07 dicembre 2012

Ode all'Infortunio.


Ci sono eventi che ti cambiano la vita. Non sempre il corso di tutta la vita, ma solo quella di un piccolo periodo. Eventi che ti fanno scendere dall'aereo che ti stava facendo volare tra le soffici nuvole per riportarti alla nuda e dura realtà.
L’infortunio.
Ognuno vive l’infortunio in maniera diversa. C’è chi lo affronta in maniera originale pensando che questo sia una nuova opportunità. Di questi il caso recente più noto è quello di Alex Zanardi che dopo l’incidente ha trovato nuovi modi per essere nuovamente un campione e non solo di sport ma anche di vita. Chi più classicamente cerca di dimenticarlo il prima possibile, addirittura cercando di cancellarlo perché l’ardore che brucia dentro è più forte di qualsiasi dolore portandolo fin anche a fare scelte estreme. Per questo chiedere a Troy Bayliss, che non è la marca di un super alcolico ma il nome di un pilota di motociclismo che è arrivato a farsi amputare il mignolo per poter tornare prima in pista. Altri lo accolgono con rassegnazione in attesa che come è arrivato, così se ne vada. Questa è la situazione più diffusa tra chi non ha uno staff medico a disposizione e non ama pastiglie e siringhe.
Io ho un ginocchio che ha iniziato a fare le bizze un mesetto fa, e sono entrato così un po’ in crisi.
Ho cercato di affidarmi al pensiero positivo ripetendomi che non tutti i mali vengono per nuocere, ma con scarsi risultati.
Ho provato a ripensare anche a quanto mi solea dire una mia ex collega, che ora chiamo amica, “chiusa una porta si apre un portone”. Chi sa se quel portone è fornito di video citofono o ha un portinaio che controlla chi entra e chi esce.
Ecco questo post è uno sfogo. Uno dei tanti, caro Lettore, fatti su queste pagine. Lo sfogo per questa mia situazione di infortunato.
Un infortunato dello sport.
Dopo mesi di chilometri percorsi ero finalmente riuscito a dare una continuità agli allenamenti. I primi risultati iniziavano ad arrivare. Nulla di fenomenale a dire il vero, però piccole soddisfazioni che mi avevano fatto riscoprire il piacere di correre nei parchi periferici di Milano, qualsiasi fosse il tempo atmosferico. 
Avevo trovato la routine, se così si può dire, negli allenamenti. Nelle uscite infrasettimanali e nelle sveglie mattutine domenicali quando il ginocchio ha deciso di fare crac. Il ginocchio ha iniziato a scricchiolare. 
Ho provato a non crederci. A non pensarci.
Correvo con un piccolo fastidio, ma continuavo a correre. Non volevo fermarmi.
L’effetto de-stressante che mi regalava il podismo amatoriale era più forte del dolore all'articolazione.  Peccato che il dolore non la pensasse allo stesso modo e non abbia voluto sentir ragioni. Non ha voluto traslocare altrove, anzi si è barricato tra menisco, rotula e cartilagini varie fino ad arrivare al punto in cui ha urlato così forte che non ho potuto più ignorarlo e mi sono dovuto fermare.
Un primo stop di poco meno di una settimana. Ho sperato fortemente che bastasse, ricominciando poi a correre con più frenesia, ma ahimè il dolore si è ripresentato questa volta moltiplicato per dieci.
Forse ho sbagliato a riprendere così presto, con tanta foga, ma non volevo perdere quello che ero riuscito ad ottenere.
Mi ritrovo così con una bella infiammazione articolare (spero sia solo quello in attesa di accertamenti).  
Dopo applicazioni di cerotti medicali e ghiaccio; qualche settimana di tristezza; mi sono reso conto che le uscite serali in abbigliamento sgargiante ed attillato lungo le strade illuminate scarsamente da qualche lampione… ops forse questo “pensiero” non mi è venuto proprio bene. Sono andato un po’ fuori tema infortunio e più dentro il tema sfumato che va per la maggiore quest’anno. Qualcuno potrebbe pensare a passeggiatrici piuttosto che a podisti.  
Ecco questa è la situazione.
Sono un podista triste che cerca la sua opportunità in tanto che attende il momento di tornare a correre.

18 novembre 2012

La caduta di un eroe?!?


Questo post ha avuto una gestazione strana. L’ho buttato giù di getto quando ho sentito la notizia, ma poi non sono riuscito a postarlo perché ho un ricordo particolare di quel periodo. Ho dovuto far decantare le onde che si infrangevano nei miei ricordi fino a quando è tornata un po’ di bonaccia ed ho trovato la voglia e forse non solo di mettere giù queste parole.


Sono passati degli anni da quando Lance Armstrong (Forte Braccio) indossava per la settima volta consecutiva la maglia gialla sugli Champs Elysee.
Quel giorno tutti parlavano delle tante battaglie affrontate, delle scalate, delle cronometro, dei compagni di squadra, del modo di correre… ed anche allora si ricordava come Lance Armstrong avesse più di tutti battuto la malattia e di come fosse diventato un icona di speranza di chi come lui era stato attaccato dalla malattia. Qualcuno già all’epoca metteva in dubbio le sue vittorie dicendo che non fossero del tutto pulite.
Ricordo bene che in uno dei suoi primi Tours venne accusato di doping perché assumeva medicinali che per lui erano salvavita.  Molti dicevano che non era possibile che Lance fosse diventato di colpo così forte, che dominasse così facilmente una delle corse a tappe più famose e dure al mondo. Soprattutto dopo aver avuto una malattia così debilitante.
Quasi tutti dimenticavano che un giovane Lance, nel 1993, aveva vinto uno dei mondiali in linea più duri che si ricordi. Si correva nella capitale Norvegese. In quel mondiale apparivano per la prima volta due nomi che avrebbero segnato la Grande Bucle: Lance ed un dilettante tedesco di nome Ian Ullrich.
In Italia i nomi che si rincorrevano erano quelli di Chiappucci, Chioccioli, Bugno, Cipollini, Fondriest e da li a poco sarebbe nata la stella di Pantani. Non c’erano solo gl’italiani, Uno spagnolo da li a poco si sarebbe imposto sulla ribalta delle due ruote: Miguel Indurain Larraya. Lui e le sue imprese che si sarebbero dette irraggiungibili. Sono certo di essermi dimenticato molti dei nomi di corridori che in quegli anni hanno vinto e fatto imprese straordinarie e per questo me ne scuso ma la memoria è strana e fa associazioni strane.
Come vedete il ciclismo ha sempre avuto degli eroi da venerare e dimenticare per poi magari riscoprirli anni dopo. Ma torniamo a parlare del corridore a stelle e strisce.
Della storia di Lance corridore ci sono tante cose da dire. Il suo ricordo di Casertelli e la dedica della sua vittoria alla crono con dedica al compagno di squadra così sfortunato.
La rabbia con cui scalava le impervie salite del Tour o la voracità con cui divorava la strada durante le cronometro. C’era della cattiveria nel suo modo di correre, tanto che molti corridori non lo vedevano di buon occhio, mentre i tifosi l’osannavano come “eroe”.
Metteva nel correre la stessa determinazione con cui immagino avesse affrontato la malattia. Se era riuscito a sconfiggere quel male oscuro nessuno lo poteva battere. E questo lo doveva a se stesso e ma anche a chi come lui stava affrontando lo stesso calvario. Era un simbolo di speranza.

Come puoi capire caro Lettore non è stato facile leggere le accuse a “Forte Braccio”. Di come le accuse arrivavano da tutte le parti, dei 7 Tour tolti e non riassegnati…
Lui era riuscito dove il povero Andrea Fortunato non era riuscito.

