01 gennaio 2016

Questionario 2015

1.ANNO APPENA TRASCORSO: 2015.
2.BEL RICORDO: L’arrivo di una nuova nipotina.
3.BRUTTO RICORDO: Parole preventive dette per non prendersi troppe responsabilità.
4.POSTI VISTI: Molti, in un viaggio verso SUD pensato dopo un film e regalato da tante persone, alla ricerca di posti che c’erano, che ci sono e che forse non ci saranno più
5.PROFUMO: Di disinfettante.
6.GUSTO: Salumato.
7.TATTO: Carezzevole.
8.VISTA: Mare e Monti.
9.UDITO: Qualcuno che ti chiama e chiede di te.
10.INCONTRO: Incrociato di amici.
11.CAMBIAMENTO: Aver capito cosa significa che nulla è eterno.
12.RAMMARICO: Non aver fatto quella telefonata prima.
13.DISPIACERE: Essere lontano da chi mi è vicino.
14.LETTO: Poco e male.
15.SPAVENTO: Di perdere in un battibaleno una persona cara.
16.GIOIA: Dono di una videomaker in fasce.
17.AUTOMOBILE: Sempre lei, ma con una cugina viaggiatrice.
18.LAVORO: Lui c’è…. A mancare è chi dovrebbe essere di aiuto.
19.PENSIERO RICORRENTE: Cercare di star bene.
20.EVENTO: Annunci di arrivi e di partenze ed anche di qualche ritardo.
21.CONTINUITÀ: Amici vicini e lontani, presenti ed un po’ bigioni.
22.SPACCATURA: In attesa del vaticino dell’uomo del Tubo.
23.VIAGGIO: Un percorso che segue un film, per capire perché siamo il Bel Paese.
24.LIBRO: Quello che faticosamente mi accompagna da mesi e che cerco di convincermi a leggere.
25.FILM: Taxi Teheran. Film semplice che non ti aspetti.
26.CANZONE: Edoardo Bennato Io vorrei che per te
27.SPORT: Thai Chi Chuan
28.RADIO:Sempre con me.
29.MOTTO: Un passo dopo l’altro senza troppa paura.
30.PROPOSITO: Cercare di entrare in quel vestito.

01 gennaio 2015

Questionario 2014


Caro Lettore,
anche il 2014 è trascorso tra mezze stagioni che non esistono più e stagioni che non si sono proprio fatte vedere. I giorni sono passati e dove non è arrivato il sole a scaldare il cuore ci ha pensato una bella maestrina.

1.ANNO APPENA TRASCORSO: 2014.
2.BEL RICORDO: Una mostra fotografica che mi ha regalato un sogno.
3.BRUTTO RICORDO: Una notte di incubi e tormenti che mi ha portato lontano, troppo lontano lasciandomi un po' di paura.
4.POSTI VISTI: Molti, da Est a Ovest, da Sud a Nord, in un viaggio lungo tutta l'Italia.
5.PROFUMO: Di bucato tornando a casa.
6.GUSTO: Trinacriese.
7.TATTO: Morbido da scavare.
8.VISTA: Piena di cose nuove.
9.UDITO: Risate allegre e voci dialettali.
10.INCONTRO: Finalmente quello giusto.
11.CAMBIAMENTO: Uno epocale. Aggiornamento del mio stato sentimentale.
12.RAMMARICO: Aver lasciato qualcosa e forse anche qualcuno indietro.
13.DISPIACERE: Non essere stato in grado di realizzare quello che ora sembra un capriccio.
14.LETTO: Condiviso.
15.SPAVENTO: Di non arrivare in tempo all'aeroporto con l'auto ad uovo.
16.GIOIA: Avere qualcuno a cui augurare il buon giorno.
17.AUTOMOBILE: Sempre la stessa, fedele come un Carabiniere.
18.LAVORO: Pesante, molto pesante con un salto realizzato a metà per la poca rincorsa.
19.PENSIERO RICORRENTE: Quello di aggiungere un'altra lastra dorata sul percorso delle buone intenzioni.
20.EVENTO: Un incontro allargato ed una poesia che mi ha fatto sobbalzare il cuore.
21.CONTINUITÀ: Culinaria a scrocco.
22.SPACCATURA: Incredibile ma vero, la lavatrice funziona.
23.VIAGGIO: Un volo per conoscere meglio chi mi sta accanto.
24.LIBRO: A volteritornano di Niven John, la miglior definizione di Paradiso.
25.FILM: Un insolito naufrago nell'inquieto mare d'Oriente, perché alla fine non siamo così diversi.
26.CANZONE: Pierangelo Bertoli – La prima pioggia
27.SPORT: Divano ad ostacoli.
28.RADIO: Ovunque io vada compagna di viaggio.
29.MOTTO: Tornate sani, tornate amici, arrivate in cima (donato da SteAlto).
30.PROPOSITO: Quello di non farsi prendere troppo dalla malinconia.

10 agosto 2014

Magie


Di nuovo sulla banchina della metropolitana meneghina ad aspettare. Ecco un nuovo inizio uguale al precedente ma con un'altra sceneggiatura. Ora non era solo, ma in compagnia di colei che aveva occupato in un sol colpo gli aridi territori del suo cuore facendone spuntare fiori e colori. Ora sapeva dove andare e con chi e non si sentiva più solo o smarrito.
Nei minuti che il tabellone dava di attesa iniziarono a parlare di come mai si trovassero lì. L'accento della Principessa tradiva origini esotiche di terre vulcaniche. L'eroe cercava di non sembrare troppo curioso o impiccione, mentre si sorprendeva di come fosse facile parlare con lei. I minuti di attesa indicati dal tabellone intanto scendevano a blocchi di mezzi minuti mentre un paio di ondate di ansia colpivano le pareti del cuore del nostro eroe.
La banchina nel frattempo si riempiva in ogni ordine di posto e grado come in un immenso teatro dove il pubblico si recava ad ammirare il passaggio del treno, perché alla fin fine “il treno è sempre il treno” che sia ultraveloce o metropolitano.
Arrivò anche il loro. Si posizionarono in modo da far scendere prima le persone sulle carrozze, come ripeteva da anni il messaggio registrato, per poi poter salire più agevolmente. Con loro salirono un altro centinaio di persone che andarono a saturare ogni spazio libero. I due si ritrovarono così vicini, come si possono trovare due ballerini di tango. Iniziarono così una danza fatta di accelerazione e frenate, intanto che la città scorreva sopra le loro teste che si riempivano di parole.
Arrivarono alla loro fermata, perché per il nostro eroe ormai tutto era da pensare per due. La fermata era quella che gli ricordava gli anni un po' confusi della scuola media, dove le domande superavano di gran lunga le risposte che riusciva a darsi sulla sua vita e sul suo futuro.
Ma questa è una storia che tornerà buona più avanti nella storia ora all'eroe interessa solo prolungare il cammino con la sua dolce Principessa.
Le porte del vagone si aprirono mentre una voce dall'alto annunciava il nome della fermata e la direzione del treno. Scesero con qualche difficoltà facendo lo slalom tra i vari passeggeri che si frapponevano tra loro e l'uscita. Per un attimo il nostro eroe perse di vista la bella Principessa, e quell'attimo gli sembrò portar via una buon parte della sua vita che la fortuna gli rese subito quando vide la Principessa attenderlo poco più avanti.
Lui l'aveva attesa per un intera vita, la sua, ed ora era lei che lo aspettava. Il cuore iniziò a battergli un po' più forte. Lei vedendolo gli sorrise. Se il nostro eroe non si era sbagliato anche lei era sollevata di averlo ritrovato.
Si incamminarono così verso la prima scalata fatta da 34 scalini che li avrebbe portati al livello del mezzanino. Da li, superati i tornelli avrebbero seguito le indicazioni per l'uscita corretta.
Una volta arrivati fuori anche di quella rampa di scale lui si sorprese.
Si sorprendeva sempre quando usciva dalla metropolitana. Gli sembrava sempre una magia quella che lo portava da una parte all'altra della città. Prima era lì ed ora qui. Prima era in una zona ed ora era in un altra. Da quando aveva preso per la prima volta la metropolitana questa cosa lo aveva sempre stupito. Gli aveva sempre fatto pensare che quel luogo racchiudesse un po' di magia. Ed ora un po' di quella magia gli stava regalando l'incontro della sua vita.

