrivata solo sul calendario. L'area è fredda come alcuni degli indigeni del luogo. A volte penso che il capitano dei surgelati abbia anche lui residenza qui. Intanto che aspetto l'arrivo del mio treno sento il freddo della giornata che dalla lastra di marmo della seduta della panchina, attraverso la stoffa dei miei pantaloni risalga dalle terga su per la spina dorsale fino alle 7 vertebre cervicali che a fatica sorreggono il capo che sento sempre più pesante con il passare del tempo ed entrare direttamente dentro la mia anima. Il vento gelido che si intrufola nel colletto della giacca poi arriva a dar man forte all'attacco terrestre, tanto che vengo attraversato da un onda di brividi che mi fanno accapponare la pelle.
Alzo il bavero della giacca e provo a stringermela addosso per farla aderire il più possibile e non lasciare parti scoperte ed indifese. Cerco di trattenere tutto il calore prodotto in maniera da auto-sostenermi. Incrocio le braccia sul petto e con un gesto poco elegante infilo le mani sotto le ascelle. Ah finalmente un po' di calore.
La sensazione dura poco perché l'ennesima folata di area gelida preannuncia l'arrivo del treno prima ancora che questo esca dalla galleria.
La metropolitana arriva dopo pochi secondi. Aspetto sino all'ultimo per salire. Mi sento tutto intorpidito ed ho paura di frantumarmi mentre mi muovo verso le porte del convoglio. Non voglio disperdere quel poco di tepore che avevo iniziato ad assaporare. A quest'ora c'è pochissima gente sulla carrozza, e per la prima volta rimpiango l'ora di punta con tutta quella gente che affolla le banchine ed i treni. Mi manca l'effetto stalla che tanto viene rappresentato nei presepi nel periodo natalizio e che ora tornerebbe davvero utile.
Mi manca anche il contatto umano, obbligato dalla mancanza di spazio, con questi estranei. A volte è anche l'unico contatto fisico che ho con un'altra persona nell'arco dell'intera giornata. Mi siedo ed aspetto che le porte si chiudano ed il treno parta. Il mio viaggio ha inizio e finirà dopo 14 fermate. In questo tragitto incrocio pochissimi passeggeri e quasi tutti stranieri. Mi soffermo a guardare un ragazzo di colore con una capigliatura afro che si è seduto difronte a me. Non avrà ancora diciott'anni penso. Porta scarpe da ginnastica bianche con lacci verde fluo. I jeans finto usati fanno da sostegno ad un piumino arancione che lo fa assomigliare ad un naufrago su un gommone in attesa di aiuto. Chi sa se è arrivato in questo paese proprio così. Penso che se io ho freddo chi sa lui che deve essere abituato a climi ben più caldi. Di colpo si diffonde la voce di uno dei rapper che tanto vanno di moda ora tra i giovani. Il ragazzo estrae dalla tasca uno smartphone con una cover che ricorda la bandiera rastafariana e risponde al telefono. Stupito sento che l'accento non ha nulla di esotico ma è uno di quelli tipici di una delle città “operose” del nord est della nazione.
Non ho ancora metabolizzato del tutto che ormai siamo una nazione multietnica. Lo stupore viene sostituito quasi subito da un po' di vergogna per questa mentalità legata a stereotipi arcaici che non vorrei avere, e dal piacere di riscontrare come la vita a volte se ne frega degli stereotipi e delle parole di alcuni personaggi che aizzano all'odio razziale e va avanti lo stesso.
Cerco di non ascoltare la telefonata anche se qualche parola si intreufola nei miei pensieri. Come studiare, compiti e la parola che mi si stampa in mente. MI MANCHI.
Arriva la mia fermata, ma faccio fatica a metterla subito a fuoco. La mia mente si è di colpo ingolfata a sentire quelle parole.
Per fortuna che la parte razionale della mia mente riesce a prendere per un attimo il controllo e con un balzo sono fuori mentre le porte si richiudono alle mie spalle.
Vedo il treno partire con il ragazzo ancora al telefono e mi chiedo a chi avrà detto quelle parole, le stesse che io ho pronunciato qualche ora prima.
Al telefono.
Ad una persona che mi manca.

05 agosto 2013

Assordante silenzio.

Sono ormai ore che giocherello con il mio vecchio cellulare. Sto superando poco alla volta tutte le fasi di chi aspetta una risposta appeso ad un filo inesistente. I tre moschettieri parlano di non so che cosa ma i miei pensieri vanno tutti a questo maledetto marchingegno che non vuole saperne di dare segni di vita. Eppure il display segna ben 5 tacche di segnale, la carica è al 92% ed ho chiamato il servizio clienti ben 11 volte per sapere se c’erano problemi di linea, neanche dovesse fare la prova costume per non so quale concorso di bellezza per telefonini. Ma vediamo di spiegare come mi sono ridotto in questa condizione da novello adolescente. Questa mattina, dopo essermi alzato al solito orario, essermi fatto una bella doccia ed essermi preparato la colazione, perché non mi va di approfittare di Mario anche per questo che ritengo un bisogno primario…e poi non sapete quanto è difficile immergere una brioches in una tazza di cappuccino quando a fianco a te ci sono tre persone che pasteggiano a caffè corretto e bianchino sporco, magari dopo che hanno fumato già 20 sigarette facendo fuori subito l’effetto della doccia e lamentandosi dei politici e del traffico. Mentre espletavo questo rito mattutino ed aspettavo di scroccare il solito passaggio a Guccio le ho inviato un SMS. Se vi state chiedendo a chi, sto parlando di Checca, un infermiera che ho conosciuto una settimana fa ad un concerto dove suonavano alcuni amici di Brinner. Checca è la cugina di uno dei musicisti, per la precisione del bassista che è a sua volta collega di Guccio. L’ho notata subito appena entrato. Se ti dovessi dire cosa ha attirato la mia attenzione verso di lei non te lo saprei dire, so solo che i nostri sguardi si sono incrociati ed in un attimo mi è sembrato di conoscerla da sempre. Sono riuscito ha scambiarci due parole prima dell’inizio del concerto e poi mille sguardi mentre il gruppo suonava. Ogni tanto cercavo un contatto fisico , anche lieve, per essere sicuro che lei fosse vera. Ad ogni pausa cercavo la sua attenzione. Le parlavo di me e le chiedevo di lei. Alla fine, mentre il gruppo si è fermato a parlare con i “fan”, io e lei abbiamo intavolato una discussione sui luoghi visti e su quelli che ci sono rimasti nel cuore. Mentre descriveva il borgo in cui è nata io mi sentivo rapire dai suoi occhi e dalla sua voce. Arrivato il momento dei saluti le ho chiesto il numero di telefono e lei con un po’ di titubanza lo ha digitato sul mio cellulare. Seguendo i consigli di Mario dopo un primo “attacco” andato a vuoto a causa del destino avverso: lei ha dovuto sostituire una sua collega e poi sarebbe partita a festeggiare l’addio al nubilato di sua sorella quindi sarebbe stata impegnata per tutta la settimana, ho fatto passare un paio di giorni e mi sono rifatto vivo con mille speranze nel cuore. Per non sembrare invadente le ho scritto il famoso SMS, anche se forse dovrei dire SOSO, e le ho domandato se le andava di vederci per un aperitivo od un gelato. I miei pensieri che piano piano si stanno fondendo in un’unica fissazione vengono interrotti da i tre moschettieri che mi chiedono se tutto va bene, visto che non sto spiaccicando una parola da quando siamo rimasti soli. Nascondo il cellulare in tasca mentre loro si scambiano uno sguardo per capire cosa sta succedendo. Sento gli occhi puntati su di me e rispondo che va tutto bene. Loro si guardano cercando di capire. Mario fa un leggero cenno d’intesa agli altri che rispondono laconicamente in coro: VA BENEEEE e ricominciano a chiacchierare, anche se noto che ogni tanto mi guardano con strane espressioni. Prendo allora il telefono dalla tasca e senza guardare il display lo infilo nello zaino appoggiato su uno delle sedie vuote del locale. Sono entrato nella fase del rifiuto. Quella in cui cerco di dimenticarmi il telefono e tutto ciò che ad esso è collegato. Telefonate e messaggini e cerco di concentrarmi su quello che mi succede intorno. Questo mette può mettere a rischio la mia convivenza con il cellulare visto l’enorme rischio di abbandonarlo in giro visto che voglio dimenticare la sua esistenza così da non dover pensare al fatto che lei non si è ancora fatta sentire. Mi volto e cerco di capire di cosa stanno parlando i miei tre amici. Filosofeggiando sui concetti di LIBERTA’ e RICATTO MORALE. Mi aggrego anch’io alla discussione dando il mio punto di vista, anche perché sento l’argomento attuale e vivo dentro la mia testa e forse non solo lì.
 