In molti vedevano nelle sue pedalate la speranza di sconfiggere la malattia… non solo i malati guardavano a lui con speranza ma anche i parenti e gli amici delle persone che venivano colpite da questo male oscuro. Un salvagente per non affogare nel buio della disperazione.  
Ecco perché non è facile.

13 ottobre 2012

Il maestro Ogu - 4


Il Maestro Ogu si accordò con il Capitano Gedio per far venire presso la sua capanna ogni mattina, il Maestro avrebbe impartito le sue lezioni al ragazzo. Il Capitano, leggermente imbarazzato, disse balbettando un po’ che ovviamente le lezioni sarebbero state pagate. Il Maestro lo interruppe prima che la parola soldo o moneta spuntasse dalla bocca del Capitano. Le sue lezioni le avrebbe pagate direttamente il giovane Alopo aiutando il Maestro nelle sue attività. Il Maestro si rivolse nuovamente al ragazzo e rivolgendosi chiedendogli se era d’accordo e pronto ad affrontare quella che sarebbe stata la prima vera avventura della sua giovane vita.
Il Capitano si girò e vedendo la titubanza del figlio cercò di sostenerlo con lo sguardo perché aveva capito che quella era la prima lezione che il ragazzo doveva affrontare.
Alopo guardò da prima suo padre, lo sguardo paterno lo rincuorò e cercando di non far vedere la paura e l’imbarazzo che lo pervadevano si rivolse al Maestro,  dando però prima uno sguardo fuggevole anche al bastone nodoso appoggiato alla parete. Alopo disse: Maestro sono pronto, deglutì faticosamente e continuò affermando che avrebbe fatto del suo meglio.
Il Maestro batte fragorosamente la mano sul tavolo, tanto che i suoi due ospiti sobbalzarono, e con un gran sorriso disse che accettava l’incarico e che il ragazzo si sarebbe dovuto presentare il giorno successivo presso la sua capanna. Il Capitano, ripresosi dallo spavento, iniziò a ringraziare il Maestro, mentre il giovane virgulto che lo accompagnava era ancora un po’ stupito. Il Maestro lo incuriosiva e lo terrorizzava allo stesso tempo. Avrebbe voluto sapere tutto di lui ma aveva anche paura di quello che avrebbe potuto scoprire.
Il Capitano strinse vigorosamente la mano al Maestro continuando a ringraziarlo. Il Maestro Ogu porse poi la mano al ragazzo per stringere in questo modo un patto diretto tra i due. Alopo, interrogando con lo sguardo il padre, non sapeva cosa fare; era la prima volta che veniva trattato come un adulto e non ne era abituato. Non sapeva se poteva stringere quella mano che poco prima gli aveva tolto il respiro ed almeno sette battiti del suo piccolo cuore. Il Capitano fece un cenno di consenso e di incitazione verso il suo giovane erede, ed allora il ragazzino allungò la mano in direzione di quella del Maestro che la fece scomparire all’interno del suo palmo. In quel momento il ragazzo vide quanto quella mano era grande. Anche il Maestro ora gli sembrava molto grande, anzi grandissimo mentre lui si sentiva piccolo ed inadeguato. Alzò quindi gli occhi verso il volto di quell’uomo che stringeva in maniera forte, ma senza fargli male, quel suo piccolo arto. Anche la faccia ora gli sembrava più grande, gli ricordava le maschere che indossavano alcuni contadini nelle ricorrenze in cui ci si rivolgeva agli spiriti, sacri e profani, per chiedere protezione e  buona sorte. Ma a differenza di quelle maschere lo sguardo del Maestro era più penetrante, tanto che credette che il Maestro Ogu, con una specie di sortilegio gli stesse guardando dentro e stesse scoprendo tutto di lui, segreti compresi. Che insomma gli stesse leggendo cuore ed anima.
Il Maestro lasciò la stretta ed il ragazzo rimase un attimo bloccato con la mano per aria, come una statua di sale, con lo sguardo fisso e perduto dietro a chi sa quale pensiero,  prima di riscuotersi e sentirsi di nuovo in possesso del suo corpo e delle sue facoltà.
Il Capitano Gedio, rivolgendosi ad Alopo, gli disse che poteva tornare a casa e dire a sua madre che lui si sarebbe fermato a parlare ancora un po’ con il Maestro di alcune incombenze e che sarebbe rientrato per l’ora di pranzo. Si raccomandò anche di non fermarsi a perdere tempo sulla strada.
Il ragazzo partì alla volta del sentiero quando sentì qualcosa trattenerlo. Era la mano del padre che lo bloccava. Alopo si girò a guardare il padre incredulo mentre questo gli assestava un bel ceffone. Il ragazzo, cercando di trattenere le lacrime mentre si massaggiava la gota arrossita dal colpo, non capiva il perché di quella punizione, in fin dei conti non aveva fatto nulla. Stava andando, come il padre gli aveva comandato verso casa.
Il Capitano, leggermente adirato ma con voce ferma, gli ricordò che era buona creanza salutare prima di andar via. Il ragazzo allora rivolse i suoi saluti al Maestro Ogu ed al padre e poi si allontanò.
Il Capitano chiese poi scusa per quel comportamento increscioso del figlio. Il maestro Ogu, in maniera benevola dando una pacca sulla spalla del Capitano, gli disse di non preoccuparsi che i ragazzi sono così.
I due iniziarono così a parlare di alcuni problemi che attanagliavano la città e per cui il Capitano Gedio chiedeva aiuto al Maestro Ogu.
  

30 settembre 2012

La teoria del fungo


Caro Lettore,
come stai? Spero bene. Io sono qui davanti alla tastiera senza sapere cosa scrivere ma con una voglia ed un bisogno di scrivere qualcosa, anche fosse un pensiero o un motto o soltanto una stupidità.
Voglio fuggire dall'ennesimo pomeriggio domenicale trascorso tra pranzo in famiglia e pennichella davanti alla televisione. Dove la sveglia viene data da quel rito ormai trentennale di visione dei goal della giornata calcistica.
Mentre anche questo settembre tra poche ore sarà finito io mi ritrovo congelato in un'altra domenica uguale a molte altre. I pensieri sempre più spesso corrono troppo velocemente ed in poche ore costruiscono castelli per area, ci abitano e subito dopo sono colti da una specie di apatia che li costringe ad abbandonare la nuvoletta dove avevano posto la loro dimora. Quello che rimane poi è solo un sapore leggermente amarognolo ed un senso di spossatezza a cui è difficile dare una spiegazione visto che oltre a dare forma ai cuscini del divano non è che si è fatto molto.
Probabilmente la posa dell'ennesimo dorato mattoncino fatto di buoni propositi è più faticoso di quanto si pensi.
Chi sa Caro Lettore se mettendo queste parole su una pagina bianca queste possano portarsi via questa malinconia per lasciare spazio a cose più felici. Perchè si cose belle ne capitano, sono quei regali che non ti aspetti come l'incontro con una persona che non vedi da tempo, la notizia di un futuro arrivo, un'amica che si è scoperta più forte o una coppia di amici che riescono a brindare insieme. L'essere l'ospite più anziano ad una festa e vedere che si riesce ancora a tenere botta, come si diceva un po' di tempo fa. Ed anche se molti degli invitati probabilmente non erano ancora nati quando io davo l'esame di guida poco conta. Lo spirito è forte e dove il fisico tentenna ci arriva il fascino. Ecco. La ricerca delle cose belle. Una ricerca che assomiglia sempre più a quella che di buon mattino fanno i cercatori di funghi. Loro che guardano la pioggia cadere e sanno che alla fine delle nuvole ci sarà il sole che farà sbocciare questi “fiori” tanto apprezzati nelle cucine. E come i funghi molte altre cose hanno bisogno della pioggia e di un cielo non sempre azzurro.
Dovrei ricordarmene più spesso.
Ora Caro Lettore devo lasciarti sento il profumo di pappardelle ai funghi che arriva dalla cucina.
Buon Ottobre.