12 luglio 2014

Linee colorate


Si trovò in piedi senza sapere come avesse fatto.
L'istinto di sopravvivenza lo spingeva avanti, tra la folla che intasava i corridoi del metrò a quell'ora. Persone di tutti i tipi, provenienza, colore, credo politico o religioso ed orientamenti sessuali si incrociavano in una certa armonia ed uguaglianza sogno realizzato ma effimero del 3° articolo della costituzione.
Lui però in quel momento non pensava affatto ai padri costituenti ma alla bella Principessa che l'aveva riportato a galla. Doveva raggiungerla e trovare un modo per... almeno per parlarle e sentire la sua voce. Il suo cervello stava elaborando milioni di possibilità alla ricerca di una scusa per attaccare bottone senza sembrare troppo imbranato o spaventarla.
Ecco nell'era della comunicazione la cosa più difficile sembrava parlare con un altro essere umano. Con transistor e microchip sembrava tutto più facile ma quando ci si doveva confrontare con un proprio simile le cose non sapeva perché si complicavano. Ma bando alla filosofia, pensò. Doveva trovare una soluzione e la doveva trovare subito.
Il grande sceneggiatore della sua vita allora decise di svegliarsi dal suo torpore e regalargli una scena magari banale ma molto reale. La principessa infatti si fermò davanti ai tabelloni che rappresentavano in maniera schematica le linee della metropolitana. Questi serpentoni colorati e maculati, in cui ogni puntino ha un suo nome. Arterie variopinte che si dipanavano all'interno del corpo della città incrociandosi in maniera studiata nel suo centro per poi diramarsi verso le sue estremità.
Lei cercava di tradurre quelli che per lei erano poco più di geroglifici, o almeno questo sembrava dal suo sguardo. Il nostro super eroe allora si bloccò a pochi passi valutando quale fosse la mossa migliore da mettere in campo in quell'infinita partita a scacchi che qualcuno chiama vita.
Lei estrasse nel frattempo una di quelle cartine pieghevoli che mostrano il profilo della città vista dall'alto dando sfogo alla toponomastica ed ai colori. Intanto si guardava in giro cercando di individuare la stella polare che le indicasse dove fosse il nord.
Lui allora ingoio tutte le sue paure e remore ed avvicinandosi le chiese semplicemente se poteva essere di aiuto.
Lo sceneggiatore pensò che neanche questa volta avrebbe vinto qualche premio internazionale per questa trovata ma a lui forse interessavano altri riconoscimenti e tornò a scrivere sul libro del fato.
Lei lo guardò prima un po' stupita, poi cercò di soppesarlo ed infine con uno sguardo che racchiudeva tutti i colori dell'arcobaleno e della gratitudine gli indicò un punto della cartina rivolgendogli quelle che sarebbero state le prime parole che lui incise nel suo cuore:” Grazie, dovrei andare in zona San Siro”. Assaporò il tono della sua voce che trasportava un che di allegro.
Conosceva bene la zona e come raggiungerla. Tutti gli anni da tesserato della squadra cittadina a qualcosa erano serviti oltre a fargli spargere alternativamente lacrime di gioia e di tristezza. Trovò anche il tempo per ringraziare lo scriba che era addetto alla storia della sua vita (lo sceneggiatore allora si concessa di gongolare per alcuni istanti).
Lui le mostrò le varie possibilità, aggiungendo anche qualche indicazione turistica ed il colpo che sperava decisivo: “ anch'io vado da quelle parte. Se vuoi possiamo fare un pezzo di strada insieme”.
Il pezzo che aveva in mente il nostro super eroe andava da lì fino alla fine del tempo, ma questo la principessa lo ignorava, forse.
Lei sorrise e pronunciando i ringraziamenti del caso feci sì con la testa.
Così si incamminarono verso la banchina da cui sarebbe partito il treno che li avrebbe condotti verso quello che lui sapeva essere il viaggio più importante della sua vita.

20 aprile 2014

Vuoto e Pieno



Era confuso, molto confuso.
Cosa stava succedendo?
Le gambe a malapena lo sorreggevano, ed a dire il vero neanche il resto del corpo era di grande aiuto, così si era ritrovato seduto su una di quelle gelide panchine del metro. Faceva fatica a respirare. Più cercava di inspirare e meno aria entrava nei suoi polmoni. Tutti i pensieri erano ovattati. Aveva la netta sensazione che il suo cervello stesse galleggiando in pessime acque e non si scorgeva nessuna nave all’orizzonte che potesse salvarlo.
Cercava di focalizzare le sue idee, ma non ne aveva. Le lenti di Archimede in questo caso non potevano far un gran che. Non si poteva concentrare il vuoto della sua mente, né dentro se stesso né al di fuori.
Si sarebbe detto in stato catatonico, con le poche funzioni vitali ancora attive ma non era così.
Una piccola parte del suo essere era cosciente del suo stato, solo che non riusciva a trovare la chiave di volta per uscirne. Il suo istinto di sopravvivenza era l’unica parte del suo essere che lo teneva ancora legato alla realtà. Al presente. All’adesso.
Cosa doveva fare? Neanche a questa domanda riusciva rispondere, anzi non riusciva neanche a porsela.
Un naufrago ad un passo dalla disperazione o forse dalla pazzia. Così si sentiva.
Intanto il mondo intorno a lui continuava a girare come se nulla fosse.
I treni passavano, le persone scendevano, altre salivano. I vari annunci si susseguivano, come il chiacchiericcio di fondo dei passeggeri di passaggio. Lui rimaneva intanto immobile, per non sprecare le poche energie che sentiva ancora scorrergli dentro, a scrutare i possibili segnali di una squadra di salvataggio.
Come capita in molti racconti di disastri, ecco che l’eroe si salva per una serie di coincidenze fortuite. In questo caso la coincidenza era stata l’incrocio di sguardi tra lui ed una favolosa principessa, titolo nobiliare assegnato direttamente dall’eroe quando aveva sentito il primo battito di ali di farfalla nel suo stomaco.
E dire che pensava di diventare vegetariano.
La principessa gli passò accanto e prosegui. 
Fu tutto velocissimo.
D'un tratto tutto il suo corpo ricominciò a funzionare. Tutto era tornato in ordine. 
Ma non come era prima.
Meglio.
Le gambe sembravano più reattiva. L’aria profumata. I pensieri si formulavano alla velocità della luce. Capiva tutto, anche quello che gli era rimasto oscuro per tanti anni.
Si sentiva più di un eroe.
Si sentiva un super eroe.