28 luglio 2013

Kiling me softly with his song


Eccoci, quattro amici al bar come canta Gino Paoli, solo che noi ormai da tempo forse abbiamo smesso di sognare di cambiare il mondo ed abbiamo nel sangue un po' più di alcool. Se ci mettessimo in macchina ora capiremmo le parole di Battisti : “guidando a fari spenti nella notte...”
per fortuna il proprietario del locale si chiama Mario... già proprio come quello della canzone di Ligabue ed è uno dei quattro, solo che lui non passa lo straccio ma si fuma l'ultima sigaretta prima di tornarsene a casa, casa che poi dista solo una i di scale. È un ex militare che ha bruciato la divisa dopo una missione all'estero in zona di guerra. Nessuno sa il suo vero nome, tutti lo chiamano così perchè lavora alle ferrovie ed è uno dei pochi ad indossare ancora l'eskimo. Fa il volontario nel Partito, con la P maiuscola come sottolinea ogni volta. Una volta al mese, poi, cerca di incastrare qualcuno per andare a delle retrospettive cinematografiche da dove anche i cani si tengono lontani in qualche centro sociale che è poco più di uno scantinato fumoso. Giusto per completare la descrizione del personaggio ha come suoneria del telefono “La Locomotiva” e come sveglia, perchè quando viene al bar punta la sveglia per ricordarsi che deve tornare a casa, “Canzone per un'amica”. Non vi descrivo i gesti dei vari frequentatori del bar quando scatta questa suoneria. Se entrasse un rappresentante dell'ASL farebbe chiudere l'esercizio per timori di invasione di piattole. Guccio guida una delle pochi esemplari di panda 4x4 color verde bottiglia che si intona spesso con l'abito e con il suo colorito post convegno del Partito.
Il terzo fa il meccanico e “con un cacciavite in mano fa dei miracoli”, e non solo con quello. Lo chiamano Brinner per via del taglio dei capelli. Ripara qualsiasi cosa, dalle automobili ai vecchi elettrodomestici, senza parlare di cellulari e computer. È in grado di riparare tutto, meglio di quel Meggiver della televisione o di Archimede Pitagorica. La cosa più incredibile è che sa anche cucinare da gran cuoco. Ogni tanto si scontra con il Guccio che invece si vanta di essere un gran somelier... vista la quantità di vino bevuto nelle varie feste del partito, ops Partito.
Brinner viaggia solo sulla sua Poderosa. Una vecchia Guzzi rossa lascito di un suo avo partigiano.
È anche il trombettista di un gruppo jazz, anche se ormai sono poche le occasioni in cui lo si sente suonare, troppo impegnato a cercare di aggiustare la vita della sua famiglia. Una famiglia all'altezza di quella cantata da Gaber e Iannaci.
Ed io sono il quarto del gruppo. Almeno una generazione mi divide dal trio con cui condivido queste chiacchiere di fine serata, fatte serie dal vino che ha sciolto i pensieri. Mi sono trasferito da poco in questa città. Dormo in una delle stanze della casa di Mario, che se non l'ho detto è il nipote di un'amica di mia madre, e se ho capito bene è stato l'avventura estiva di una delle mie cugine, ma queste sono calunnie da operetta. Il lavoro mi ha portato qui, perchè al paese c'è il mare ed il vino buono, ma lavoro poco davvero poco.
Sono stato adottato, novello Dartagnan, da questi moderni moschettieri che cercano di andare avanti, nonostante le donne e la politica proprio come direbbe Cocciante. Ho trovato lavoro come insegnate precario in una delle tante scuole multietniche di periferia. La mia laurea in lettere è rimasta al paese perchè tanto qui conta poco. Conta di più il sapersi piegare, adattare, adulare e via dicendo. Il saper fare, insegnare è un di più che non sempre è gradito. 

19 maggio 2013

Ritorno


Il paesaggio scorre veloce guardandolo dal finestrino del treno che lo riporta a casa. Nello scompartimento gli altri occupanti parlano e discutono ma lui non li sente. È concentrato su quel dipinto vivo che modifica il suo aspetto ad ogni batter di ciglia.
È scappato per un paio di giorni a cercare di ritrovare quei posti in cui era stato felice ed allegro. Posti che lei non aveva visto, almeno non con lui.
Sperava che quel tornare indietro nello spazio gli permettesse di far tornare indietro anche il tempo, a quei giorni in cui lei non c'era e lui era giovane e spensierato, o almeno così si sentiva.
L'occasione gli era stata fornita dal caso. La squadra della sua città giocava in trasferta proprio in quel luogo ricco di ponti e di canali e di amori giurati, dove lui aveva avuto anche il piacere di remare in uno di quegli eventi nati per gli indigene ma ormai presi d'assalto dai turisti.
Erano anni che non seguiva più quello sport che aveva riempito i pomeriggi suoi e dei suoi amici quando erano adolescente. Il suo nuovo collega, con cui divideva la scrivania, era invece un tifosissimo. Dopo ogni partita lo intratteneva con commenti e statistiche che lui non sempre comprendeva, ma che gli permettevano di distrarsi dal lavoro e dai pensieri della vita. Così il collega gli chiese se gli andava di seguire la squadra in quella partita così cruciale per il campionato. Lui aveva risposto di si senza neanche aver sentito la domanda perchè in quello stesso istante lei era entrata in ufficio e la sua attenzione si era focalizzata sul suo viso per cercare di leggerne i pensieri. Quel viso che si ritrovava davanti ogni volta che chiudeva gli occhi e cercava di dormire. Quel volto che era entrato nella sua vita con un grimaldello, perchè lui aveva fatto di tutto per tenerla fuori, ma non c'era riuscito. Aveva dovuto soccombere alla volontà di lei che si era dimostrata decisa e convinta, molto più di lui.
La loro storia era durata meno della notorietà di uno di quei personaggi televisivi che così tanto riempiono il piccolo schermo.
Si erano lasciati, o meglio, lei lo aveva lasciato una sera senza addurre molte spiegazioni se non quelle che si sentono dire spesso nei film dalla protagonista alla spalla. Quelle motivazioni che dette dall'attrice sullo schermo non sembrano poi cosi sconclusionate, ma che se rivolte a te non hanno lo stesso effetto.
Non ti fanno capire ed ancora meno ti consolano. Non reagisci come l'attore che si allontana ed esce dalla storia, ma resti immobile lì come una lepre illuminata dai fari dell'auto in attesa che tutto finisca, senza capire cosa sta succedendo.
Fermo. Vuoto.
Impantanato in quella scena che vorresti tagliare dalla sceneggiatura della tua vita e dall'intera storia.
Non sai cosa fare ed allora cerchi nel tuo passato tutti quei momenti felici per trovarne conforto. Perchè se il futuro è incerto ora sembra addirittura impossibile che possa esistere, mentre il passato ha un aspetto rassicurante e sicuro.
Ora che sta tornando a casa ha capito che non è servito a nulla fuggire. È vero che durante la partita e le discussioni con gli altri tifosi si è distratto da quel pensiero fisso. Ha provato anche una certa gioia nel tifare con gli altri per sostenere la sua squadra, ma una volta salito su treno per tornare indietro, gli sembra che anche il suo stato d'animo stia tornando al punto di partenza.
Di nuovo il suo viso e quello stato d'animo di confusione si fanno spazio dentro di lui.
Non è la fuga la soluzione, come viene decantato nei bigliettini che incartano certi cioccolatini.
Scappare non porta alla vittoria, ma rimanda il momento della verità.
Verità che può essere dolce o amara a secondo di cosa il destino ha deciso di scrivere in quel libro che tutti chiamano vita.
Mentre le lancette ruotano nel suo orologio e le ruote del treno sui binari si ritrova a fare mille propositi.
Scrive e riscrive il suo futuro.
La pagina si riempie così di frasi e scarabocchi, di progetti e di battaglie, ma solo il tempo sarà arbitro e lettore di ciò che sarà. 