15 settembre 2012

Roma - Giorno 1 - Viaggio di andata

Apro gli occhi prima che la sveglia impostata sul cellulare mi ricordi che è ora di alzarsi. Ho guadagnato 5 minuti buoni sulla tabella di viaggio. Inizio a prepararmi mentre la casa dei miei genitori incomncia a prendere vita. La valigia e lo zaino, preparati ieri sera, sono lì che aspettano di uscire di casa. Al momento della colazione siamo tutti riuniti intorno al tavolo, ultimo arrivato compreso. Ognuno ha il suo rituale fatto: the o latte, fette biscottate o biscotti vari. I più golosi hanno anche la brioches. La mia colazione è ricca visto che a breve dovrò affrontare il vaggio che mi porterà dalla capitale economica a quella politica del Bel Paese. Ieri sera sono riuscito a scroccare un passaggio a mio fratello, incastrato da mia cognata per un giro di commissioni in città. La città sembra volersi godere ancora questo ultimo fine settimana d'estate. Le vie sono praticamente deserte. Le macchine che girano si possono contare sulle dita di una mano, mentre i pedoni si possoono contare sulle dita di una mano in notazione binaria. Faccio fatica a pensare che gli stessi luoghi facevano da cornice ad un traffico caotico e nervosa, che solitamente è l'antipasto delle normali giornate lavorative, non più tardi di ieri.
Arrivato in metro. L'ansia da partenza un po' si è attenuata. Ho un anticipo rassicurante sull'ora della partenza.
Ci sono appuntamenti a cui si può arrivare in ritardo, altri dov'è addirttura d'obbligo, ma in questi casi la puntualità è più di una buona abitudine, è una necessità. Trovo il mio compagno di viaggio nella nuova sala d'attesa di Italo. Anche lui è arrivato in abbondante anticipo. Ci si saluta e si fanno quattro chiacchiere per ingannare il tempo. La sala d'attesa è molto moderna e freddina. La scritta che pubblicizza la compagnia e che gira tutt'intorno alla sala dopo un po' da fastidio. Non è facile scoprire quale sarà il binario di partenza. Occorre attendere la comuncazione del gestore dei binari
Decidiamo di fare un giro alla ricerca di un'edicola e subito veniamo bloccati da una copia di signore, in là con l'età e probabilmente con la data di scadenza, che sta cercando il treno che porta ad Arona. Il mio socio prova ad aiutarle andando a vedere i tabelloni, mentre io compro il classico quotdiano da viaggio. Quando ci rincontriamo si lamenta della maleducazione delle signore che appena hanno visto che non aveva la risposta immediata lo hanno schifato e se ne sono andate. Noi facciamo ritorno alla sala d'aspetto e un minuto dopo eccole arrivare alla carica e chiedere al personale di Italo. Questo gli spiega che loro lavorano per un'altra compagnia che fa servizio solo di alta velocità. Le signore insistono lamentandosi ad alta voce. Il ragazzo, probabilmentne abbituato ad avere a che fare con certa gente, indica loro l'ufficio informazioni di un altra comapagnia di treni. Io ed il mio socio pensiamo: "queste hanno sentito che andavamo a Roma ed hanno capito che andavamo ad Arona e ci hanno seguito".
Finalmente viene annunciato il binario.
Si parte.
Il viaggio meriterebbe almeno un racconto solo per dare spazio a tutti i personaggi che popolano il vagone. Altri aggiornamenti appena riuscrò a scroccare nuovamente il portatie al socio.

14 settembre 2012

Prologo - Roma

Caro Lettore,
  domani si parte. Mi aspetta una settimana in giro per la capitale a fare il turista in compagnia di un paio di amici. Incredibile sono arrivato sino ad oggi e Roma l'ho visitata solo per lavoro... sono proprio da rimproverare.
Con i soci di viaggio abbiamo parlato di organizzazione, ma in un verso o nell'altro si è sempre finiti a parlare di ristorantini, birrerie e trattorie tipiche. Piatti che vanno assolutamente assaggiati.
Vedremo se al mio ritorno la mia forma fisica si sarà avvicinata a quella perfetta della sfera o se a forza di girare rapiti della bellezza della città eterna magari riesco a perdere un po' di pancetta.
Comunque cercherò di tenerti aggiornato sulle mie peripezie da viandante.
Ora ti devo lasciare e cercare di infilare tutti i vestiti appoggiati sul letto nella valigia, attività che mi porta sempre alla memoria altri viaggi.
Buona notte
Sempre tuo
Turista con Fascino e valigia

12 settembre 2012

Semaforo rosso


Un’altra giornata spesa tra le quattro mura dell’ufficio volge al termine. Rispondi qua, sistema la, verifica i dati, controlla perché non funziona, organizza il lavoro e aspetta per l’ennesima riunione che inizierà con più di mezz’ora di ritardo e che chi sa se servirà. Alla fine ho il cervello in riserva ed al supermercato non danno neanche buoni sconto per ricaricarlo un po’.
Esco mentre il Sole sta inseguendo una nuova alba in paesi più occidentali e trasformando il suo passaggio in un trasloco in oriente. Come tutti i giorni feriali mi reco alla fermata della metropolitana che dista poche centinaia di metri dalla palazzina dove è stato dato alloggio alla mai scrivania e solo qualche passo dal solito cantiere figlio di una speculazione e della ricerca di una modernità un po’ miope e poco ecologica.
Il cielo promette pioggia e la temperatura è in discesa come Tomba nei bei tempi. Mi guardo distratto in giro cercando di evitare palestrati iphonati che urlano all’auricolare, qualche condannato dell’aperitivo, un paio di stranieri alla ricerca di luoghi da fotografare e ristoranti in cui rifocillarsi e lavoratori stressati che corrono verso case per sedersi magari davanti ad altri schermi alla ricerca di qualcosa che possa riempire l’attesa dell’amico Morfeo. Bici e motorini, carichi di impiegati, si muovono un po’ guardinghi a causa del Suvvista sempre pronto ad attaccarli a qualche palo o ad adagiarli in maniera brusca sul selciato.
Mentre pregusto il piacere di leggere gli ultimi capitoli dell’amico libro che nelle ultime settimane mi sta accompagnando nel tragitto casa ufficio ecco che mi appare LEI.
Bella come un semaforo, tanto che resto a bocca aperta a guardarla ed ad aspettare che la luce rossa che mi inchioda immobile ad osservarla passi al verde e mi indichi, magari, con una freccia che direzione devo prendere. Nessuno suona ma ho la netta sensazione che tutti siamo fissi a guardare questo sinuoso gestore del traffico, tanto che si è creato in pochissimo tempo un ingorgo di ormoni sovraeccitati nella mia testa. Ecco che il semaforo “reale” scatta e LEI attraversa la strada mentre io impiego un paio di secondi per mettermi n moto per poter prolungare la sua vista. Rallento anche un po’ per avere il tempo di godere della sua vista e non rompere la magia che si è creata.
Forse dovrei dirle qualcosa ma mi sento come Stendhal:
« Ero giunto a quel livello di emozione dove si incontrano le sensazioni celesti date dalle arti ed i sentimenti appassionati. Uscendo da Santa Croce, ebbi un battito del cuore, la vita per me si era inaridita, camminavo temendo di cadere. »
 Ma il fato non sempre è benigno e se con una mano dona con l’altra toglie. LEI prende la direzione opposta alla mai ed io sono colto dalla voglia di cambiare casa per potermi trovare alla fine di quei passi che mi portano via il fiato.
Mi volto ed è come se mi risvegliassi. Non ho il coraggio di voltarmi per vedere in quale direzione sta andando. Voglio conservare il sapore di LEI e della sua illusione.