30 marzo 2014

Mancanza


Sono seduto su una delle panchine della fermata del metrò della città che mi ospita. La primavera qui è arrivata solo sul calendario. L'area è fredda come alcuni degli indigeni del luogo. A volte penso che il capitano dei surgelati abbia anche lui residenza qui. Intanto che aspetto l'arrivo del mio treno sento il freddo della giornata che dalla lastra di marmo della seduta della panchina, attraverso la stoffa dei miei pantaloni risalga dalle terga su per la spina dorsale fino alle 7 vertebre cervicali che a fatica sorreggono il capo che sento sempre più pesante con il passare del tempo ed entrare direttamente dentro la mia anima. Il vento gelido che si intrufola nel colletto della giacca poi arriva a dar man forte all'attacco terrestre, tanto che vengo attraversato da un onda di brividi che mi fanno accapponare la pelle.
Alzo il bavero della giacca e provo a stringermela addosso per farla aderire il più possibile e non lasciare parti scoperte ed indifese. Cerco di trattenere tutto il calore prodotto in maniera da auto-sostenermi. Incrocio le braccia sul petto e con un gesto poco elegante infilo le mani sotto le ascelle. Ah finalmente un po' di calore.
La sensazione dura poco perché l'ennesima folata di area gelida preannuncia l'arrivo del treno prima ancora che questo esca dalla galleria.
La metropolitana arriva dopo pochi secondi. Aspetto sino all'ultimo per salire. Mi sento tutto intorpidito ed ho paura di frantumarmi mentre mi muovo verso le porte del convoglio. Non voglio disperdere quel poco di tepore che avevo iniziato ad assaporare. A quest'ora c'è pochissima gente sulla carrozza, e per la prima volta rimpiango l'ora di punta con tutta quella gente che affolla le banchine ed i treni. Mi manca l'effetto stalla che tanto viene rappresentato nei presepi nel periodo natalizio e che ora tornerebbe davvero utile.
Mi manca anche il contatto umano, obbligato dalla mancanza di spazio, con questi estranei. A volte è anche l'unico contatto fisico che ho con un'altra persona nell'arco dell'intera giornata. Mi siedo ed aspetto che le porte si chiudano ed il treno parta. Il mio viaggio ha inizio e finirà dopo 14 fermate. In questo tragitto incrocio pochissimi passeggeri e quasi tutti stranieri. Mi soffermo a guardare un ragazzo di colore con una capigliatura afro che si è seduto difronte a me. Non avrà ancora diciott'anni penso. Porta scarpe da ginnastica bianche con lacci verde fluo. I jeans finto usati fanno da sostegno ad un piumino arancione che lo fa assomigliare ad un naufrago su un gommone in attesa di aiuto. Chi sa se è arrivato in questo paese proprio così. Penso che se io ho freddo chi sa lui che deve essere abituato a climi ben più caldi. Di colpo si diffonde la voce di uno dei rapper che tanto vanno di moda ora tra i giovani. Il ragazzo estrae dalla tasca uno smartphone con una cover che ricorda la bandiera rastafariana e risponde al telefono. Stupito sento che l'accento non ha nulla di esotico ma è uno di quelli tipici di una delle città “operose” del nord est della nazione.
Non ho ancora metabolizzato del tutto che ormai siamo una nazione multietnica. Lo stupore viene sostituito quasi subito da un po' di vergogna per questa mentalità legata a stereotipi arcaici che non vorrei avere, e dal piacere di riscontrare come la vita a volte se ne frega degli stereotipi e delle parole di alcuni personaggi che aizzano all'odio razziale e va avanti lo stesso.
Cerco di non ascoltare la telefonata anche se qualche parola si intreufola nei miei pensieri. Come studiare, compiti e la parola che mi si stampa in mente. MI MANCHI.
Arriva la mia fermata, ma faccio fatica a metterla subito a fuoco. La mia mente si è di colpo ingolfata a sentire quelle parole.
Per fortuna che la parte razionale della mia mente riesce a prendere per un attimo il controllo e con un balzo sono fuori mentre le porte si richiudono alle mie spalle.
Vedo il treno partire con il ragazzo ancora al telefono e mi chiedo a chi avrà detto quelle parole, le stesse che io ho pronunciato qualche ora prima.
Al telefono.
Ad una persona che mi manca.

19 marzo 2014

Grazie per lo sciopero


Grazie per lo sciopero.
Eh si caro Lettore, sono qui a ringraziare per lo sciopero dei mezzi pubblici di oggi. La mia non è ironia e non voglio entrare nel merito che ha portato un intero mondo a scioperare. Il mio grazie è dovuto al fatto che il ridotto orario dei mezzi mi ha permesso di uscire prima dall'ufficio. Arrivare ad un orario umano al parcheggio dove lascio solitamente la macchina. Partire e fermarmi quasi subito. Un mega serpentone di auto che si muove più come una lumaca ha cercato di fagocitarmi. Vedo un piccolo parco alla mia destra ed un parcheggio.
Mi fermo.
Prendo il libro che mi fa compagnia nei viaggi in metropolitana e vado alla ricerca di una panchina su cui sedermi.
Il parco è tutto transennato, ma mamme, nonni, papà e bambini sono comunque lì a giocare e chiacchierare. Sulle transenne e sugli alberi ci sono vari messaggi.
Scopro così che gli abitanti della zona hanno trovato un modo civilissimo per protestare su alcuni lavori (Via d'Acqua), che anch'io trovo del tutto inutili. In quei messaggi ci sono poesie ed aforismi, o solo piccoli pensieri per difendere questo piccolo parco che rischia di essere chiuso per EXPO2015, come riporta uno degli striscioni.
Trovo una anchina e mi siedo. Apro il mio libro ed inizio a leggere. Intanto in lontananza sento il rumore del traffico ed il serpentone crescere. Leggo ed ogni tanto do un'occhiata alla situazione viabilistica. Tutto fermo.
Arrivo così alla fine del libro che il sole ormai è prossimo a finire il suo turno. Ritorno alla macchina. Il traffico sta diminuendo ma è ancora troppo per i miei gusti.
Salgo in macchina e decido di riposarmi un po' pensando ai giorni appena trascorsi ed a quelli che verranno.
Magicamente di colpo il traffico non c'è più.
Decido di partire e di fare un paio di commissioni prima di tornare a casa, così da ridurre ancora l'indice traffico e prendere un paio di regalini al mio papà. Perché sciopero o no, traffico o no un pensierino al babbo non potevo dimenticarmelo.
E tutto questo è stato possibile grazie allo sciopero che mi ha regalato un paio di ore per me, solo per me.
Grazie.

13 febbraio 2014

Roberto Freak Antoni

Caro Lettore,
  ci sono mattine in cui il mondo cerca di darti segnali ma che riesci a capire solo a posteriori.
Oggi mentre venivo in ufficio, ho incrociato un carro funebre vuoto. Istintivamente mi è venuto da fare la serie di scongiuri rituali.
Ammetto che una parte di me se n’è vergognata ma l’inconscio in quel momento ha preso il sopravvento. 
Un minuto dopo l’autoradio da la notizia della dipartita di Roberto “Freak” Antoni.
Venivano citate nella trasmissione alcune sue battute o stralci di canzone.
Quelle parole mi hanno riportato indietro ad un’epoca felice. In cui ero meno disincantato e pensavo davvero che l’intelligenza potesse garantirmi una felice esistenza…
Ok, non voglio scrivere un coccodrillo, ma lasciare solo un saluto, un saluto suo:

“Fai bene ad andartene. Anch’io, se potessi, mi lascerei”.
Buon viaggio.