13 ottobre 2012

Il maestro Ogu - 4


Il Maestro Ogu si accordò con il Capitano Gedio per far venire presso la sua capanna ogni mattina, il Maestro avrebbe impartito le sue lezioni al ragazzo. Il Capitano, leggermente imbarazzato, disse balbettando un po’ che ovviamente le lezioni sarebbero state pagate. Il Maestro lo interruppe prima che la parola soldo o moneta spuntasse dalla bocca del Capitano. Le sue lezioni le avrebbe pagate direttamente il giovane Alopo aiutando il Maestro nelle sue attività. Il Maestro si rivolse nuovamente al ragazzo e rivolgendosi chiedendogli se era d’accordo e pronto ad affrontare quella che sarebbe stata la prima vera avventura della sua giovane vita.
Il Capitano si girò e vedendo la titubanza del figlio cercò di sostenerlo con lo sguardo perché aveva capito che quella era la prima lezione che il ragazzo doveva affrontare.
Alopo guardò da prima suo padre, lo sguardo paterno lo rincuorò e cercando di non far vedere la paura e l’imbarazzo che lo pervadevano si rivolse al Maestro,  dando però prima uno sguardo fuggevole anche al bastone nodoso appoggiato alla parete. Alopo disse: Maestro sono pronto, deglutì faticosamente e continuò affermando che avrebbe fatto del suo meglio.
Il Maestro batte fragorosamente la mano sul tavolo, tanto che i suoi due ospiti sobbalzarono, e con un gran sorriso disse che accettava l’incarico e che il ragazzo si sarebbe dovuto presentare il giorno successivo presso la sua capanna. Il Capitano, ripresosi dallo spavento, iniziò a ringraziare il Maestro, mentre il giovane virgulto che lo accompagnava era ancora un po’ stupito. Il Maestro lo incuriosiva e lo terrorizzava allo stesso tempo. Avrebbe voluto sapere tutto di lui ma aveva anche paura di quello che avrebbe potuto scoprire.
Il Capitano strinse vigorosamente la mano al Maestro continuando a ringraziarlo. Il Maestro Ogu porse poi la mano al ragazzo per stringere in questo modo un patto diretto tra i due. Alopo, interrogando con lo sguardo il padre, non sapeva cosa fare; era la prima volta che veniva trattato come un adulto e non ne era abituato. Non sapeva se poteva stringere quella mano che poco prima gli aveva tolto il respiro ed almeno sette battiti del suo piccolo cuore. Il Capitano fece un cenno di consenso e di incitazione verso il suo giovane erede, ed allora il ragazzino allungò la mano in direzione di quella del Maestro che la fece scomparire all’interno del suo palmo. In quel momento il ragazzo vide quanto quella mano era grande. Anche il Maestro ora gli sembrava molto grande, anzi grandissimo mentre lui si sentiva piccolo ed inadeguato. Alzò quindi gli occhi verso il volto di quell’uomo che stringeva in maniera forte, ma senza fargli male, quel suo piccolo arto. Anche la faccia ora gli sembrava più grande, gli ricordava le maschere che indossavano alcuni contadini nelle ricorrenze in cui ci si rivolgeva agli spiriti, sacri e profani, per chiedere protezione e  buona sorte. Ma a differenza di quelle maschere lo sguardo del Maestro era più penetrante, tanto che credette che il Maestro Ogu, con una specie di sortilegio gli stesse guardando dentro e stesse scoprendo tutto di lui, segreti compresi. Che insomma gli stesse leggendo cuore ed anima.
Il Maestro lasciò la stretta ed il ragazzo rimase un attimo bloccato con la mano per aria, come una statua di sale, con lo sguardo fisso e perduto dietro a chi sa quale pensiero,  prima di riscuotersi e sentirsi di nuovo in possesso del suo corpo e delle sue facoltà.
Il Capitano Gedio, rivolgendosi ad Alopo, gli disse che poteva tornare a casa e dire a sua madre che lui si sarebbe fermato a parlare ancora un po’ con il Maestro di alcune incombenze e che sarebbe rientrato per l’ora di pranzo. Si raccomandò anche di non fermarsi a perdere tempo sulla strada.
Il ragazzo partì alla volta del sentiero quando sentì qualcosa trattenerlo. Era la mano del padre che lo bloccava. Alopo si girò a guardare il padre incredulo mentre questo gli assestava un bel ceffone. Il ragazzo, cercando di trattenere le lacrime mentre si massaggiava la gota arrossita dal colpo, non capiva il perché di quella punizione, in fin dei conti non aveva fatto nulla. Stava andando, come il padre gli aveva comandato verso casa.
Il Capitano, leggermente adirato ma con voce ferma, gli ricordò che era buona creanza salutare prima di andar via. Il ragazzo allora rivolse i suoi saluti al Maestro Ogu ed al padre e poi si allontanò.
Il Capitano chiese poi scusa per quel comportamento increscioso del figlio. Il maestro Ogu, in maniera benevola dando una pacca sulla spalla del Capitano, gli disse di non preoccuparsi che i ragazzi sono così.
I due iniziarono così a parlare di alcuni problemi che attanagliavano la città e per cui il Capitano Gedio chiedeva aiuto al Maestro Ogu.
  

28 luglio 2012

Il maestro Ogu - 3


Qualche giorno dopo la fine della festa del raccolto, il capitano Gedio si recò alla capanna del maestro Ogu accompagnato dal figlio Alopo. Mentre i due si avvicinavano alla capanna del maestro Ogu  questo  stava uscendo dal piccolo boschetto accompagnato dal mansueto Armenio che trascinava un piccolo tronco.  
Quando il maestro vide la coppia di nuovi venuti affacciarsi al limite del campo si fermò un attimo per scrutare chi fossero quei due che gli stavano venendo incontro. D’istinto aveva messo mano alla cintola dove però non trovò l’elsa della spada ma il manico dell’ascia. Quel riflesso era legato ad una delle sue tante vite precedenti dove la diffidenza e la prontezza di riflessi erano l’unica via per rimanere vivi e possibilmente interi. Riconosciuti i due nuovi venuti riprese il suo cammino verso la sua capanna.
Arrivato vicino ad una catasta di altri piccoli tronchi. Slegò il tronco e liberò Armenio dalle corde non prima di avergli però riconosciuto, con una manciata di sale, il buon lavoro fatto dall’animale.  Si tolse l’ascia e gli altri strumenti dalla cintura. Asciugò il sudore della fronte con un fazzoletto estratto dalla tasca e ripulitosi alla bene e meglio si avvicinò al capitano ed a suo figlio. I due erano rimasti fermi ai confini del campo all’ombra della capanna guardando i vari gesti fatti dal maestro. Al capitano non era sfuggito il gesto fatto dal maestro quando li aveva scorti, ma lo aveva battezzato come gesto normale per chi viveva in quell’epoca in cui nelle foreste, come per le vie della città, una fiera dalle sembianze animalesche o umane, poteva sempre palesarsi davanti al proprio cammino.
Il maestro, dopo un cenno di saluto, fece cenno ai due ospiti di accomodarsi in veranda per godere un po’ d’ombra e di frescura in questi ultimi giorni di sole che la stagione regalava.  Offrì loro dell’acqua per scacciare la calura legata al lavoro od al cammino. Bevuta la propria razione il capitano iniziò a parlare ed a spiegare il motivo che aveva portato lui ed il suo unico figlio maschio sino a lì.
Dopo i soliti convenevoli, e le parole riempitive per aprire la strada al vero motivo della venuta, il capo del villaggio chiese al maestro di diventare l’aio di suo figlio. Il ragazzo cresceva ed era ormai nell’età in cui era bene iniziare a riempire la testa anche di nozioni e non solo di favole e di giochi, di iniziare a diventare un uomo. Il capitano avrebbe ovviamente riconosciuto al maestro un obolo per il lavoro fatto. Mentre questi parlava e cercava di convincere il maestro il ragazzino continuava a tenere la testa bassa, come se non volesse mostrare il suo volto. Le braccia conserte e la postura la più immobile possibile, come se cercasse di nascondersi o di confondersi con il paesaggio. Il maestro però l’aveva riconosciuto. Era uno dei ragazzini che lo spiava e che faceva impazzire le donne che andavano al fiume per lavare i panni con i loro dispetti. Lo aveva visto nel gruppo di ragazzini che avevano dato fastidio un giorno al povero Armenio pungolandolo con alcuni rami. Lui era stato circondato dagli altri ragazzini del villaggio che lo incitavano ad imitarli ma lui era rimasto immobile. Erano i primi giorni in cui era arrivato al villaggio. Erano i giorni in cul le voci sullo straniero che aveva occupato la capanna al limite del bosco avevano iniziato a riempire la testa delle giovani menti di varie fantasie. Il maestro richiamato dai ragli del mansueto Armenio apparse come una magia davanti al gruppetto che scacciò urla e facendo vedere bene il bastone nodoso con cui avrebbe ripagato quei maleducati mocciosi. Il figlio del capitano allora era rimasto immobile a guardare il nuovo venuto, così uguale ad un uomo e così diverso dall’immagine di orco che si era fatto prima di scappare anche lui. Finita la sua arringa il capitano aspettava una risposta da parte del maestro ma questi si rivolse al ragazzo chiedendogli se lui voleva imparare a leggere, scrivere, far di conto, suonare etc.
Il capitano rispose di si, ma il maestro voleva sapere cosa pensasse il ragazzo non cosa desiderava il capitano e quindi ripeté la domanda rivolgendosi ancora al giovane seduto di fronte a lui. Il padre allora esortò il figlio a rispondere, cercando di suggerirgli cosa rispondere, quando il maestro con un gesto lo azzittì e chiese nuovamente quali fossero le intenzioni del ragazzo.
Questo a testa bassa rispose di sì. Il maestro lo esortò a ripetere la risposta guardandolo in faccia senza nascondersi. Il ragazzo allora alzò gli occhi non prima di aver gettato uno sguardo verso il bastone appoggiato all’ingresso e cercando di sostenere lo sguardo del maestro disse che voleva imparare.     