28 luglio 2012

Il maestro Ogu - 3


Qualche giorno dopo la fine della festa del raccolto, il capitano Gedio si recò alla capanna del maestro Ogu accompagnato dal figlio Alopo. Mentre i due si avvicinavano alla capanna del maestro Ogu  questo  stava uscendo dal piccolo boschetto accompagnato dal mansueto Armenio che trascinava un piccolo tronco.  
Quando il maestro vide la coppia di nuovi venuti affacciarsi al limite del campo si fermò un attimo per scrutare chi fossero quei due che gli stavano venendo incontro. D’istinto aveva messo mano alla cintola dove però non trovò l’elsa della spada ma il manico dell’ascia. Quel riflesso era legato ad una delle sue tante vite precedenti dove la diffidenza e la prontezza di riflessi erano l’unica via per rimanere vivi e possibilmente interi. Riconosciuti i due nuovi venuti riprese il suo cammino verso la sua capanna.
Arrivato vicino ad una catasta di altri piccoli tronchi. Slegò il tronco e liberò Armenio dalle corde non prima di avergli però riconosciuto, con una manciata di sale, il buon lavoro fatto dall’animale.  Si tolse l’ascia e gli altri strumenti dalla cintura. Asciugò il sudore della fronte con un fazzoletto estratto dalla tasca e ripulitosi alla bene e meglio si avvicinò al capitano ed a suo figlio. I due erano rimasti fermi ai confini del campo all’ombra della capanna guardando i vari gesti fatti dal maestro. Al capitano non era sfuggito il gesto fatto dal maestro quando li aveva scorti, ma lo aveva battezzato come gesto normale per chi viveva in quell’epoca in cui nelle foreste, come per le vie della città, una fiera dalle sembianze animalesche o umane, poteva sempre palesarsi davanti al proprio cammino.
Il maestro, dopo un cenno di saluto, fece cenno ai due ospiti di accomodarsi in veranda per godere un po’ d’ombra e di frescura in questi ultimi giorni di sole che la stagione regalava.  Offrì loro dell’acqua per scacciare la calura legata al lavoro od al cammino. Bevuta la propria razione il capitano iniziò a parlare ed a spiegare il motivo che aveva portato lui ed il suo unico figlio maschio sino a lì.
Dopo i soliti convenevoli, e le parole riempitive per aprire la strada al vero motivo della venuta, il capo del villaggio chiese al maestro di diventare l’aio di suo figlio. Il ragazzo cresceva ed era ormai nell’età in cui era bene iniziare a riempire la testa anche di nozioni e non solo di favole e di giochi, di iniziare a diventare un uomo. Il capitano avrebbe ovviamente riconosciuto al maestro un obolo per il lavoro fatto. Mentre questi parlava e cercava di convincere il maestro il ragazzino continuava a tenere la testa bassa, come se non volesse mostrare il suo volto. Le braccia conserte e la postura la più immobile possibile, come se cercasse di nascondersi o di confondersi con il paesaggio. Il maestro però l’aveva riconosciuto. Era uno dei ragazzini che lo spiava e che faceva impazzire le donne che andavano al fiume per lavare i panni con i loro dispetti. Lo aveva visto nel gruppo di ragazzini che avevano dato fastidio un giorno al povero Armenio pungolandolo con alcuni rami. Lui era stato circondato dagli altri ragazzini del villaggio che lo incitavano ad imitarli ma lui era rimasto immobile. Erano i primi giorni in cui era arrivato al villaggio. Erano i giorni in cul le voci sullo straniero che aveva occupato la capanna al limite del bosco avevano iniziato a riempire la testa delle giovani menti di varie fantasie. Il maestro richiamato dai ragli del mansueto Armenio apparse come una magia davanti al gruppetto che scacciò urla e facendo vedere bene il bastone nodoso con cui avrebbe ripagato quei maleducati mocciosi. Il figlio del capitano allora era rimasto immobile a guardare il nuovo venuto, così uguale ad un uomo e così diverso dall’immagine di orco che si era fatto prima di scappare anche lui. Finita la sua arringa il capitano aspettava una risposta da parte del maestro ma questi si rivolse al ragazzo chiedendogli se lui voleva imparare a leggere, scrivere, far di conto, suonare etc.
Il capitano rispose di si, ma il maestro voleva sapere cosa pensasse il ragazzo non cosa desiderava il capitano e quindi ripeté la domanda rivolgendosi ancora al giovane seduto di fronte a lui. Il padre allora esortò il figlio a rispondere, cercando di suggerirgli cosa rispondere, quando il maestro con un gesto lo azzittì e chiese nuovamente quali fossero le intenzioni del ragazzo.
Questo a testa bassa rispose di sì. Il maestro lo esortò a ripetere la risposta guardandolo in faccia senza nascondersi. Il ragazzo allora alzò gli occhi non prima di aver gettato uno sguardo verso il bastone appoggiato all’ingresso e cercando di sostenere lo sguardo del maestro disse che voleva imparare.     