08 febbraio 2014

Parole, soltanto parole


Caro Lettore come stai?
Ormai mi è sempre più difficile riuscire a scrivere con una certa continuità. La vita ed il lavoro mi rapiscono e mi lasciano poco tempo per mettermi nuovamente davanti ad un pc e scrivere, ma ti assicuro che durante il giorno mi ritrovo a pensare al post che potrei scrivere, spaziando dai personaggi strani che incontro nella città; della mia continua lotta contro gli Utonti; degli sfoghi terapeutici; degli eventi mondani più o meno degni di note; dei pensieri da runner di ritorno, con tanto di pancetta; degli stati d'animo condizionati dal tempo e da ciò che mi circonda; di possibili nuove storie da raccontare in questo spazio, per dare vita a nuovi personaggi... Ecco. Tante cose per la testa e poche parole da incanalare nel flusso creativo. Ma tutto questo non mi ha fatto dimenticare che da qualche parte, ogni tanto possa passare qualcuno da queste pagine e cercare qualcosa, magari uno spunto di riflessione, un conforto (“ è proprio vero, anche a me succedono le stesse cose”) in momenti un po' bui, un idea o solamente per caso o curiosità. Sono forse ora più attento a quello che scrivo, o solo pigro e distratto. In fin dei conti non si dice che la vita è fatta di momenti e periodi... forse questo è un periodo così dove occorre fare delle scelte e ponderare un po' di più le cose, perché il tempo è passato dall'apertura di questo blog, ed io come il mondo che ci circonda sono cambiato e sto ancora cercando di cambiare, perché come canta Jovanotti “se non avessi voluto cambiare oggi sarei allo stato minerale”.
Magari piccoli cambiamenti, che in una versione adattata dei principi Darwiniani di adattamento mi permettano non solo di andare avanti, ma anche di andarci nel miglior modo possibile, senza dimenticare la mia storia. Un anello che cerca di abbracciare ieri e domani con non poche difficoltà, ma anche con qualche bella soddisfazione. Ed in questa mia mania di citare testi di canzoni (vedi titolo del post) in maniera magari “populista e poco originale” ecco che prendo in prestito le parole di un poeta che molti chiamano solo cantautore: “un guerriero senza patria e senza spada con un piede nel passato e lo sguardo dritto e aperto nel futuro” (di P. A. Bertoli).
Come già scritto in questo blog a volte ti scervelli per trovare le parole per esprimere un idea o una sensazione e scopri che qualcuno lo ha già fatto e lo ha fatto in modo perfetto.
Ora ti lascio perché alcuni impegni (pulizia della casa) reclamano la mia presenza (anche gli aspirapolvere a volte si sentono soli ed hanno bisogno di un gesto e di una mano che li guidi).
Buona vita.

01 gennaio 2014

Questionario 2013


Caro Lettore,
anche il 2013 è trascorso tra elezioni e forconi. Sono sopravvissuto alle vicissitudini lavorative, alla vita da single con appoggio bamboccione a casa dei miei, al traffico cittadino ed al ritorno a correre. Ed eccomi qui davanti al pc, come ormai è consuetudine, a ricompilare questo questionario, "influenzato" anche lui degli ultimi giorni che hanno dipinto di grigio il mio cielo.
Ora, caro Lettore, ti lascio alla lettura di questo post augurandoti un 2014 sereno e felice ma soprattutto con qualcuno con cui condividerlo.

1.ANNO APPENA TRASCORSO: 2013.
2.BEL RICORDO: Una bolla di sapone ricca di mille colori.
3.BRUTTO RICORDO: La bolla che scoppia lasciando un brutto alone.
4.POSTI VISTI: In fuga dalla città per cercare un Medioevo dal gusto epico.
5.PROFUMO: Quello che ha riempito il piano dopo una pausa pranzo molto etnica.
6.GUSTO: Il gusto amaro della rabbia.
7.TATTO: Una carezza data.
8.VISTA: Persa in sinuose curve che tortuosamente mi han sempre riportato al punto di partenza.
9.UDITO: Un assordante silenzio.
10.INCONTRO: Forse troppi ma mai quello giusto.
11.CAMBIAMENTO: è cresciuta la barba, anche se ora è più ordinata.
12.RAMMARICO: Non sapere come sarebbe potuta andare a finire se il telefono avesse squillato.
13.DISPIACERE: Accorgersi che a forza di esser andati avanti ci si ritrova dove si è partiti.
14.LETTO: Poco e digitale.
15.SPAVENTO: Pioggia, troppa pioggia.
16.GIOIA: Quelle date dai nipoti il più grande che tifa allo stadio mangiandosi un panino, proprio come me alla sua età, mentre il più piccola che mi accoglie ogni volta con un saluto a modo suo.
17.AUTOMOBILE: Sempre la stessa anche se quest’anno forse ha preso un po’ troppo freddo ed intemperie. Scusa.
18.LAVORO: Tasto un po' dolente, soprattutto in questo periodo, ma con la speranza che domani possa migliorare.
19.PENSIERO RICORRENTE: Perché? E non citare il solito film... (“La verità è che non gli piaci abbastanza”)
20.EVENTO: Un amico che torna a casa per una sua “personale”, facendo di me un piccolo mecenate.
21.CONTINUITÀ: Ed anche quest’anno sono stato eletto (incastrato) a fare il consigliere di scala, proprio come l’anno scorso.
22.SPACCATURA: Incredibile ma vero, quest’anno non sono stato invitato a nessun matrimonio.
23.VIAGGIO: Quello rimandato anche quest’anno.
24.LIBRO: “Il vangelo secondo Biff” di C. Moore. Per pensare che tutti siamo stati giovani.
25.FILM: Vodka Lemon. Film visto con 10 anni di ritardo, ma forse questo lo ha reso, o meglio mi ha reso adatto alla visione.
26.CANZONE: degli Après la Classe - La luna cadrà
27.SPORT: Kart, che mi ha visto vincere un bellissimo ebook reader anche se ho tagliato per ultimo il traguardo.
28.RADIO: il mio orologio biologico durante le ore estreme della giornata
29.MOTTO: CHI CHIAGN' FOTT' A CHI RIR'
30.PROPOSITO: Cercare di arrivare in tempo alla fine di un lungo cammino, correndo.