14 luglio 2012

Il maestro Ogu - 2


La locanda era affollata. Tutti i tavoli erano pieni e la faccia dell’oste ricordava i quadri della beatitudine che si vedevano appesi in alcuni postriboli. Il rumore delle voci, delle mandibole che masticavano e del tintinnare dei calici era impressionante. Il maestro Ogu ed il capitano Gedio vennero accolti dalla moglie dell’osta, una donna corpulenta di carnagione chiare con il viso pieno, i capelli ricci e nerissimi che spuntavano ribelli dalla bianca cuffia che indossava.
I due nuovi ospiti, visto il grado di importanza, vennero fatti sedere in una sala attigua, dove trovavano posto alcuni mercanti ed i frati scesi per la questua.
Il tavolo dei mercanti era imbandito di pietanze e brocche di vino, mentre su quello dei frati si vedevano solo una ciotola per commensale, dell’acqua ed una forma di pane. Mentre al primo tavolo si mangiava e si discuteva di acquisti e vendite, sul secondo regnava il silenzio. I due nuovi ospiti vennero fatti accomodare in un tavolo d’angolo che permetteva al capitano di vedere agevolmente chi entrava ed usciva dalla sala.
Ordinarono lo stufato ed una brocca di buon vino. Quelle furono le uniche parole che si dissero sino a quando il desco non accolse i piatti portati da un ragazzo che doveva essere il figlio del padrone. Il silenzio iniziava a farsi pesante. Ci pensò il capitano Gedio ad interromperlo con un brindisi per festeggiare gli affari fatti dal maestro Ogu. Il maestro alzò il calice e bevve un gran sorso di vino.
Anche in quest’epoca di mezzo, come in tutte le precedenti e le future, il buon vino scioglie le lingue e così iniziò l’interrogatorio amichevole del capitano. Il maestro raccontò di aver girato una buona parte del mondo, agli ordini di vari capitani e sotto diverse bandiere. Aveva ricoperto diversi ruoli tra cui cuoco, maestro d’ascia e medico. Questo spiegava l’abilità nel lavorare il legno e l’acquisto di alcune erbe medicali. Le risposte del maestro erano però povere di fronzoli e particolari. Tanto che ad ogni risposta aumentava la curiosità del capitano. Quando la domanda passò a dove avesse imparto a leggere e scrivere il maestro gettò un rapido sguardo al tavolo occupato dai monaci. Disse di aver imparato a leggere da giovane, prima di imbarcarsi nel lungo viaggio che lo aveva portato lì.
In quel momento era entrato nella sala un anziano viandante dal passo claudicante che si recò prima al tavolo dei mercanti e poi a quello dei frati. Ad entrambi i gruppi chiese se avessero visto nel loro viaggio un carro portato da un uomo di corporatura grossa e con una lunga barba nera. Doveva indossare un cappello nero con una piuma di gallo cedrone.  L’uomo era il fratello del viandante. Si erano dati appuntamento nel villaggio di Linoma per quel dì, ma non era riuscito a trovarlo ed era molto preoccupato che gli fosse capitato qualcosa.
Entrambi i tavoli risposero di non aver visto nessuno che corrispondeva a tale descrizione.
Il maestro che aveva sentito chiese all’anziano di avvicinarsi al tavolo per la sorpresa del capitano. Una volta lì gli offrì un calice di vino e poi si rivolse a lui in una strana lingua. Il volto dell’anziano trasfigurò. Rispose nello stesso idioma ed estrasse da sotto il mantello due sacche che poggiò sul tavolo. Il maestro estrasse una moneta da ogni sacca e la diede all’anziano che subito dopo corse fuori dalla locanda. La scene stupì il capitano Gedio che non aveva idea di cosa fosse successo davanti a lui in quei pochi istanti. Il maestro si alzò dal tavolo, e chiedendo il permesso al capitano ancora sbalordito, prese le due sacche e si recò ai due tavoli. Parlò prima con i frati in quello che il capitano intuì essere latino. Il maestro consegno la borsa a quello che sembrava essere il maggiore tra i fratelli.  I frati nel mentre si fecero il segno della croce più volte e si girarono nella direzione del capitano per ringraziarlo. Il maestro allora andò dai mercanti ed anche lì si svolse una scena simile. Questa volta ci fu anche un’alzata di calici ed un brindisi al capitano.
Fatto ciò tornò al tavolo dal capitano che era sempre più sbalordito. Chiese a bassa voce chiarimenti al maestro. Questo gli disse che i due tavoli lo ringraziavano per avergli restituito il mal tolto e per la magnanimità avute con l’anziano. Allora il capitano chiese maggior chiarimenti. Il maestro raccontò al capitano la stesa cosa detta agli altri tavoli.
Disse che l’anziano era un Orlad, regno che si trovava al di là delle montagne, con una famiglia da sfamare.  Il capitano si era accorto del furto con destrezza. Aveva perciò bloccato l’anziano e lo aveva obbligato a restituire il mal tolto. Siccome nessuno si era fatto male, e non volendo rovinare il giorno di festa era stato magnanimo lasciando libero a patto che già quella sera avesse lasciato il villaggio per non farci più ritorno. 

07 luglio 2012

Il maestro Ogu - 1


Il maestro Ogu abitava al limite del bosco di Bamraga, non tanto lontano dal fiume di Laggario dove le donne del villaggio di Linoma andavano a lavare le vesti ed i bambini a giocare prima di farsi uomini.
Nel territorio di Dimbolara, ed anche oltre, si raccontavano molte storie sul maestro Ogu e sul suo passato. La più accreditata nel villaggio era quella in cui si narrava che il maestro da giovane fosse stato avviato alla vita clericale presso il convento di Norebo, che lasciò allo scoppio della guerra tra il regno di Ganspa e di Marigena deciso ad arruolarsi come soldato per vivere mille avventure e dimostrare il suo coraggio e d il suo valore.
Passati più di vent’anni dalla fine di quella sanguinosa guerra, il maestro faceva il suo ingresso nel villaggio. Con se aveva un asino e la sua soma ed una lettera in cui un vecchio compagno di ventura, a cui aveva salvato la vita, lasciava la vecchia casa in cui era nato e cresciuto.
Come in tutte le epoche anche in quella gli abitanti erano sospettosi verso chi arrivava da terre lontane..
Il maestro, dopo essersi presentato al capo del villaggio, il Capitano Gedio, prese alloggio nella sua nuova dimora.
Ed è da quel dì che al racconto si sostituisce la cronaca della vita del maestro Ogu che quest’umile scrittore vuol riportare.

I primi mesi del maestro nel villaggio furono tutti uguali, o almeno così parvero ai giovani abitanti del villaggio. Si alzava presto, quando il sole era appena uno spicchio all’orizzonte, e si inoltrava nel bosco  da cui tornava quando il sole era un disco alto nel cielo.
Dalla sua cintura pendeva quasi sempre una lepre o qualche altra piccola preda, oltre ad una piccola borsa con dentro erbe e bacche. Sulle spalle un fagotto anch’esso spesso pieno. Deposto il fagotto in casa ed acceso il fuoco, si recava al fiume poco distante per riempire il secchio di acqua e cercare un po’ di refrigerio nelle fresche acque.
Rifocillato, lavorava con l’aiuto dell’asino che si scoprì avere il nome di Armenio, alla ristrutturazione della casa. Mentre lavorava i ragazzini del villaggio sfilavano per spiare il nuovo arrivato con la scusa di andare a fare un bagno o un tuffo.  Con loro a volte appariva anche qualche abitante del villaggio. La sera, alla luce di una piccola lanterna e della luna, lavorava piccoli pezzi di legno o suonava una specie di Mandola. Capitava a volte di vederlo leggere, cosa rarissima in quelle terre, in cui tale attività era ad uso solo di pochissimi persone tra cui mercanti e frati.
La vita molto riservata del maestro aveva iniziato a far parlare gli abitanti del villaggio. Ed allora, come oggi, le parole passando di bocca in bocca diventarono vere e proprie fantasie. Qualcuno iniziava ad affermare che fosse uno stregone o qualche figlio del Diavolo inviato per punire gli abitanti rei di non dire le orazioni o di peccati ben più gravi.
I più facinorosi spingevano per scacciare questa figura tanto diversa da loro facendosi forti di presagi funesti e sventure di cui incolpavano il maestro.
Il Capitano Gedio si opponeva dall’alto della sua carica di capo del villaggio in quanto non credeva a nessuna delle dicerie del popolo, mosso più dall’ignoranza che dalla realtà. Il Capitano, che aveva avuto la possibilità di scambiare alcune parole con il maestro al suo arrivo aveva intuito che quell’uomo aveva in se qualcosa di grande e superiore che poteva spaventare o affascinare la gente.
Venne così, tra l’alternarsi di giorno e notte, il dì della festa del raccolto, in cui mercanti di contee vicine e lontane arrivavano al villaggio per fare scambi ed affari. C’erano anche bancarelle e saltimbanchi ed una miriade di persone di tutti i ranghi. In quei giorni arrivarono anche alcuni frati, dal vicino convento di Cefeli, per la questua.
In mezzo a questa marea umana fece scalpore l’arrivo del maestro Ogu accompagnato dal fido Armenio che portava sulla groppa due bisacce. Il maestro si recò tra gli sguardi degli abitanti e dei mercanti alla casa del Capitano Gedio a cui mostrò il contenuto delle bisacce. Una era piena di pelli, mentre la seconda celava alcune statue di legno rappresentanti vari animali.
Il maestra voleva vendere tale mercanzia per poter comprare alcuni utensili ed altre cose di cui necessitava.
Il Capitano rimase stupito della bellezza dei pezzi tanto che volle comprarne uno da regalare al figlio che avrebbe compiuto 6 anni qualche giorno dopo. Si propose anche di accompagnare il maestro durante la vendita della mercanzia nella speranza di conoscere un po’ di più di quest’uomo. Il maestro accettò di buon grado, sapendo che con a fianco il Capitano la vendita sarebbe stata più agevole visto che avrebbe dovuto affrontare la diffidenza degli abitanti. E poi chi meglio del Capitano poteva conoscere i mercanti arrivati nel villaggio.
Come supposto la vendita andò bene. Comprati gli utensili e le spezie di cui aveva bisogno, invitò il Capitano a brindare gli affari fatti e per ringraziarlo. Questa volta fu il capitano ad accettare di buon grado.
Gli abitanti del villaggio intanto erano sempre più stupiti di vedere il Capitano accompagnarsi con questa figura tanto misteriosa, in quanto poco conosciuta.   