14 luglio 2012

Il maestro Ogu - 2


La locanda era affollata. Tutti i tavoli erano pieni e la faccia dell’oste ricordava i quadri della beatitudine che si vedevano appesi in alcuni postriboli. Il rumore delle voci, delle mandibole che masticavano e del tintinnare dei calici era impressionante. Il maestro Ogu ed il capitano Gedio vennero accolti dalla moglie dell’osta, una donna corpulenta di carnagione chiare con il viso pieno, i capelli ricci e nerissimi che spuntavano ribelli dalla bianca cuffia che indossava.
I due nuovi ospiti, visto il grado di importanza, vennero fatti sedere in una sala attigua, dove trovavano posto alcuni mercanti ed i frati scesi per la questua.
Il tavolo dei mercanti era imbandito di pietanze e brocche di vino, mentre su quello dei frati si vedevano solo una ciotola per commensale, dell’acqua ed una forma di pane. Mentre al primo tavolo si mangiava e si discuteva di acquisti e vendite, sul secondo regnava il silenzio. I due nuovi ospiti vennero fatti accomodare in un tavolo d’angolo che permetteva al capitano di vedere agevolmente chi entrava ed usciva dalla sala.
Ordinarono lo stufato ed una brocca di buon vino. Quelle furono le uniche parole che si dissero sino a quando il desco non accolse i piatti portati da un ragazzo che doveva essere il figlio del padrone. Il silenzio iniziava a farsi pesante. Ci pensò il capitano Gedio ad interromperlo con un brindisi per festeggiare gli affari fatti dal maestro Ogu. Il maestro alzò il calice e bevve un gran sorso di vino.
Anche in quest’epoca di mezzo, come in tutte le precedenti e le future, il buon vino scioglie le lingue e così iniziò l’interrogatorio amichevole del capitano. Il maestro raccontò di aver girato una buona parte del mondo, agli ordini di vari capitani e sotto diverse bandiere. Aveva ricoperto diversi ruoli tra cui cuoco, maestro d’ascia e medico. Questo spiegava l’abilità nel lavorare il legno e l’acquisto di alcune erbe medicali. Le risposte del maestro erano però povere di fronzoli e particolari. Tanto che ad ogni risposta aumentava la curiosità del capitano. Quando la domanda passò a dove avesse imparto a leggere e scrivere il maestro gettò un rapido sguardo al tavolo occupato dai monaci. Disse di aver imparato a leggere da giovane, prima di imbarcarsi nel lungo viaggio che lo aveva portato lì.
In quel momento era entrato nella sala un anziano viandante dal passo claudicante che si recò prima al tavolo dei mercanti e poi a quello dei frati. Ad entrambi i gruppi chiese se avessero visto nel loro viaggio un carro portato da un uomo di corporatura grossa e con una lunga barba nera. Doveva indossare un cappello nero con una piuma di gallo cedrone.  L’uomo era il fratello del viandante. Si erano dati appuntamento nel villaggio di Linoma per quel dì, ma non era riuscito a trovarlo ed era molto preoccupato che gli fosse capitato qualcosa.
Entrambi i tavoli risposero di non aver visto nessuno che corrispondeva a tale descrizione.
Il maestro che aveva sentito chiese all’anziano di avvicinarsi al tavolo per la sorpresa del capitano. Una volta lì gli offrì un calice di vino e poi si rivolse a lui in una strana lingua. Il volto dell’anziano trasfigurò. Rispose nello stesso idioma ed estrasse da sotto il mantello due sacche che poggiò sul tavolo. Il maestro estrasse una moneta da ogni sacca e la diede all’anziano che subito dopo corse fuori dalla locanda. La scene stupì il capitano Gedio che non aveva idea di cosa fosse successo davanti a lui in quei pochi istanti. Il maestro si alzò dal tavolo, e chiedendo il permesso al capitano ancora sbalordito, prese le due sacche e si recò ai due tavoli. Parlò prima con i frati in quello che il capitano intuì essere latino. Il maestro consegno la borsa a quello che sembrava essere il maggiore tra i fratelli.  I frati nel mentre si fecero il segno della croce più volte e si girarono nella direzione del capitano per ringraziarlo. Il maestro allora andò dai mercanti ed anche lì si svolse una scena simile. Questa volta ci fu anche un’alzata di calici ed un brindisi al capitano.
Fatto ciò tornò al tavolo dal capitano che era sempre più sbalordito. Chiese a bassa voce chiarimenti al maestro. Questo gli disse che i due tavoli lo ringraziavano per avergli restituito il mal tolto e per la magnanimità avute con l’anziano. Allora il capitano chiese maggior chiarimenti. Il maestro raccontò al capitano la stesa cosa detta agli altri tavoli.
Disse che l’anziano era un Orlad, regno che si trovava al di là delle montagne, con una famiglia da sfamare.  Il capitano si era accorto del furto con destrezza. Aveva perciò bloccato l’anziano e lo aveva obbligato a restituire il mal tolto. Siccome nessuno si era fatto male, e non volendo rovinare il giorno di festa era stato magnanimo lasciando libero a patto che già quella sera avesse lasciato il villaggio per non farci più ritorno. 

07 luglio 2012

Il maestro Ogu - 1


Il maestro Ogu abitava al limite del bosco di Bamraga, non tanto lontano dal fiume di Laggario dove le donne del villaggio di Linoma andavano a lavare le vesti ed i bambini a giocare prima di farsi uomini.
Nel territorio di Dimbolara, ed anche oltre, si raccontavano molte storie sul maestro Ogu e sul suo passato. La più accreditata nel villaggio era quella in cui si narrava che il maestro da giovane fosse stato avviato alla vita clericale presso il convento di Norebo, che lasciò allo scoppio della guerra tra il regno di Ganspa e di Marigena deciso ad arruolarsi come soldato per vivere mille avventure e dimostrare il suo coraggio e d il suo valore.
Passati più di vent’anni dalla fine di quella sanguinosa guerra, il maestro faceva il suo ingresso nel villaggio. Con se aveva un asino e la sua soma ed una lettera in cui un vecchio compagno di ventura, a cui aveva salvato la vita, lasciava la vecchia casa in cui era nato e cresciuto.
Come in tutte le epoche anche in quella gli abitanti erano sospettosi verso chi arrivava da terre lontane..
Il maestro, dopo essersi presentato al capo del villaggio, il Capitano Gedio, prese alloggio nella sua nuova dimora.
Ed è da quel dì che al racconto si sostituisce la cronaca della vita del maestro Ogu che quest’umile scrittore vuol riportare.

I primi mesi del maestro nel villaggio furono tutti uguali, o almeno così parvero ai giovani abitanti del villaggio. Si alzava presto, quando il sole era appena uno spicchio all’orizzonte, e si inoltrava nel bosco  da cui tornava quando il sole era un disco alto nel cielo.
Dalla sua cintura pendeva quasi sempre una lepre o qualche altra piccola preda, oltre ad una piccola borsa con dentro erbe e bacche. Sulle spalle un fagotto anch’esso spesso pieno. Deposto il fagotto in casa ed acceso il fuoco, si recava al fiume poco distante per riempire il secchio di acqua e cercare un po’ di refrigerio nelle fresche acque.
Rifocillato, lavorava con l’aiuto dell’asino che si scoprì avere il nome di Armenio, alla ristrutturazione della casa. Mentre lavorava i ragazzini del villaggio sfilavano per spiare il nuovo arrivato con la scusa di andare a fare un bagno o un tuffo.  Con loro a volte appariva anche qualche abitante del villaggio. La sera, alla luce di una piccola lanterna e della luna, lavorava piccoli pezzi di legno o suonava una specie di Mandola. Capitava a volte di vederlo leggere, cosa rarissima in quelle terre, in cui tale attività era ad uso solo di pochissimi persone tra cui mercanti e frati.
La vita molto riservata del maestro aveva iniziato a far parlare gli abitanti del villaggio. Ed allora, come oggi, le parole passando di bocca in bocca diventarono vere e proprie fantasie. Qualcuno iniziava ad affermare che fosse uno stregone o qualche figlio del Diavolo inviato per punire gli abitanti rei di non dire le orazioni o di peccati ben più gravi.
I più facinorosi spingevano per scacciare questa figura tanto diversa da loro facendosi forti di presagi funesti e sventure di cui incolpavano il maestro.
Il Capitano Gedio si opponeva dall’alto della sua carica di capo del villaggio in quanto non credeva a nessuna delle dicerie del popolo, mosso più dall’ignoranza che dalla realtà. Il Capitano, che aveva avuto la possibilità di scambiare alcune parole con il maestro al suo arrivo aveva intuito che quell’uomo aveva in se qualcosa di grande e superiore che poteva spaventare o affascinare la gente.
Venne così, tra l’alternarsi di giorno e notte, il dì della festa del raccolto, in cui mercanti di contee vicine e lontane arrivavano al villaggio per fare scambi ed affari. C’erano anche bancarelle e saltimbanchi ed una miriade di persone di tutti i ranghi. In quei giorni arrivarono anche alcuni frati, dal vicino convento di Cefeli, per la questua.
In mezzo a questa marea umana fece scalpore l’arrivo del maestro Ogu accompagnato dal fido Armenio che portava sulla groppa due bisacce. Il maestro si recò tra gli sguardi degli abitanti e dei mercanti alla casa del Capitano Gedio a cui mostrò il contenuto delle bisacce. Una era piena di pelli, mentre la seconda celava alcune statue di legno rappresentanti vari animali.
Il maestra voleva vendere tale mercanzia per poter comprare alcuni utensili ed altre cose di cui necessitava.
Il Capitano rimase stupito della bellezza dei pezzi tanto che volle comprarne uno da regalare al figlio che avrebbe compiuto 6 anni qualche giorno dopo. Si propose anche di accompagnare il maestro durante la vendita della mercanzia nella speranza di conoscere un po’ di più di quest’uomo. Il maestro accettò di buon grado, sapendo che con a fianco il Capitano la vendita sarebbe stata più agevole visto che avrebbe dovuto affrontare la diffidenza degli abitanti. E poi chi meglio del Capitano poteva conoscere i mercanti arrivati nel villaggio.
Come supposto la vendita andò bene. Comprati gli utensili e le spezie di cui aveva bisogno, invitò il Capitano a brindare gli affari fatti e per ringraziarlo. Questa volta fu il capitano ad accettare di buon grado.
Gli abitanti del villaggio intanto erano sempre più stupiti di vedere il Capitano accompagnarsi con questa figura tanto misteriosa, in quanto poco conosciuta.   