06 dicembre 2013

Dolce Natalizio


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Caro Lettore,
   come saprai è tradizione che le feste natalizie siano aperte dalla festa dell'Immacolata o, più milanesemente, dalla tradizionale festa di Sant'Ambrogio. Questi sono giorni in cui Milano si riempie di bancarelle e mercatini. In ogni piazza è un sorgere di tende e tavoloni su cui sono distesi prodotti ed oggetti. Alcuni di questi sono storici e tradizionali, altri sono più commerciali tanto da far transumare migliaia di persone verso la nuova fiera alla ricerca di Graal da regalare a parenti od amici o più semplicemente per assaggiare prelibatezze provenienti da tutto il mondo.
Per me è quasi una tradizione andare in giro per la fiera degli Obej Obej con gli amici. Questo è l'evento che apre la stagione natalizia, per me. Negli anni, per vari motivi, questa fiera cittadina ha traslocato in vari luoghi della città meneghina, spostandosi dalla sua sede tradizionale intorno alla chiesa dedicata al patrono milanese per giungere negli ultimi anni a circondare un altro simbolo della città, il Castello Sforzesco.
Mi trovo un po' infreddolito ad aspettare un'amica che arriva da un'altra bellissima città, in cui la tradizione del presepe è una religione quasi per fare un giro per la fiera nella speranza di mantenere viva la tradizione.
Arrivata ci incamminiamo tra le bancarelle colorate alla ricerca di qualcosa che attiri la nostra attenzione. Mentre percorro il circuito creato dalle bancarelle penso a come questo fiera sia cambiata. Ricordo la folla che si spostava quasi fosse un sol uomo per i vicoletti saturati a volte dal profumo del vin brulè, delle frittelle cotte in olio che assomigliava a quello usato per i motori delle vecchie Fiat 127, dello zucchero filato e delle caldarroste, l'odore intenso degli incensi e dei saponi oltre alle acre essenze coloniali. Ci si trovava di tutto: da antichità che strizzavano l'occhio al vintage ad oggettistica fatta a mano degna di opere della pop-art, ad artigianato proveniente dal sud del mondo, cibo e sapori ma soprattutto giocattoli per i bambini da cui il nome della fiera.
Negli anni era diventata tradizione cercare nella folla persone conosciute con cui poi andare a bere un bicchiere di vin brulè in compagnia. Il primo che incontrava qualcuno riceveva in premio un bicchiere offerto dagli altri.
Se penso al Natale quasi subito penso agli Obej Obej. Alla folla, ai colori, ai regali...
Oggi invece non trovo nulla di quello spirito. 
Le bancarelle sono tutte uguali con poco artigianato, tanto che proprio quelle poche attirano la mia curiosità. Non c'è più profumo in questa fiera che ormai sembra più un mercatino. Gli spazzi si sono allargati per rendere più agevole il passaggio delle persone, facendo però perdere un po' di magia e di umanità a questa fiera.
La mia amica è stupita della concomitanza di più ferie e non capisce come mai questa non venga spostata.
Io mi sento ferito. Un'altra tradizione che si perde a causa delle regole del mercato e che le prossime generazioni rischiano di non conoscere neanche.
Cerco di spiegarle la tradizione e tutto il resto ma capisco che le mie parole sono quelle di chi non vuole perdere quel pezzo di storia aggrappandosi a ricordi che ormai sfumano nel secolo scorso e che sono difficili da comprendere da chi non le ha vissute.
Compro un paio di cose: una utile ed una che spero porti il sorriso a chi la troverà sotto l'albero ma non mi sento soddisfatto. Sento ancora un po' di freddo, e non credo che sia dovuto solo al clima, ma forse anche questo è un altro segno che non si è più ragazzi.
Chi sa dove sono finiti tutti i profumi dei miei natali...

01 novembre 2013

Punti


Ciao Caro Lettore,
eccomi salire nuovamente in cattedra, o forse sarebbe meglio dire sul pulpito, per declamare la mia opinione su una parte del mondo che mi circonda.
Negli scorsi giorni mi sono trovato a dibattere con una nuova amica sui punti di vista. Di come la stessa cosa, guardata da due direzioni diverse assumesse significati diversi o addirittura creasse due stati d'animo opposti nelle persone.
E così mi sono tornati in mente vari flash del passato:

  1. Bruto, figlio adottivo di Giulio Cesare che complotta ed accoltella suo padre. Atto riprovevole letto così. Ma dal punto di vista dei “repubblicani” atto di generosità e coraggio per portar avanti il desiderio di libertà contro l'impero. Lo so con questo ragionamento si potrebbero giustificare tutti gli atti di terrorismo, ma non è questo il mio intento. È solo dare una diversa chiave di lettura per evitare che certe cose capitino. Perché solo cercando di capire la storia si può evitare che certe cose si ripetano.
  2. La scena di un film (Majore League dell'1989). Del film molti si ricorderanno della colonna sonora (Wild Thing). Un film come tanti altri eppure a me è rimasta impressa una scena del film. Non una di quelle epiche ma una di quelle di riempimento. Il giocatore esperto che da consigli ai rookie su come ci si comporta al momento di venir a sapere se si è stati presi o no. Nessun gesto eclatante per rispetto di chi non è stato preso. Non so perché ma questa scena ce l'ho sempre in testa quando mi capita qualcosa di bello. Tra le altre cose caro Lettore se ti capita guardalo il film. La colonna sonora non è male, la sceneggiatura è piacevole anche se la storia non è molto originale.
  3. Quello strano sentimento che ti prende quando a qualcuno che ti sta vicino succedono delle belle cose. Sei felice ma hai quel pizzico di invidia che ti lascia un certo retrogusto amaro. Quel sentimento che ti avvicina a IAGO. Per fortuna che le tragedie sono più adatte alle declamazioni del Bardo che alle avventure di un piccolo blogger. Questo strano sentimento di cui poi ti vergogni ma che non riesci a sopprimere o ad allontanare e che sporcano quei momenti di felicità.
  4. L'incubo degli esami universitari in cui passi tutto il tempo prima dell'esito a rimuginare su come sia andato, saltando dalle stelle alle stalle e viceversa almeno un milione di volte. La rabbia per non aver passato un esame solo per sfortuna, mentre qualcun'altro era toccato dalla dea bendata immeritatamente, almeno secondo me. Oppure prendevo un voto più basso che non sentivo di meritare, sottovalutato o vittima di non so quale rappresaglia da parte di un professore o frustrato assistente. Eppure a volte studiando un po' di più forse...ma certe cose le capisce sempre dopo, come molte lezioni di vita.
  5. I momenti in cui in ufficio vieni preso da quella voglia di distruggere tutto solo perché qualcuno non è stato molto cortese rispondendogli per le rime senza pensare che magari anche lui ha passato o sta passando dei brutti momenti. Ecco forse dovrei cercare di mettermi nei panni degli altri senza prendere sempre tutto sul personale. Grandi belle parole. Peccato che sono spesso, troppo spesso, solo belle parole. E mi ritrovo in questo vortice a passare da santo a diavolo.

Ecco forse mi sono dilungato un po' troppo e non sono neanche sicuro di essere rimasto nel tema di questo post. Ma forse il non essere mai pienamente soddisfatto è solo un'altro punto di vista.

04 ottobre 2013

HEY MAN CHE CAMMINI COME ME DALL'ALTRA PARTE DEL MEDITERRANEO


“You Have to Live in Somebody Else's Country to Understand” by Noy Chou


What is it like to be an outsider?
What is it like to sit in the class where everyone has blond hair and you have black hair?
What is it like when the teacher says, "Whoever wasn't born here raise your hand."
And you are the only one.
Then, when you raise your hand, everybody looks at you and makes fun of you.
You have to live in somebody else's country to understand.
What is it like when the teacher treats you like you've been here all your life?
What is it like when the teacher speaks too fast and you are the only one who can't understand what he or she is saving, and you try to tell him or her to slow down.
Then when you do, everybody says, "If you don't understand, go to a lower class or get lost."
You have to live in somebody else's country to understand.
What is it like when you are an opposite?
When you wear the clothes of your country and they think you are crazy to wear these clothes and you think they are pretty.
You have to live in somebody else's country to understand.
What is it like when you are always a loser.
What is it like when somebody bothers you when you do nothing to them?
You tell them to stop but they tell you that they didn't do anything to you.
Then, when they keep doing it until you can't stand it any longer, you go up to the teacher and tell him or her to tell them to stop bothering you.
They say that they didn't do anything to bother you.
Then the teacher asks the person sitting next to you.
He says, "Yes, she didn't do anything to her" and you have no witness to turn to.
So the teacher thinks you are a liar.
You have to live in somebody else's country to understand.
What is it like when you try to talk and you don't pronounce the words right?
They don't understand you.
They laugh at you but you don't know that they are laughing at you, and you start to laugh with them.
They say, "Are you crazy, laughing at yourself? Go get lost, girl."
You have to live in somebody else's country without a language to understand.
What is it like when you walk in the street and everybody turns around to look at you and you don't know that they are looking at you.
Then, when you find out, you want to hide your face but you don't know where to hide because they are everywhere.
You have to live in somebody else's country to feel it.