31 marzo 2012

Cambio dell'ora


Si alzò un po’ più stanco del solito. Il cambio dell’ora, che tanto fa bene alle tasche del paese, lo mandava sempre in uno stato di profonda apatia. Gli regalava questo jet lag senza neanche aver dovuto prendere un aereo.
Si buttò sotto la doccia sperando che l’acqua, fonte di vita, gliene restituisse un po’. Rimase così cinque minuti immobile sotto lo scroscio del sifone sognando di trovarsi sotto una di quelle cascatelle che si vedono nei reportage di viaggio di favolose isole tropicali.
La radio, unico elettrodomestico di comunicazione di massa presente nella sua casa, che avvertiva gli ascoltatori che una nuova ora era iniziata lo riportò alla realtà.
Uscito dalla doccia indossò l’accappatoio e si strofino forte proprio come faceva sua madre quando era bambino. Andò in cucina ed iniziò a prepararsi la colazione. Gli occhi facevano ancora fatica a stare aperti mentre metteva il pentolino sul fuoco e preparava tazza e biscotti.
Un salto in camera da letto dove si vestì rapidamente con gli abiti che aveva preparato la sera prima, conscio che al mattino il suo cervello assomigliava ad uno di quei vecchi motori diesel che impiegavano quarti d’ora per riscaldarsi.
Tornando in cucina cercò quindi di iniziare a pensare alle attività delle giornate, ma quasi subito desistette rimandando a dopo la colazione quando con lo stomaco pieno pensava di poter ragionare meglio.
Imbandita la tavola con the, miele, biscotti e yogurt si sedette ed iniziò a mangiare. Il profumo della tazza fumante piena dell’infuso dorato riuscì a riscuoterlo un po’, anche se lo zaino pieno di sassi che sembrava avere sulle spalle continuava a pesargli sullo spirito. Fortunatamente era così abitudinario la mattina che riusciva a fare tutti i gesti con un automatismo degno di un automa da cartone giapponese. Questo gli permetteva di tenere a riposo il cervello che per quella giornata doveva prepararsi ad affrontare riunioni e parole al vento dette da chi di quel vento era gonfio.
Si era chiesto spesso di come facessero a continuare a dire quella marea di parole inutili ed aveva concluso che in quell’ufficio contava più l’apparenza che la sostanza. Un giorno volle anche verificare questo suo pensiero e si presentò ad un incontro con la cravatta, come facevano i grandi capi. Tutti gli diedero retta mentre faceva i suoi interventi. Da allora prese la decisione di indossare la cravatta solo se aveva qualcosa da dire, altrimenti si sarebbe continuato a nascondere dietro il suo abbigliamento casual, come diceva la responsabile dell’ufficio risorse umane.
Riposto le vettovaglie nel lavello della cucina, dove sarebbe rimasto sino a quando non sarebbero arrivati anche i piatti della cena per fare un unico lavaggio,uscì di casa.
Guardandosi in giro lesse sui volti della maggior parte delle persone che incrociò mentre andava in ufficio il suo stesso stato di “confusione oraria”.

07 febbraio 2012

Una strana mattina

Si svegliò che digrignava i denti in maniera così forte che gli doleva la mascella.
Negli occhi aveva ancora le immagine che aveva appena sognato.
Era passato a prendere quella che nel sogno era la ragazza dei suoi sogni, ma non aveva fatto neanche in tempo a partire, che l’emozione di averla finalmente accanto gli aveva fatto commettere un imprudenza. Non aveva ben considerato la distanza con la macchina parcheggiata davanti ed il fatto che la corsia era ridotta anche a causa delle auto parcheggiate sul lato sinistro.
Tamponamento.
Si solleva il posteriore dell’auto e gira andando a colpire le auto parcheggiate dal lato opposto.
Il colpo è così forte che si trova dal lato “sbagliato” dell’auto, volante compreso. Non sa come ma si ritrova con la guida a destra come nelle auto inglesi. Colpisce con forza il volante in un gesto di pura disperazione.
Il momento più bello della sua vita perso subito.
Non riesce a guardare in faccia la ragazza. Rabbia, vergogna e disperazione si fondono. Riesce solo a chiederle se sta bene ma fa fatica a parlare perché non è in grado di aprire la bocca. Sente la mandibola serrata come i becchi di una pinza che stritola il nulla. Vorrebbe gridare ma non può.
La paura avanza a lunghi e rumorosi passi.
Apre gli occhi.
Questa è l’unica via di fuga che ha trovato.
Assonato esce dal tepore delle coperte e va in bagno. La strana sensazione del sogno gli è rimasta attaccata addosso. Non riesce a capire ma non si sente bene. Non che stia male fisicamente, ma ha la strana sensazione che ci sia qualcosa che non va.
Cerca di pensare ad altro e di ripetere tutti i suoi rituali del mattino.
Pentolino con l’acqua sul fuoco a fiamma bassa mentre si butta sotto il getto della doccia per svegliarsi del tutto.
Colazione a base di tè e biscotti con il solito sottofondo radiofonico.
Barba.
Lavaggio dei denti.
Vestirsi per uscire.
Scale.
Box.
Auto.
Parte e percorre la stessa strada che ormai fa da tempo. Ad un certo punto si rende conto, ascoltando i vari annunci della radio di essere partito leggermente in ritardo rispetto al solito.
Trova così un po’ più traffico del solito e decide di cambiare strada per raggiungere, spera, la tangenzialina che lo porta ogni giorno al solito parcheggio nel più breve tempo possibile.
Questo ultima lingua di asfalto è il suo arcobaleno giornaliero. All’andata il grigio arcobaleno ha al posto della pentola piena di monete d’oro un parcheggio vicino alla fermata del metrò, mentre al ritorno c’è casa sua.
Imbocca finalmente l’ultimo tratto della strada. Ci sono due corsie.
La crisi e l’aumento della benzina hanno ridotto drasticamente la velocità di percorrenza di questa via. Ora tutti rispettano i limiti di velocità e c’è anche chi viaggia molto più piano.
Passa dalla corsia di destra a quella di sinistra dove le auto scorrono più velocemente, ma fa poco più di un centinaio di metri che una cinquecento color panna gli si attacca alla targa. È vero che fuori fa molto freddo, ma non gli sembra il caso di usare i suoi gas di scarico per riscaldarsi.
L’autista della cinquecento ha un giubbotto blu con strisce orizzontali bianca e rossa. Indossa uno di quei berretti di lana floscia che vanno tanto di moda ora. Inizia a gesticolare in maniera esagerata mentre il traffico va ad aumentare per mezzo dell’ingresso di nuovi veicoli dalle varie corsie di immissione. Da due colpi di clacson che lui ignora.
Si sente nel giusto.
Sta rispettando il limite di velocità e nel contempo sta superando la colonna di auto sulla sua destra.
Il folle autista si agita sempre più.
Grida e fa gestacci, ma lui cerca di ignorarlo e procede per la sua strada.
Colonna di auto.
Frena.
Nella cinquecento ha inizio una strana tragedia. I gesti e le parole che riesce a leggere dal movimento delle labbra si fanno sempre più volgari, mentre il folle autista fa uno strano gesto. Estrae il suo telefonino e gli fotografa la macchina ed in particolare la targa. Lui se ne accorge e saluta. Un gesto forse più pazzo di quelli del folle.
Si riparte lentamente. La cinquecento, tagliando la strada ad una macchina rossa cambia corsia sperando di riuscire a superarlo sulla sinistra.
Si affianca.
Lui resta impassibile e concentrato sull’auto che lo precede.
Mentre il folle autista gongola per essere riuscito a superarlo, lui pensa che ce n’è di strana gente in giro. Forse prima sarebbe dovuto scendere e dirgli qualcosa, del genere “Non ti metto le mani addosso solo perché la natura ha già infierito abbastanza”. O caustiche frasi di disprezzo.
La colonna di sinistra si blocca. La cinquecento con il suo folle autista si trova dietro ad un camion mentre lui la passa via.
Appena superato il camion che riparte lentamente anche lui cambia corsia e si sposta sulla sinistra non prima di aver acceso l’indicatore di direzione corrispondente.
pensa che sia finalmente andata, ma subito dopo l’incrocio, nella corsia di svolta ecco che riappare la cinquecento ed il suo autista. Disperato e rassegnato il folle autista si deve accodare. Alla fine della corsia, mentre lui svolta a destra come indica la freccia di fronte il folle autista preferisce infrangere un’altra regola del codice stradale e svoltare a sinistra.
Si sente sollevato a non averlo più alle calcagna. Parcheggia l’auto e controlla che non ci sia nessuna cinquecento color panna con autisti male intenzionati.
Scende e va alla fermata della metropolitana. Mentre cammina si accorge che sta digrignando i denti.