01 luglio 2012

Chiamo dopo


Caro Lettore,
eccomi di nuovo davanti alla tastiera per scrivere un post, o almeno cercare di farlo.
Questo post ricorda molto le telefonate che si rimandano perchè si è stanchi o è troppo tardi o perchè si pensa di disturbare. In questo modo piano piano si perdono i contatti. Prima ci si sentiva tutti i giorni e non importava l'ora o cosa si doveva dire, la cosa che importava era sentire la persona dall'altro capo del telefono. La stessa persona che magari si era salutata solo qualche minuto prima. Ed ora... a volte si fa fatica anche a trovare quel numero che prima si sapeva a memoria e si poteva ripetere anche sotto un attacco narcolettico.
Rimanda oggi, rimanda domani ed alla fine non ti restano che i ricordi. Ci si rivede, magari per caso a qualche evento “mondano” ma la magia è passata, come quella calda estate dell'82 di cui resta uno splendido ricordo in chi ha avuto la fortuna di esserci ed anche in chi non c'era ma a forza di sentirselo raccontare è come se ci fosse stato anche lui.
Questo post ha lo stesso sapore.
Mentre butto giù queste parole il caldo bussa da tutte le parti tanto che anche youtube ne risente. La ventola del pc gira quasi più forte dei miei ammennicoli in storiche inc....ture. Inizio a pensare che una parte del famoso Caronte si generi proprio all'interno del case del mio pc.
Spero di ricordarmene quest'inverno, quando avrò smesso di lamentarmi per il caldo ed avrò iniziato a lamentarmi per il freddo.
Mentre scrivo, chatto anche con un'amica che per amore e per lavoro si è trasferita all'estero.
Lei non è la prima. Quest'anno anche uno dei quattro moschettieri del Poli è volato lontano. Ora è in Cina. Sembra che si sia innamorato della città che lo ospita, dello stile di vita e forse anche di qualche sottana...
il post sta prendendo sempre più la forma di quegli scambi di battute tra vecchi amici che non si vedono da tempo. Amici con cui si è diviso tanto e con cui ora non si ha più nulla in comune. Si parla del tempo passato, di quello climatico, delle conoscenze comuni...
facciamo così, caro Lettore. Ora riattacco e richiamo quando avrò qualcosa da dire/scrivere.
La cosa importante è che tu sappia che non ti ho dimenticato, come non ho dimenticato il mio blog.
Buona vita.

23 maggio 2012



Caro Lettore,
20 anni fa ero da poco maggiorenne. Tra le molte cose che mi frullavano per la testa come: le ultime interrogazioni ed esami; fare la patente di guida prima che cambiasse la modalità dell’esame, progettare le vacanze estive, ed altri pensieri più o meno uguali a tutti gli adolescenti nell’anno che avrebbe visto la nascita della Comunità Europea. La caduta del Muro di Berlino aveva dato nuovo slancio e fiducia nel futuro. Si parlava sempre più di abbattere le barriere che separavano i paesi membri. Le Olimpiadi e gli Europei di calcio avrebbero finalmente salutato la Germania Unita. Dall’altra parte del mare adriatico la Jugoslavia aveva smesso di esistere ed erano iniziate le guerre d’indipendenza.
Seguivo in televisione i vari tentativi di eleggere il nono Presidente della Repubblica Italiana dopo le dimissioni di Francesco Cossiga quando la notizia della strage di Capaci occupò tutti i canali di comunicazione.
La notizia mi colpì enormemente. Avevo sentito parlare di stragi di stato, il caso Moro, ma sino a quel momento ammetto che mi sembravano cose lontane. Iniziavo da poco a capire che quegli eventi che non avevano colpito persone a me vicine avevano comunque un riflesso su di me e su tutte le persone che mi stavano attorno.
Qualcuno disse che la mia generazione perse l’innocenza proprio quel giorno, e forse non ha tutti i torti. Le immagini erano dei veri pugni allo stomaco. Sembrava di assistere ad un film in cui qualcosa era andato male… ma quello non era un film era la realtà.
Oggi a distanza di 20 anni sentire che una bomba è scoppiata a Brindisi davanti ad una scuola intitolata a Falcone ed a sua moglie non so… ha riaperto quel cassetto che il tempo ha cercato di chiudere. Lì dentro c’è ancora la paura, l’indignazione, la rabbia, ed altre mille parole.
All’inizio tutti a dire che era una nuova strage di mafia. In un attimo politici e commentatori hanno allestito il loro teatrino. Appena la mafia ha fatto sapere che era estranea al fatto tutto è finito.
Non si parla più di come la scuola colpita fosse un simbolo di rivolta verso tutte le mafie. Un simbolo di legalità! La mafia non vuole che si parli di lei se no è lei a volerlo, ed infatti in pochissimi giorni l’attenzione è già stata spostata altrove. Al gesto di uno squilibrato, di un mitomane, di un innamorato respinto, di brigatisti di diversi colori smettendo di parlare di mafia, anzi sottolineando che solo la mafia potrà identificare davvero l’autore della strage: cercando così di assurgersi alla posizione di “giustiziere” .  Ma la mafia è il contrario di giustizia e di tutte le sue declinazioni.
Qualcuno è stato colpito da isteria tanto che pensa di non mandare i figli nelle scuole che riportano i nomi di vittime di Mafia… assurdo. Qui si va oltre la macchina del fango!!!
Comunque casa mia per oggi sarà in Via Giovanni Falcone, in Via Francesca Morvillo, in Via Vito Schifani, in Via Rocco Dicillo, in Via Antonio Montinaro ed in Via Melissa!!!
Caro Lettore spero scuserai questo mio sfogo, ma penso che l’adagio “Il silenzio è mafia”, oggi come ieri, sia sempre valido.


15 maggio 2012

Caro Lettore,
  sono da poco tornato a casa dopo aver superato una giornata in stile Murphy's Law, dove le cose che possono andar male hanno una testa poco pensante, ma non è di questo che voglio parlarti.
Come dicevo tornato a casa inizio a sfogliare la posta arrivata.
Quella cartacea riporta il totale di una bolletta e di un intero sacchetto di carta da riciclare.
Quella elettronica è piena anch'essa di pubblicità che per fortuna finisce in automatico nella cartella dello spam, e di un paio di mail di amici più o meno lontani.
Una mi colpisce. alla fine della lettura le parole mi mancano... ho solo un sacchetto d'indignazione, ma non voglio che questo evento finisca con la sola lettura della mail e quindi ho deciso di riportare il racconto di un viaggio nell'Italia del 2012.