Published in 1986 by the Anti-Defamation League for the "A World of Difference" project.


Sai cosa significa essere un'estranea?
Sai come ci si sente in una classe dove tutti sono biondi e tu invece hai i capelli neri?
Sai cosa vuol dire quando l'insegnante chiede “Chi non è nato qui, alzi la mano!” e tu sei l'unica a farlo?
E poi, quando l'hai alzata, vedi che gli altri ti guardano e ridono?
Devi vivere in un paese che non è il tuo, per capirlo.

Sai cosa significa quando l'insegnante ti tratta come se anche tu fossi stata lì per tutta la tua vita?
Quando parla così veloce che non riesci a capire niente e gli chiedi per favore di andare più piano?
E quando lo chiedi, gli altri ti dicono “Se non riesci a capire, è meglio per te se provi in una classe più bassa”.
Devi vivere in un paese che non è il tuo, per capirlo.

Sai cosa significa stare dall'altra parte?
Quando indossi gli abiti che portavi nel tuo paese e tu li trovi carini, mentre gli altri pensano che tu sia pazza?
Devi vivere in un paese che non è il tuo, per capirlo.
Cosa significa essere una sfigata.
Cosa vuol dire quando qualcuno di da' noia, senza che tu gli abbia fatto niente?
Quando gli dici di smetterla e lui risponde che non ti ha fatto niente.
E poi, visto che non la smette, ti alzi e lo dici all'insegnante.
E lui nega. 
E l'insegnante domanda al tuo vicino di banco.
E lui risponde “E' vero, non gli stava facendo niente”.
Così ti prendono per bugiarda anche i professori.
Devi vivere in un paese che non è il tuo, per capirlo.

Sai com'è quando provi a parlare e non pronunci bene le parole?
Quando dicono di non capirti.
E ti ridono dietro, ma siccome non capisci, ti metti a ridere con loro.
E allora ti chiedono “Ma sei scema a prenderti per i fondelli da sola?”
Devi vivere in un paese che non è il tuo, per capirlo.

Sai cosa significa camminare per strada e avere gli occhi di tutti puntati addosso, solo che non te ne accorgi?
E quando lo capisci provi a nasconderti, ma non sai dove perché gli altri sono dappertutto?
Devi vivere in un paese che non è il tuo per capirlo. 

24 settembre 2013

Musica di notte


Caro Lettore,
la notte ormai ha ricoperto tutta la città, e molti sono già sotto le coperte ad attendere che il sole sorga e che un nuovo giorno si affacci. Io mi ritrovo invece qui in mezzo a mille pensieri ed a riflessioni che si avvicinano più alla falegnameria cerebrale che alla filosofia.
Forse dovrei votarmi ai Green Day ed anch'io dovrei cantare di essere svegliato quando Settembre avrà lasciato il passo ad Ottobre.
Strano questo mese di transizione tra il periodo delle ferie estive e l'autunno produttivo. Non so come ma negli ultimi anni, superata la bisettrice di questo mese mi ritrovo ad aspettare che i giorni passino veloci. Forse perchè le promesse dell'estate hanno le gambe così corte da non superare questo mese.
Guardo il calendario e di giorni, ore e minuti ce ne sono ancora un po' prima di girare pagina... ecco forse è questo. Girare pagina, cercare cose nuove lasciando quelle vecchie in qualche cassetto con la speranza che vengano buone in qualche altra occasione, anche se sperare che torni la moda delle giacche con le spalline è un po' da squilibrati.
Cerchiamo cose nuove perchè vogliamo anche noi essere nuovi. Vogliamo tornare ad essere una pagina bianca dove poter scrivere nuove storie che siano differenti dalle passate. Con un lieto fine e magari con la fortuna di incontrare un Capitan Harlok che ci faccia vivere qualche avventure dove noi siamo gli eroi, magari un capitano in gonella e con un bel sorriso. Perchè ci ripetiamo come un mantra: “ queste cose capitano”. In fin dei conti quanti raccontano di amici, conoscenti, familiari a cui queste cose sono capitate? Storie il cui fascino è più nelle parole che nella storia.
L'ora ormai è tarda. La radio inizia a trasmettere musica per nottambuli. Musica fatta per restare svegli o per intraprendere il viaggio verso quei sogni che a volte ritroviamo al risveglio.
Buona notte.
como di note....


23 agosto 2013

Fili, immagini e parole


Caro Lettore a volte si fa fatica a trovare le parole per descrivere i propri stati d'animo, ciò che si sta vivendo o soltanto quello che ci circonda. A malapena si riesce a trascrivere uno scambio di battute tra amici.
Ecco, mentre mi trovo in questo cavolo di blocco dello scrittore (lo so mi sto assegnando un titolo che non merito...ma così è il modo di dire) che probabilmente è dovuto all'attesa di parole che non arriveranno mai; tanto che ho addirittura preso un treno per fuggire da casa mia e per rifugiarmi in una città che mi ha accolto facendo del mio incubo abitativo una realtà. In questa fantomatica città mi trovo per caso a seguire un filo di Arianna, che legando parole ad immagini speravo mi aiutasse ad uscire da questo labirinto emotivo, regalandomi magari un piccolo miracolo. Nel percorrere la strada indicata da un novello Virgilio al femminile, che ha più della sirena che del poeta mi ritrovo a leggere questa iscrizione su un muro:

"Poi la porta si spalancò. Ed entrò quella donna. Tutto quello che posso dirvi è che ci sono miliardi di donne, sulla terra, giusto? Certune sono passabili. La maggior parte sono abbastanza belline, Ma ogni tanto la natura fa uno scherzo, mette insieme una donna speciale, incredibile. Cioè, guardi e non ci puoi credere. Tutto è un movimento ondulatorio perfetto, come l'argento vivo, come un serpente, vedi una caviglia, un gomito, un seno, un ginocchio, e tutto si fonde in un insieme gigantesco, provocante, con magnifici occhi sorridenti, bocca leggermente piegata in giù , labbra atteggiate in modo che sembrano scoppiare in una risata alla tua sensazione di impotenza. E sanno vestirsi, e i loro lunghi capelli incendiano l'aria. Troppo di tutto, accidenti."
Pulp di C.Bukowski

Cavoli, ho trovato l'insieme delle parole che stavo cercando già in bell'ordine e soprattutto già scritte magistralmente da un altro.
Che colpo di fortuna.
Charles Bukowski and Georgia... by Jocelyne Desforges

13 agosto 2013

Ventimila - Grazie

Ventimila gocce in mezzo al mare. Come le lacrime che non ho mai pianto per lei.
Ventimila granelli di sabbia in una clessidra. Chi sa a quanto tempo possono corrispondere. Forse solo ad un battito di ciglia o di più, magari ad un intera vita.
Ventimila erano le lire della mia paghetta a fine anni ’80, se ben ricordo, visto che con un deca qualcuno cantava non si faceva molta strada.
Ventimila sono le leghe sotto i mari che servono per raccontare storie incredibili.
Ventimila sono i metri che faceva Arigliano ogni giorno, diecimila all’andata e diecimila al ritorno, per sentirsi dire che la sua bella non lo amava più.
Ventimila sono i giri fa un criceto nella ruota della sua gabbia prima di morire di noia.
Ventimila sono i modi che ho usato per spiegare la stessa cosa all’utonto di turno, ma con zero risultato.
Ventimila sono i pezzi del puzzle che non ho mai iniziato. Sopra ai sedici entro in difficoltà.
Ventimila o poco più gli abitanti della città dove ho risieduto prima di adesso.
Ventimila erano le pagine che leggevo in un anno quando facevo lo studente pendolare.