18 dicembre 2011

Mi scusi dov'è la maionese?

Era seduto in macchina. Il lampione illuminava appena l'abitacolo. L'area calda che usciva dai vari bocchettoni presenti nell'auto non riuscivano a togliere il freddo che sentiva corrergli sulla schiena.
Aveva paura. Non riusciva a ricordarsi cosa era successo e cosa gli stava succedendo, e questo per lui che amava tenere tutto sotto controllo era impensabile.
Stringeva il volante tra le mani così forte che le nocche gli diventarono bianche.
Se ne accorse e le tolse con un gesto veloce. Mentre osservava le mani prendere il loro normale colore si chiese che aspetto potesse avere.
Tirò giù il parasole e nello specchietto attaccato vide la barba lunga, il viso tirato, gli occhi scavati e rossi.
Ancora confuso per quello spettacolo innestò la marcia e senza guardare si immise nel traffico placido di quella domenica invernale. Il traffico era scarso ma questo non gli risparmiò comunque una serie di suonate di clacson e di improperi da parte degli altri automobilisti.
Si trovò così a percorrere quello stradone che circonda la città come una specie di nuovo fossato, dove al posto degli alligatori ci sono migliaia di pezzi di metallo che si muovono e che hanno ingoiato già il loro lauto pasto di carne umana.
Guida come un automa. Non ha ben chiaro dove sta andando ma va, e questo è importante. Un pedone attraversa sulle strisce pedonali e lui lo vede all'ultimo momento così com'è assorto nel vuoto dei suoi pensieri. Quell'immagina che si muove, troppo piccola per essere recepita dal suo cervello si trova in un attimo davanti a lui. Pigia energicamente il freno, mentre il pedone, un ragazzo si una ventina d'anni fa un balzo indietro.
Si ferma comunque giusto in tempo, ma anche questa volta non è sufficiente per evitargli un'altra sporta di insulti.
Nel fra tempo lo spavento gli ha tolto il fiato. Il ragazzo continua il suo camino e lui resta fermo a guardare il vuoto. Dietro dopo un po' inizia un nuovo concerto di clacson per automobilisti stressati.
Riparte e si ferma una decina di metri più avanti cercando di parcheggiare al meglio.
Cerca di riprendere fiato e di ridare un ritmo più naturale al suo cuore che sembra una batteria di un pezzo tecno.
Spegne la macchina e scende.
Si guarda in giro ma non riconosce nulla di quello vede, eppure è sicuro di essere nella sua città, ma quella zona sembra uscita da non sa dove.
Si appoggia all'auto smarrito.
Passa una famigliola. I due bambini che giocano a guardie e ladri mentre i genitori si dividono le borse della spesa ed il cane fa da guardia sia ai piccoli che ai grandi nella speranza che in quei sacchetti ci sia qualcosa anche per lui.
Deve esserci un supermercato nelle vicinanze. Decide di andarci. Quale posto più familiare quando non si sa dove si è e dove sia la propria casa? I supermercati sono bene o male tutti uguali come le catene di fast food che vorrebbero uniformare i gusti di tutti i loro clienti nel mondo.
Prende a camminare in direzione opposta al quadretto idilliaco che ha appena visto passare.
Un pensiero gli passa fulmineo nella scatola cranica. Un immagine. Un flash. E poi gli resta solo la sensazione e nulla di più.
Cammina e si guarda in giro alla ricerca di questa isola del lucro, oasi dell'economia moderna, agorà futurista.
Vede un concentrarsi di auto in coda, e visto il poco traffico ed il fatto che lui non sta guidando questo può voler solo dire che ha trovato la sua meta.
L'insegna luminosa poi è meglio di una Stella cometa o di una X sulle mappe dei pirati. Il tesoro è là.
Accelera il passo. Anche il parcheggio di questi enormi centri del commercio è ormai standardizzato. Fila di carrelli, parcheggi numerati, gente che gira alla ricerca di un posto dove lasciare l'auto ed altra alla ricerca dell'automobile. C'è chi insegue le persone con i carrelli pieni in stile processione nella speranza di trovare l'anelato parcheggio. Perchè anche se l'enorme P bianca su sfondo blu indica l'esistenza di questo mito moderno. Il parcheggio. Ma l'automobilista sa che in realtà la ricerca di un parcheggio a volte si avvicina di più alla ricerca del Graal.
Le solite porte automatiche gli si aprono senza neanche dover dire Apriti Sesamo.
Le casse sono tutte in linea e dietro questa linea ci sono le code, più o meno dritte, di persone con carrelli e cestini. Si sente la musica scelta da un fantomatico dj del supermercato che tra un pezzo e l'altro inserisce anche qualche consiglio per gli acquisti. Ogni tanto le canzoni sono interrotte da qualche chiamata in stile aeroporto. “ I clienti con meno di 10 pezzi sono pregati di accomodarsi alla cassa 22; la cassa numero 7 aprirà tra pochi istanti”. Dietro alle casse ed alle file di carrelli si estende in tutta la sua ampiezza il supermercato, con le sue file di scaffali pieni di tutto ciò che spesso crediamo di aver bisogno. Queste file di scaffali perfettamente parallele formano le corsie, dove la moltitudine è alla ricerca di prodotti. Qualsiasi tipo di prodotto. Ormai in questi centri si trova di tutto, dall'ultimo disco del cantante di moda, al detersivo ecologico per lavastoviglie o piante tropicali. Biciclette o tutto per la scuola e l'ufficio. Cibo per tutte le forme viventi sulla faccia della terra, o almeno crede. È quasi sicuro di aver visto una busta di plancton nella corsia del cibo per gli animali.
Sul lato opposto alle casse di solito ci sono i banconi della carne, del pesce e del pane. Sui lati, quello vicino all'ingresso la frutta e la verdura e quello opposto le bibite in bottiglia.
Ritrova in quel moderno mercato una certa area di casa. Di sicurezza. Vede tutto il variegato mondo rinchiuso in quel microcosmo. Single con carrelli pieni di cibi precotti monoporzione, famiglie con confezioni famigliari di qualsiasi cosa, giovani genitori che controllano pacchi di pannolini e pappe mentre gli eredi sono incastrati nei carrelli o lasciati all'ingresso nel reparto accoglienza bimbi, anziani che si muovono lentamente alla ricerca di prodotti economici approfittando del riscaldamento gratuito e per fare un po' di movimento. Signore in pelliccia che chiedono il prosciutto migliore al banco della salumeria e le tartine di salmone striato di Russia. Mariti con lunghe liste di cose da comprare si spostano a scatti da un punto all'altro come palline di un flipper. E tutti alla fine si incontrano alle casse.
Vorrebbe poter vedere tutto quel mondo dall'alto. Forse assomiglierebbe ad uno di quei formicai che ha visto in televisione in uno di quei documentari che lo aiutano ad addormentarsi.
Supera il ponte levatoio, ovvero la sbarra di metallo che delimita la corsia d'ingresso, ed inizia anche lui questo viaggio, avanti ed indietro, su e giù alla ricerca di non sa che cosa. Dopo un po' di tempo che si aggira schivando carrelli e passeggini nota che qualcuno lo sta osservando. Deve essere qualcuno della sicurezza, pensa. Sa che tra tutti i clienti si nascondono delle moderne spie che controllano se qualcuno si appropria indebitamente dei prodotti del supermercato. Per non dare troppo nell'occhio decide di prendere un cesto e ci mette dentro un pacco di fette biscottate, un vasetto di miele fatto dalle alacri api di montagna che hanno selezionato solo piante di Tarassaco ( chi sa come fanno le api a dividere i mieli nei vari “gusti”) ed un pacco di fazzoletti di carta.
Ora è libero di seguire le orme di Ulisse nel suo viaggio di ritorno all'amata Itaca.
In una delle tante corsie incontra anche una commessa che sta riempendo uno dei ripiani di salse e sughi. Accanto a se ha un carrello pieno di questi sughi e li deve mettere tutti allineati nello scaffale mentre le persone le passano accanto senza degnarla neanche di uno sguardo o addirittura infastiditi da questo essere che non gli permette di godere a pieno di questo paese di Bengodi. Gli fa quasi tenerezza. Si avvicina e non sapendo cosa dire impacciato come al primo appuntamento gli chiede: “ mi scusi dov'è la maionese?”.