Negato imbarco a 3 carrozzine a Malpensa

Aereoporto di Malpensa, terminal 1
Checkin AirOne
volo AirOne di venerdì 11 Maggio 2012 da Malpensa terminal 1 a Napoli
Siamo 7 persone: 3 carrozzine, di cui 2 non deambulanti e uno che puo’ camminare con le stampelle.
Altri 2 disabili con difficoltà deambulatorie, più 2 accompagnatori.
Ariola T (Carrozzina / Non Deambula)
Marcello B (Carrozzina / Non Deambula)
Roberto M (Carrozzina / Deambula con difficoltà)
emanuele (Stampelle, Deambula con difficoltà)
Marco F (Deambula con difficoltà)
Emanuela Z (Accompagnatrice)
Massimo C (Accompagnatore)
Al banco del checkin c’è il personale di SEA aereoporti, che svolgono il servizio per la compagnia aerea AirOne.
Al checkin ci danno priorità perchè in carrozzina.
Prima di noi c’è un’altra squadra di nuoto disabili, la GxG, che si reca a Napoli per lo stesso nostro motivo, ossia i campionati italiani di nuoto societari.
Loro hanno 2 persone in carrozzina, non deambulanti autonomamente, in totale 6 o 7 persone.
L’hostess del checkin li fa accompagnare tramite il servizio di assistenza verso l’area di imbarco (area amica per le assistenze).
Arriva quindi il nostro turno. L’hostess comunicano che il trasporto di altre carrozzine non è possibile poichè non abbiamo prenotato sul sito.
Rispondiamo che sul sito di airone non è possibile specificare l’assistenza in fase di acquisto del biglietto, a differenza di altre compagnie (es: Easyjet). La procedura prevede che si prenoti successivamente al telefono: Roberto ha infatti chiamato e l’operatore di turno, un certo Tommaso (ovviamente senza cognome) ha confermato che non c’era bisogno di nessuna procedura particolare per il volo, se si disponeva di carrozzina propria e non ne serviva una fornita dall’azienda.
A questo punto la hostess di terra chiama la responsabile di SEA. Lei ci rispiega che avremmo dovuto prenotare l’assistenza e che il sistema informatico non permette più di due carrozzine per lo stesso volo, noi le rispieghiamo quanto sopra.
Si assenta per cercare di contattare un responsabile della compagnia aerea, che si rivelerà irreperibile anche in seguito, e poi il comandante per una deroga, ovvero di poter trasportare altre 3 carrozzine, le nostre, sul volo delle 7.20
Nel frattempo l’hostess ci assicura che sul volo successivo, delle 11, ci sono ben 5 posti per le carrozzine, di cui 4 liberi, quindi al limite ci sposta lì.
Ore 7.20, scade il tempo per l’imbarco, finalmente torna la responsabile confermando che il comandante non acconsente (e figuriamoci) a imbarcare le nostre 3 carrozzine, inoltre smentisce la tesi della hostess spiegando che anche il volo successivo, ore 11, non puo’ trasportare più di 2 carrozzine.
Cerca di giustificare il numero di 5 della hostess con un vetroaggrappante giro di sigle 2 charly, 2 sierra, 1 tango, o altro che insomma vuol dire che dopo un’ora non ha ancora capito che di fronte ha tre persone in carrozzina etc.
Ci propone un volo per il giorno dopo, oppure di pagare per un volo dal terminal 2 di un’altra compagnia, forse una easyjet, per altri 700 euro.
Decidiamo quindi di imbarcare l’unica carrozzina consentita nel volo delle 11, Ariola, insieme a ema, ema, marco, mentre in tre (di cui 2 carrozzine) andremo in stazione centrale a prendere il treno.
Il servizio di assistenza vale solo per le carrozzine, quindi Ariola e Emanuela (accompagnatrice) sono accompagnate dall’addetto nella “sala amica”, mentre Emanuele e Marco non possono segurle e devono procedere in autonomia verso l’imbarco! Per fortuna salgono correttamente sull’aereo!
Ovviamente la responsabile precisa che non puo’ rimborsare alcun volo, e che dovremo rivolgerci a airone per questo.
Nel mentre, noi tre (Roby, Marcello e io) andiamo col malpensa express fino in centrale. A maplensa c’è l’accesso per le carrozzine al treno (treno al livello della banchina, senza dislivelli), in centrale c’è il gradino, per superarlo ci aiuta un gentile studente.
Per prendere i treni e avere l’assistenza ci rechiamo all’area blu, dove ci dicono che il primo treno disponibile, ore 10, è troppo ravvicinato ( sono le 9.37) per fornire l’assistenza, quindi dovremo prendere il successivo.
Per avere la tariffa speciale che prevede uno sconto per l’accompagnatore, dobbiamo però prima recarci al punto blu, dall’altra parte della stazione, a fare la tessera (gratuita), per fortuna Marcello ha con sè la tessera sanitaria d’esenzione dal ticket (accettata come prova di invalidità) e gli rilasciano la tessera.
A questo punto ci prenotano il servizio di assistenza e ci rilasciano due codici per acquistare i biglietti, 100 euro il singolo e 140 quello con disabile + accompagnatore.
L’assistenza è in sostanza un montacarichi che alza le carrozzine degli 80 cm che separano la banchina dalla porta del treno.
I posti che ci riservano sono in prima classe. Per fortuna abbiamo solo con 2 carrozzine, perchè ne sono consentite solo 2 per carrozza attrezzata, ovvero solo 2 per treno! Il bello è che sono in prima classe (al prezzo della seconda).
In alternativa ci spiegano che è possibile prendere il biglietto in autonomia, senza il servizio di assistenza, e riporre le carrozzine piegate.
Milano, Italia, 2012
NB:
al ritorno, volo EasyJet Napoli – Malpensa, ore 18 di Domenica 13 Maggio, siamo ben 3 squadre di nuoto che devono prendere lo stesso volo.
Totale di 12 carrozzine, più altre circa 20 persone con problemi deambulatori e/o stampelle, più circa 15 accompagnatori.
Tutti perfettamenti accolti, imbarcati, sbarcati.
Il personale di terra, a Malpensa, è sempre SEA, ed è lo stesso che fa anche l’assistenza per AirOne.
Quindi cambia solo la compagnia aerea.
Speriamo che l’italia, con tutte le sue compagnie controllate, sia invasa, colonizzata o acquistata da una nazione civilizzata, adesso.

Di seguito riporto il racconto che potete trovare anche all'indirizzo:
http://www.polisportivamilanese.org/wp/negato-imbarco-a-malpensa-a-3-carrozzine.html

Questo è tutto e forse anche più che abbastanza!!!

06 maggio 2012

Critica


Caro Lettore,
chi sa se anche tu sei stato criticato nel corso della tua vita.
Considerando che un po' tutti abbiamo l'insano moto di giudicare gli altri, me compreso, credo che sia molto probabile. A me capita ormai almeno una volta a settimana.
Nella mia carriera di essere errante, nel senso di fallace, ho incontrato diverse forme di critica: quelle costruttive, quelle a ragion veduta, quelle invidiose, quelle per il puro piacere di dare il proprio punto di vista o solo per dare aria al Super Santos che qualcuno ha tra le orecchie. Oltretutto va preso in considerazione anche il modo di criticare: c'è chi lo fa dalle colonne di una rivista o di un giornale, c'è chi arriva a pubblicare addirittura un libri. esistono rubriche radiofoniche e televisive addirittura che sono più seguite dell'oggetto criticato. C'è chi lo fa guardandovi negli occhi o in un punto imprecisato della vostra fronte, mentre i più “ciechi” lo fanno alle vostre spalle, preferendola come parte anatomica, vista che prima vi corde vocali non può rispondere.
Qualsiasi cosa facciate c'è chi è pronto a giudicarvi ed a criticarvi. Nei casi peggiori addirittura a calunniarvi arrivando agli estremi più incredibili in cui si arriva a parlare di macchina del fango.
Ogni giorno si vedono milioni di critiche fiorire, in qualsiasi campo voi guardiate, ed anche le reazioni sono le più diverse.
Quelle che fanno più male, solitamente, sono o quelle più lontane dalla verità o quelle più vicine.
Caro Lettore, se ci fai caso, le critiche che più ci segnano sono quelle che riteniamo ingiuste perchè non hanno nessun fondamento o quelle che colpiscono nel segno mettendo in risalto un punto debole o un nervo scoperto. A queste critiche solitamente rispondiamo o con un atto di umiltà cercando di portare a casa la lezione, reagendo in maniera a volte aggressiva a quello che riteniamo un attacco alla nostra persona. Da qualche anno seguo anche una terza via, quella di far cadere le parole nel vuoto. Di non dar seguito alle “accuse” rivoltemi. Se ho imparato qualcosa dalla storia è che la gente ha breve memoria, e che se non gli si ricorda periodicamente qualcosa, questa viene velocemente dimenticata. In questo caso si parlerà di insabbiatura.
Come avrai notato Caro Lettore si va sempre a parlare di terra: fango o sabbia che sia.
Altra cosa che va considerata nelle critiche è anche da dove provengono queste critiche. Possono arrivare da persone care o che riteniamo valide ed il cui giudizio risulta molto importante. Oppure arrivano da persone il cui peso nella nostra vita è uguale a quello del vento e che consideriamo poco più di uno stercosauro nella scala evolutiva e che riteniamo fatte solo per pura cattiveria.
Ecco anche le critiche hanno una ricetta che da origine a risultati diversi. Un terzo “come viene fatta la critica”, un terzo “da chi viene fatta la critica” e l'ultimo terzo “da quanto questa si avvicina alla verità”. Un cocktail dolce o amaro, forte da far girare la testa o leggero da non far perdere la lucidità di giudizio.
Tante parole e forse pochi concetti.
Ecco questa potrebbe essere una delle tante critiche che potrebbero essere mosse a questo post.
Ed eccomi a criticare me stesso. Prova provata di quanto scritto sino a qui.
A questo punto Caro Lettore forse è meglio che mi fermi e lasci parlare chi è riuscito a mettere in musica una parte di quello che in questo post avrei voluto dire.