Ventimila o giù di lì sono i contatti a questo blog.

E per te caro lettore cosa sono Ventimila?

05 agosto 2013

Assordante silenzio.

Sono ormai ore che giocherello con il mio vecchio cellulare. Sto superando poco alla volta tutte le fasi di chi aspetta una risposta appeso ad un filo inesistente. I tre moschettieri parlano di non so che cosa ma i miei pensieri vanno tutti a questo maledetto marchingegno che non vuole saperne di dare segni di vita. Eppure il display segna ben 5 tacche di segnale, la carica è al 92% ed ho chiamato il servizio clienti ben 11 volte per sapere se c’erano problemi di linea, neanche dovesse fare la prova costume per non so quale concorso di bellezza per telefonini. Ma vediamo di spiegare come mi sono ridotto in questa condizione da novello adolescente. Questa mattina, dopo essermi alzato al solito orario, essermi fatto una bella doccia ed essermi preparato la colazione, perché non mi va di approfittare di Mario anche per questo che ritengo un bisogno primario…e poi non sapete quanto è difficile immergere una brioches in una tazza di cappuccino quando a fianco a te ci sono tre persone che pasteggiano a caffè corretto e bianchino sporco, magari dopo che hanno fumato già 20 sigarette facendo fuori subito l’effetto della doccia e lamentandosi dei politici e del traffico. Mentre espletavo questo rito mattutino ed aspettavo di scroccare il solito passaggio a Guccio le ho inviato un SMS. Se vi state chiedendo a chi, sto parlando di Checca, un infermiera che ho conosciuto una settimana fa ad un concerto dove suonavano alcuni amici di Brinner. Checca è la cugina di uno dei musicisti, per la precisione del bassista che è a sua volta collega di Guccio. L’ho notata subito appena entrato. Se ti dovessi dire cosa ha attirato la mia attenzione verso di lei non te lo saprei dire, so solo che i nostri sguardi si sono incrociati ed in un attimo mi è sembrato di conoscerla da sempre. Sono riuscito ha scambiarci due parole prima dell’inizio del concerto e poi mille sguardi mentre il gruppo suonava. Ogni tanto cercavo un contatto fisico , anche lieve, per essere sicuro che lei fosse vera. Ad ogni pausa cercavo la sua attenzione. Le parlavo di me e le chiedevo di lei. Alla fine, mentre il gruppo si è fermato a parlare con i “fan”, io e lei abbiamo intavolato una discussione sui luoghi visti e su quelli che ci sono rimasti nel cuore. Mentre descriveva il borgo in cui è nata io mi sentivo rapire dai suoi occhi e dalla sua voce. Arrivato il momento dei saluti le ho chiesto il numero di telefono e lei con un po’ di titubanza lo ha digitato sul mio cellulare. Seguendo i consigli di Mario dopo un primo “attacco” andato a vuoto a causa del destino avverso: lei ha dovuto sostituire una sua collega e poi sarebbe partita a festeggiare l’addio al nubilato di sua sorella quindi sarebbe stata impegnata per tutta la settimana, ho fatto passare un paio di giorni e mi sono rifatto vivo con mille speranze nel cuore. Per non sembrare invadente le ho scritto il famoso SMS, anche se forse dovrei dire SOSO, e le ho domandato se le andava di vederci per un aperitivo od un gelato. I miei pensieri che piano piano si stanno fondendo in un’unica fissazione vengono interrotti da i tre moschettieri che mi chiedono se tutto va bene, visto che non sto spiaccicando una parola da quando siamo rimasti soli. Nascondo il cellulare in tasca mentre loro si scambiano uno sguardo per capire cosa sta succedendo. Sento gli occhi puntati su di me e rispondo che va tutto bene. Loro si guardano cercando di capire. Mario fa un leggero cenno d’intesa agli altri che rispondono laconicamente in coro: VA BENEEEE e ricominciano a chiacchierare, anche se noto che ogni tanto mi guardano con strane espressioni. Prendo allora il telefono dalla tasca e senza guardare il display lo infilo nello zaino appoggiato su uno delle sedie vuote del locale. Sono entrato nella fase del rifiuto. Quella in cui cerco di dimenticarmi il telefono e tutto ciò che ad esso è collegato. Telefonate e messaggini e cerco di concentrarmi su quello che mi succede intorno. Questo mette può mettere a rischio la mia convivenza con il cellulare visto l’enorme rischio di abbandonarlo in giro visto che voglio dimenticare la sua esistenza così da non dover pensare al fatto che lei non si è ancora fatta sentire. Mi volto e cerco di capire di cosa stanno parlando i miei tre amici. Filosofeggiando sui concetti di LIBERTA’ e RICATTO MORALE. Mi aggrego anch’io alla discussione dando il mio punto di vista, anche perché sento l’argomento attuale e vivo dentro la mia testa e forse non solo lì.
 

28 luglio 2013

Kiling me softly with his song


Eccoci, quattro amici al bar come canta Gino Paoli, solo che noi ormai da tempo forse abbiamo smesso di sognare di cambiare il mondo ed abbiamo nel sangue un po' più di alcool. Se ci mettessimo in macchina ora capiremmo le parole di Battisti : “guidando a fari spenti nella notte...”
per fortuna il proprietario del locale si chiama Mario... già proprio come quello della canzone di Ligabue ed è uno dei quattro, solo che lui non passa lo straccio ma si fuma l'ultima sigaretta prima di tornarsene a casa, casa che poi dista solo una i di scale. È un ex militare che ha bruciato la divisa dopo una missione all'estero in zona di guerra. Nessuno sa il suo vero nome, tutti lo chiamano così perchè lavora alle ferrovie ed è uno dei pochi ad indossare ancora l'eskimo. Fa il volontario nel Partito, con la P maiuscola come sottolinea ogni volta. Una volta al mese, poi, cerca di incastrare qualcuno per andare a delle retrospettive cinematografiche da dove anche i cani si tengono lontani in qualche centro sociale che è poco più di uno scantinato fumoso. Giusto per completare la descrizione del personaggio ha come suoneria del telefono “La Locomotiva” e come sveglia, perchè quando viene al bar punta la sveglia per ricordarsi che deve tornare a casa, “Canzone per un'amica”. Non vi descrivo i gesti dei vari frequentatori del bar quando scatta questa suoneria. Se entrasse un rappresentante dell'ASL farebbe chiudere l'esercizio per timori di invasione di piattole. Guccio guida una delle pochi esemplari di panda 4x4 color verde bottiglia che si intona spesso con l'abito e con il suo colorito post convegno del Partito.
Il terzo fa il meccanico e “con un cacciavite in mano fa dei miracoli”, e non solo con quello. Lo chiamano Brinner per via del taglio dei capelli. Ripara qualsiasi cosa, dalle automobili ai vecchi elettrodomestici, senza parlare di cellulari e computer. È in grado di riparare tutto, meglio di quel Meggiver della televisione o di Archimede Pitagorica. La cosa più incredibile è che sa anche cucinare da gran cuoco. Ogni tanto si scontra con il Guccio che invece si vanta di essere un gran somelier... vista la quantità di vino bevuto nelle varie feste del partito, ops Partito.
Brinner viaggia solo sulla sua Poderosa. Una vecchia Guzzi rossa lascito di un suo avo partigiano.
È anche il trombettista di un gruppo jazz, anche se ormai sono poche le occasioni in cui lo si sente suonare, troppo impegnato a cercare di aggiustare la vita della sua famiglia. Una famiglia all'altezza di quella cantata da Gaber e Iannaci.
Ed io sono il quarto del gruppo. Almeno una generazione mi divide dal trio con cui condivido queste chiacchiere di fine serata, fatte serie dal vino che ha sciolto i pensieri. Mi sono trasferito da poco in questa città. Dormo in una delle stanze della casa di Mario, che se non l'ho detto è il nipote di un'amica di mia madre, e se ho capito bene è stato l'avventura estiva di una delle mie cugine, ma queste sono calunnie da operetta. Il lavoro mi ha portato qui, perchè al paese c'è il mare ed il vino buono, ma lavoro poco davvero poco.
Sono stato adottato, novello Dartagnan, da questi moderni moschettieri che cercano di andare avanti, nonostante le donne e la politica proprio come direbbe Cocciante. Ho trovato lavoro come insegnate precario in una delle tante scuole multietniche di periferia. La mia laurea in lettere è rimasta al paese perchè tanto qui conta poco. Conta di più il sapersi piegare, adattare, adulare e via dicendo. Il saper fare, insegnare è un di più che non sempre è gradito. 