05 novembre 2011

Pioggia e ricordi

Seduto sulla poltrona pensa agli eventi degli ultimi giorni con la borsa del ghiaccio sul ginocchio gonfio come un borioso bullo di periferia a guardare questo mare di pioggia che si rovescia dal cielo sulla terra.
Ormai sono ore che è lì a fissare il lampione, da quando uscito dalla doccia, dove l'acqua scendeva, ma calda, e toglieva un po' di quei brividi che lo percorrevano dalla testa ai piedi. E lì che cerca di fare ordine di capire, di stanare qual cosa che continua a sfuggirgli, un po' come la combinazione al Superenalotto.
Non riesce a mettere a fuoco gli eventi ed a distinguere ciò che ha sognato da ciò che è vero.
Una fitta. Il dolore cavalcando non sa quale entità maligna si trasmetteva dalla giunzione della gamba sino al suo cervello, dove come una palla di bowling faceva strike tra le sue cellule grigie.
Aveva cercato ancora conforto tra le braccia del vecchio Jack, ma all'ultimo momento aveva deciso di restare lucido.
Voleva capire cosa gli era successo e cosa gli stava succedendo e come era arrivato sino a lì, ma soprattutto cosa era successo negli scorsi giorni.
La sua mente ogni tanto gli mostrava qualche immagine, ma lui non riusciva a metterle insieme ed a dargli un filo ed una storia.
Stava vivendo un momento di confusione e smarrimento totale.
Guardava fuori e sperava di avere un segno divino che lo illuminasse, ma l'unica cosa che la natura gli mostrava era un cielo grigio ed un muro di pioggia e vento.
Pensò che quel temporale voleva suggerirgli di stare al riparo. Di non uscire a cercare risposte o cose, perchè per quelle ci sarebbe stato tempo dopo. Ora doveva solo mettersi al sicuro ed aspettare che gli eventi climatici gli dessero il permesso di uscire.
In questi momenti, pensò, l'unica cosa da fare era cercare appunto un rifugio sicuro e quale miglior rifugio che i ricordi.
I ricordi belli o tristi della sua vita passata. Di quella vita che ora gli sembra lontana, di un altro, estranea.
Parte da lontano, dal più lontano possibile, perchè sa che dei ricordi lontani, ripuliti dal tempo resta solo la parte migliore. Ed eccolo che si vede con il fratello a giocare da bambino al parco, con i compagni di scuola in gita alla cascina appena fuori questa metropoli. Si chiede se esiste ancora quella cascina e se è vero che esistono bambini che non sanno che il latte viene munto dalle mucche o che sono le galline che fanno le uova. Ricorda il viso del suo compagno di banco che fino ad allora conosceva solo gli animali domestici. Non aveva mai visto una gallina.
Quella scena gli porta alla mente sua nonna nella vecchia casa di un paesino del sud, dove insieme ad altre donne spennavano questi volatili che sarebbero poi finiti in favolosi brodi caldi.
Un brodo di pollo come lo faceva sua nonna, era quello che ci voleva ora. Un brodo che raccoglieva tutti i sapori di quella terra antica, e della loro storia.
Un giorno che faceva i capricci e non voleva saperne di mettersi a tavola e mangiare, dopo essere stato messo in castigo, suo nonno gli raccontò una vecchia storia, che ora i sociologi chiamerebbero favola con una morale, ma che per lui era stata una grande lezione di vita.
Suo nonno era sempre stato una persona di poche parole ma di grandi sguardi. I suoi occhi erano come fari che ti inchiodavano alle tue responsabilità e ti dicevano cosa era giusto e cosa no.
Quindi quando lo raggiunse con quel piatto in camera sua lui era già pronto ad affrontarlo, ed invece il nonno mise il piatto sul davanzale della finestra del cortile dove i figli dei vicini giocavano ed urlavano e si sedette accanto a lui sul letto che fu di una generazione prima di parenti.
Per un poco rimasero in silenzio.
Lui non sapeva cosa fare o dire e si limitò quindi a guardare ed aspettare gli eventi.
Suo nonno all'improvviso cominciò a parlare o meglio a raccontare, ed all'inizio fu la voce a sorprenderlo più che la storia. Una voce che aveva sentito poche volte, più che altro per salutare i conoscenti per strada ed i parenti al telefono o comandare il cane Alì quando andava in campagna a lavorare.
Ricorda benissimo che dopo le parole di quell'uomo che aveva visto la guerra e la ricostruzione, gli anni di piombo e lo yuppismo aveva mangiato il suo piatto e chiesto scusa alla nonna promettendo che non avrebbe più fatto capricci per mangiare. Una delle poche promesse che aveva mantenuto in vita sua.
Promessa che stranamente gli tornava alla mente ogni qualvolta trovandosi lontano da casa doveva mangiare quello che trovava e che a volte non gli sembrava neanche commestibile.
Senti lo stomaco borbottare.
Cercò quasi automaticamente di ricordarsi l'ultima volta che aveva messo qualcosa sotto i denti, ma era troppo in là e richiedeva uno sforzo troppo grande ed inutile in quanto non rispondeva a quel bisogno naturale. Il suo corpo lo richiamava così a prendersi cura di se. A rispondere a quella necessità primaria per la sopravvivenza.
Si alza perciò dalla sua cuccia e zoppicando si reca in cucina.
Apre le varie antine ed il frigo per cercare di mettere insieme un pasto più o meno nutriente.
Quello che ha sono: alcuni pomodori secchi sott'olio, dono di qualche parente; due scatolette di carne in gelatina; un pezzo di formaggio; un pacco di fette biscottate ed una mela che ormai ha perso l'aria peccaminosa ed è tutta una grinza.
Mette tutto sul tavolo ed inizia a mangiare senza logica, mischiando tutti i gusti ed i sapori che tanto non sente.
Butta giù anche un paio di bicchieri d'acqua per favorire la discesa del nutrimento.
Il ginocchio continua a tormentarlo mentre fuori non smette di piovere.
Butta gli avanzi nel cestino apposito e mette i piatti nell'acquaio. Li laverà appena il tempo incontrerà la voglia o quando non se ne potrà più farne a meno.
Torna a sedersi in poltrona, come un vecchio politico, cercando di ricominciare il suo viaggio nei ricordi, ma Morfeo ormai bussa sempre più forte al suo corpo stanco ed è così che scivola verso quel sonno interrotto giorni fa.

31 ottobre 2011

Clapt, clapt, clapt...

Clapt, clapt clapt... cos'è questo rumore che mi rimbomba nella testa.
Clapt, clapt, clapt... da dove viene e perchè non smette.
Clapt, clapt, clapt... fatelo smettere per favore.
Clapt, clapt, clapt... BASTAAAAAAAAAA.
Si sveglia di soprassalto. Aperti gli occhi si sente ancora più smarrito. Quel rumore gli è rimasto dentro e non riesce a capire dove si trova.
Clapt.clapt, clapt...
sbatte le parlpebre e si guarda istericamente a destra ed a sinistra cercando di mettere a fuoco l'ambiente circostante.
È sdraiato su una panchina in un parco. Ma quale parco?
Il respiro si fa affannoso e veloce. Il cervello non parte. Le sinapsi sono scollegate.
Clapt, clapt, clapt...
La paura lo afferra alle spalle e cerca di buttarlo giù. Ed intanto quel rumore continua a suonargli le meningi come se fossero bonghi.
Clapt, clapt, clapt...sempre lo stesso ritmo.
Sta impazzendo, anzi è già impazzito pensa, mentre il suo corpo è percorso da brividi che lo fanno tremare come quando era bambino ed aveva paura del buio.
Clapt, clapt, clapt... AIUTOOOOOOOOO. Per favore aiutatemi.
Clapt, clapt, clapt... l'unico suono che riesce a sentire. Non sente la sua voce, il vento, i suoni tipici di un parco, ma solo questo incessante clapt, clapt clapt...
Qualcosa gli illumina la faccia.
Chiude gli occhi e cerca istintivamente di coprirsi il volto come un novello vampiro, mentre quel fascio di luce cerca di rompere la sua improvvisata difesa.
Clapt, clpat, clapt...
Una voce giovanile e squillante gli chiede chi sia e cosa stia facendo lì a quell'ora?
Lui gli chiede di abbassare il fascio di luce. In questa maniera può vedere che non è un poliziotto alla Spillane ad interrogarlo ma un ragazzino vestito da scout, con tanto di pantaloncini, fiocco al collo e cappello.
Lui è in difficoltà. Non sa cosa rispondere ed intanto quel suono continua a riecheggiare.
Clapt, clapt, clapt...
Chiede al ragazzo se sente anche lui quel maledetto suono.
Il lupetto gli risponde di si.
Clapt, clapt, clapt...
Lui sbalordito gli chiede cosa produce quel fastidioso insieme di onde sonore.
Clapt, clapt, clapt...
il ragazzo, con la sua torcia illumina un enorme fontanile dove tre rubinetti sgocciolano ad intervalli regolari.
Clapt il primo, clapt il secondo e clapt il terzo, per poi ricominciare la serie.
Lui si metterebbe a ridere se no si sentisse così stupido e perduto allo stesso tempo.
Chiede al ragazzo dove si trovano.
Il ragazzo risponde che si trovano al centro del parco di R.... e quello è l'abbeveratoio e lui è venuto a riempire la sua borraccia.
Il novello David Crocket non si è però dimenticato che lui non gli ha dato ancora le sue generalità e quindi si fa di nuovo sotto.
Gli dice il suo nome, ma non perchè lo ricordi, ma più perchè è un riflesso istintivo, mentre non sa come giustificare la sua presenza lì.
Prova ad alzarsi dalla panchina ma è tutto indolenzito ed una fitta al ginocchio oltre a farlo quasi cadere lo fa lacrimare.
Zoppica così fino al fontanile che prima lo faceva impazzire per lavarsi il viso e cercare di recuperare un po' di lucidità.
In quel mentre si accorge che dall'arrivo del ragazzo non ha più sentito quel maledetto rumore.
Clapt, clapt, clapt...
eccolo di nuovo, ma ora non gli da fastidio ma gli serve per trovare nel buio la via per l'acqua.
Il ragazzino accorgendosi delle sue difficoltà deambulatorie, e rispettando il luogo comune che i boy scout aiutano le persone in difficoltà, gli si avvicina per sostenerlo intanto che illumina il sentiero. Baden-Powell sarebbe fiero di questo suo giovane erede.
Sono solo pochi metri, ma con quel dolore al ginocchio gli sembra di fare chilometri.
Il dolore sembra avere una via preferenziale e dalle giunture della gamba gli arriva direttamente alla base posteriore del cervello.
Si deve fermare dopo pochi passi per prendere fiato.
Ringrazia mentalmente il ragazzo sconosciuto che lo sta aiutando e si ripromette di menzionarlo per la medaglia del buon samaritano.
Arrivano ai tre rubinetti,
Lui apre il primo a destra, mentre il ragazzo, dopo essersi assicurato che lui aggrappato al colonnato riesce a reggersi da solo va a riempire la borraccia in quello di sinistra.
Il ragazzo ha smesso di fare domande ma non di aspettare risposte.
Lui si lava il viso, ed il gelido dell'acqua ha un effetto simile ad una coppia di ceffoni ben assestati. Lo sveglia dal suo torpore. anche se non basta ad accendere nessuna luce nella sua mente.
Il ragazzo gli propone di seguirlo all'accampamento, dove il Gran Mogol ed il resto del gruppo potrà sicuramente aiutarlo, medicandogli la gamba e dandogli qualcosa di caldo da bere. Magari questo lo aiuterà a capire come sia finito in quel posto e perchè ha un ginocchio che lo spezza dal dolore.
Intanto il suono ricomincia.
Clapt, clapt clapt...

30 ottobre 2011

Pale rider

Si svegliò con uno strano sapore in bocca. Provò a cercare di capire cosa fosse e si accorse quasi subito che era rabbia. Una rabbia insensata ed immotivata. Una rabbia pura. Avrebbe voluto urlare contro il cielo che stranamente era ancora buio.
Non capiva. Non capiva il motivo di quella rabbia e perchè fuori fosse buio.
La voglia di rompere o distruggere qualcosa lo prese alla gola. Sentiva che aveva bisogno di sfogarsi, ma non capiva il perchè.
Prese un profondo respiro cercando di introdurre la maggior parte di aria dentro di se e la ributtò fuori un po' alla volta. Si concentrò per mettere a fuoco cosa era successo, ma con pessimo risultato.
Ricordava solo di aver corsa, di essersi sentito bene. E basta. Ma ecco che come bolle in una palude iniziavano a tornare a galla alcuni ricordi.
Il tragitto dal parco a casa.
La doccia calda per cercare di allontanare la stanchezza.
Il pranzo frugale. Ormai da quando era andato a vivere da solo non c'era più la mammina a preparargli pranzetti luculliani.
Aveva provato a leggere mentre la radio trasmetteva i commenti alle partite ma si era addormentato quasi subito, o almeno era questa la sensazione.
Poi buoi. Solo buoi e questa rabbia.
Decise di uscire sul terrazzo e fare qualche esercizio di respirazione. Fuori l'aria era fredda ed umida e lui sperava che potesse servire a fare un po' di chiarezza.
Dieci respiri profondi, ad occhi chiusi provando da prima a fare il vuoto nella sua mente. Ci vollero trenta respiri ed il rischio di un iperventilazione per attenuare quella nera sensazione che lo pervadeva.
Altri venti respiri per cercare di riconquistare la vetta della calma, ma non ce la fece. Quello era il massimo che poteva ottenere. Quel gusto intanto era ancora lì nelle sue papille gustative.
Decise che così poteva bastare.
Aprì gli occhi. Vide la Luna che discretamente e silenziosamente lo osservava dall'alto del cielo buoi. Una Luna pallida e quasi tonda. Quella visione lo ispirò.
Una cascata di immagini si proiettarono nel fondo dei suoi bulbi oculari. Immagini che solo ora avevano un senso. Quel senso era dentro di lui già da tempo ed aveva nutrito quella rabbia nel buio, in attesa che qualcosa la facesse scatenare, mentre il tempo la nutriva a sua insaputa.
Eppure lui ricordava di aver provato già tanto tempo fa ad illuminare quella zona buia, e credeva di esserci riuscito...appunto credeva, ma ora doveva fare i conti con la dura realtà.
Una realtà in cui le favole a volte vedono vincere l'orco o la strega. Dove il principe azzurro spesso guida ubriaca cavalli d'acciaio sotto l'effetto di incantesimi chimici e le principesse sgambettano succinte in cerca di glorie effimere in compagnia di vecchi re bavosi. Dove la notte sa essere a volte davvero buia e spaventosa.
E quella si prospettava anche lunga, molto lunga, forse addirittura lunga.

Da quando aveva avuto quello strano incidente questo era sempre stato il periodo più cupo per lui.
Quello dove la notte superava il giorno, e tutte le sue paure si davano convegno nella sua testa. Era una stagione dura per lui. Per fortuna che durava poco. Cinquantadue giorni. Solo cinquantadue giorni si ripeteva, e poi ogni sera contava quanta giorni mancavano al solstizio d'inverno. Quello era il suo giorno di festa. Più del Natale e di Capodanno. Il giorno in cui il Sole ricominciava la sua lotte con la notte.

Ora dalle sabbia mobili che sembravano aver inghiottito il suo cervello spuntavano delle bolle, ed in ogni bolla c'era un frammento dei giorni passati. Un fotogramma.
Lui cercava di metterli in ordine quei pezzi per ricostruire la storia passata e trovare il bandolo di quella matassa rossa e nera di odio.
Ed ecco che un immagine alla volta il film iniziava a prendere forma e con lui l'ambientazione, la scenografia, i dialoghi, gli attori e la trama.
Il buco nero colmo di rabbia ricominciò a crescere e si espandeva. Sentiva la bramosia della distruzione farsi largo dentro di lui. La vista per un attimo si offusco intanto che i muscoli si facevano più tesi per poi focalizzarsi su di un volto, anzi su due volti. Visi che lui conosceva molto bene e di cui un tempo si era fidato ma che ora risvegliavano in lui questo istinto primordiale e questo desiderio di violenza.
Andò di corsa in bagno è vomitò. Mentre si trovava abbracciato alla ceramica più grande della casa, unico vero appoggio in quelle situazioni sperava di espellere tutto il male che quelle due persone gli avevano fatto con il loro tradimento, ma nulla. Sembrava che fosse proprio la rabbia a spingere fuori il cibo per avere più spazio dove espandersi.
Svuotato ormai di tutto, si sciacquò la bocca con un po' di collutorio. Il sapore di menta in bocca non gli dava soddisfazione. Andò in cucina e cercò il suo vecchio amico Jack. Trovato ne verso due dita in un bicchiere e tornò in camera da letto. Mentre era seduto sul letto a sorseggiare quel liquido ambrato invecchiato in botti di rovere iniziò a pensare che era solo in quel periodo che ricominciava a frequentare assiduamente JD e Richard Ginori, sapendo già quanto gli sarebbe costato.
Appoggiò il bicchiere ormai vuoto sul comodino e si sdraiò nuovamente.
Voleva addormentarsi e dimenticare. Voleva solo questo, ma ormai l'odio era maturo e la rabbia troppa. Lui cercò di resistere ancora un po' girandosi e rigirandosi nel letto, ma senza fortuna.
Si alzò. Si vesti ed uscì proprio quando una lieve pioggerellina, molto fastidiosa, iniziò a scendere.
Calò il cappello sugli occhi e si incamminò. Non sapeva ancora verso dova ma sapeva che era sulla cattiva strada. Questa era l'unica cosa che sapeva, oltre al fatto che qualcuno avrebbe sofferto quella notte. Il suo dolore doveva essere condiviso e lui non vedeva l'ora di poter essere generoso e donarne a chi glielo avrebbe chiesto... e forse anche a chi no.
Mentre camminava sempre più velocemente il calore del suo corpo contrapponendosi al freddo esterno ed alla pioggia che gli inzuppava lentamente i vestiti dava origine ad un alone che circondandolo gli dava proprio l'aspetto di uno dei quattro cavalieri dell'apocalisse.
Un cavaliere pallido.
E come tutti i cavalieri con una missione da compiere.
Una missione che avrebbe portato alla fine di quello che era e che era stato.
Camminava verso la fine, senza nessuna paura apparente, ma con l'incoscienza tipica di chi si crede predestinato e incolpa il destino ed il caso per le sue sventure, consapevole che per lui la parola futuro aveva perso di significato.