18 luglio 2013

7 Anni e nulla da raccontare

Caro Lettore,
  rieccomi qui a scrivere altre parole su questo blog. Il tempo passa ed è passato.
Sono trascorsi più di 7 anni da quando ho aperto questa via di fuga per i miei pensieri.
7 anni in cui molto è cambiato a livello personale e non solo.
Nell’ultimo periodo ho un po’ latitato eppure mi sono messo davanti alla tastiera mille volte, ma quello che ho scritto è rimasto intrappolato in qualche file che si è perso nei meandri di non so più quale supporto tecnologico.
Ho dato così colpa allo strumento e sono tornato a scrivere usando carta e penna… ma anche così la cosa non è migliorata poi tanto. La mattina buttavo giù qualche frase, ma probabilmente cadeva così tanto in basso che non ero più in grado di raccoglierla e metterla in un post.
Eppure sono più di due mesi che non pubblico nulla, ed ora per non dare il falso messaggio che questo è un altro blog naufragato nella noi a nella ruotine ed abbandonato dal suo capitano eccomi a scrivere questa confessione.
Appuntato verbalizzi: l’autore dei post è al momento privo di vena creativa indi per cui procediamo con notifica dell’avvenuto controllo della di lui persona e notifichiamo il suo stato di buona salute a tutti i Lettori. Segnaliamo inoltre che il suo umore ha un abbonamento fisso per le montagne russe, quindi si consiglia di porre molta attenzione e gentilezza quando ci si rivolge alla di lui persona.
Per il resto niente da segnalare.

Buon vento

C noto come quello con il FASCINO

19 maggio 2013

Ritorno


Il paesaggio scorre veloce guardandolo dal finestrino del treno che lo riporta a casa. Nello scompartimento gli altri occupanti parlano e discutono ma lui non li sente. È concentrato su quel dipinto vivo che modifica il suo aspetto ad ogni batter di ciglia.
È scappato per un paio di giorni a cercare di ritrovare quei posti in cui era stato felice ed allegro. Posti che lei non aveva visto, almeno non con lui.
Sperava che quel tornare indietro nello spazio gli permettesse di far tornare indietro anche il tempo, a quei giorni in cui lei non c'era e lui era giovane e spensierato, o almeno così si sentiva.
L'occasione gli era stata fornita dal caso. La squadra della sua città giocava in trasferta proprio in quel luogo ricco di ponti e di canali e di amori giurati, dove lui aveva avuto anche il piacere di remare in uno di quegli eventi nati per gli indigene ma ormai presi d'assalto dai turisti.
Erano anni che non seguiva più quello sport che aveva riempito i pomeriggi suoi e dei suoi amici quando erano adolescente. Il suo nuovo collega, con cui divideva la scrivania, era invece un tifosissimo. Dopo ogni partita lo intratteneva con commenti e statistiche che lui non sempre comprendeva, ma che gli permettevano di distrarsi dal lavoro e dai pensieri della vita. Così il collega gli chiese se gli andava di seguire la squadra in quella partita così cruciale per il campionato. Lui aveva risposto di si senza neanche aver sentito la domanda perchè in quello stesso istante lei era entrata in ufficio e la sua attenzione si era focalizzata sul suo viso per cercare di leggerne i pensieri. Quel viso che si ritrovava davanti ogni volta che chiudeva gli occhi e cercava di dormire. Quel volto che era entrato nella sua vita con un grimaldello, perchè lui aveva fatto di tutto per tenerla fuori, ma non c'era riuscito. Aveva dovuto soccombere alla volontà di lei che si era dimostrata decisa e convinta, molto più di lui.
La loro storia era durata meno della notorietà di uno di quei personaggi televisivi che così tanto riempiono il piccolo schermo.
Si erano lasciati, o meglio, lei lo aveva lasciato una sera senza addurre molte spiegazioni se non quelle che si sentono dire spesso nei film dalla protagonista alla spalla. Quelle motivazioni che dette dall'attrice sullo schermo non sembrano poi cosi sconclusionate, ma che se rivolte a te non hanno lo stesso effetto.
Non ti fanno capire ed ancora meno ti consolano. Non reagisci come l'attore che si allontana ed esce dalla storia, ma resti immobile lì come una lepre illuminata dai fari dell'auto in attesa che tutto finisca, senza capire cosa sta succedendo.
Fermo. Vuoto.
Impantanato in quella scena che vorresti tagliare dalla sceneggiatura della tua vita e dall'intera storia.
Non sai cosa fare ed allora cerchi nel tuo passato tutti quei momenti felici per trovarne conforto. Perchè se il futuro è incerto ora sembra addirittura impossibile che possa esistere, mentre il passato ha un aspetto rassicurante e sicuro.
Ora che sta tornando a casa ha capito che non è servito a nulla fuggire. È vero che durante la partita e le discussioni con gli altri tifosi si è distratto da quel pensiero fisso. Ha provato anche una certa gioia nel tifare con gli altri per sostenere la sua squadra, ma una volta salito su treno per tornare indietro, gli sembra che anche il suo stato d'animo stia tornando al punto di partenza.
Di nuovo il suo viso e quello stato d'animo di confusione si fanno spazio dentro di lui.
Non è la fuga la soluzione, come viene decantato nei bigliettini che incartano certi cioccolatini.
Scappare non porta alla vittoria, ma rimanda il momento della verità.
Verità che può essere dolce o amara a secondo di cosa il destino ha deciso di scrivere in quel libro che tutti chiamano vita.
Mentre le lancette ruotano nel suo orologio e le ruote del treno sui binari si ritrova a fare mille propositi.
Scrive e riscrive il suo futuro.
La pagina si riempie così di frasi e scarabocchi, di progetti e di battaglie, ma solo il tempo sarà arbitro e lettore di ciò che sarà.