03 aprile 2012

Volpe o Principe?


Caro Lettore,
secondo te è più felice la volpe o il Principe? o forse alla fine sono entrambi addomesticati e quindi felici? di certo non tutte le rose sono uguali ed il colore del grano può scaldare il cuore.
Mi ci vorrebbe un baobab sotto cui riflettere stando attento a non fare la fine dell'elefante.
Scusa caro Lettore ma ho una cometa che mi aspetta.
Buona vita

31 marzo 2012

Cambio dell'ora


Si alzò un po’ più stanco del solito. Il cambio dell’ora, che tanto fa bene alle tasche del paese, lo mandava sempre in uno stato di profonda apatia. Gli regalava questo jet lag senza neanche aver dovuto prendere un aereo.
Si buttò sotto la doccia sperando che l’acqua, fonte di vita, gliene restituisse un po’. Rimase così cinque minuti immobile sotto lo scroscio del sifone sognando di trovarsi sotto una di quelle cascatelle che si vedono nei reportage di viaggio di favolose isole tropicali.
La radio, unico elettrodomestico di comunicazione di massa presente nella sua casa, che avvertiva gli ascoltatori che una nuova ora era iniziata lo riportò alla realtà.
Uscito dalla doccia indossò l’accappatoio e si strofino forte proprio come faceva sua madre quando era bambino. Andò in cucina ed iniziò a prepararsi la colazione. Gli occhi facevano ancora fatica a stare aperti mentre metteva il pentolino sul fuoco e preparava tazza e biscotti.
Un salto in camera da letto dove si vestì rapidamente con gli abiti che aveva preparato la sera prima, conscio che al mattino il suo cervello assomigliava ad uno di quei vecchi motori diesel che impiegavano quarti d’ora per riscaldarsi.
Tornando in cucina cercò quindi di iniziare a pensare alle attività delle giornate, ma quasi subito desistette rimandando a dopo la colazione quando con lo stomaco pieno pensava di poter ragionare meglio.
Imbandita la tavola con the, miele, biscotti e yogurt si sedette ed iniziò a mangiare. Il profumo della tazza fumante piena dell’infuso dorato riuscì a riscuoterlo un po’, anche se lo zaino pieno di sassi che sembrava avere sulle spalle continuava a pesargli sullo spirito. Fortunatamente era così abitudinario la mattina che riusciva a fare tutti i gesti con un automatismo degno di un automa da cartone giapponese. Questo gli permetteva di tenere a riposo il cervello che per quella giornata doveva prepararsi ad affrontare riunioni e parole al vento dette da chi di quel vento era gonfio.
Si era chiesto spesso di come facessero a continuare a dire quella marea di parole inutili ed aveva concluso che in quell’ufficio contava più l’apparenza che la sostanza. Un giorno volle anche verificare questo suo pensiero e si presentò ad un incontro con la cravatta, come facevano i grandi capi. Tutti gli diedero retta mentre faceva i suoi interventi. Da allora prese la decisione di indossare la cravatta solo se aveva qualcosa da dire, altrimenti si sarebbe continuato a nascondere dietro il suo abbigliamento casual, come diceva la responsabile dell’ufficio risorse umane.
Riposto le vettovaglie nel lavello della cucina, dove sarebbe rimasto sino a quando non sarebbero arrivati anche i piatti della cena per fare un unico lavaggio,uscì di casa.
Guardandosi in giro lesse sui volti della maggior parte delle persone che incrociò mentre andava in ufficio il suo stesso stato di “confusione oraria”.

26 marzo 2012

Love Love Love

Caro Lettore,
è arrivata la primavera e con essa si risveglia la "natura"... e per ogni dove è love è love è loveeee!!!

16 marzo 2012

Blocco dello scrittore - 1

Un’altra giornata è passata dal mio salvadanaio alla cassa della vita per acquistare un po’ di ricordi, di arrabbiature, di cielo, di sorrisi, di giochi e lavoro, di cibo e musica.
Sono giorni che penso ai vari fatti che riempiono la sceneggiatura del mio esistere. Molti di questi mi sembrano così assurdi che penso siano scritti davvero da un nugolo di scimmie poste davanti a delle macchine da scrivere.
La voglia di scrivere poi sembra rinchiusa dentro una teca di vetro infrangibile. C’è. Si vede, ma non si riesce a sentirla. È lì che sbatte con tutte le sue forze contro le pareti della sua prigione, ma nulla. Nel frattempo io sento queste vibrazioni. Vorrei mettermi davanti ad un foglio bianco ed incominciare a scrivere la più grande storia mai letta, ma alla fine non riesco neanche a tirarlo fuori questo foglio bianco.
Scruto in giro alla ricerca dell’ispirazione e mentre mi guardo intorno vedo molte persone che potrebbero essere dei perfetti personaggi. Il ragazzo di colore, con jeans e maglietta bianca che scende le scale con la testa ricoperta da un’immensa cuffia e la nuvola di fumo che non deve proprio essere tabacco da come si muove. Il finto giovane abbigliato alla moda che ostenta i suo acquisti tramite il sacchetto brandato di una nota casa di abbigliamento e la lettura di Playboy in metropolitana. Arriva a farsi anche vento con le mani per quanto le foto siano scottanti. La doppia coppia di anziani che si ritrova in metropolitana accessoriata di carrello che si scambia battute con uno spirito molto più giovanile di molti dei ragazzi che occupano il vagone della metropolitana. Ammetto di aver provato una sincera invidia per queste due coppie.
La coppia di ragazzine bullonate con anellini e catene che si accompagnano a due bottiglie di superalcolici che non si sposano un gran che insieme. Tequila e Limoncello. Da come si reggevano in piedi era probabile che il detto Non c’è due senza tre era riferito a qualche vuoto a perdere scolato qualche minuto prima.
Un consulente che pensa che il detto CHI DISPREZZA COMPRA sia una legge così assoluta che cerca di farsi detestare da tutti quelli che incontro, riscuotendo in questo un gran successo per quello che riguarda il disprezzo ed un po’ meno per quello che riguarda il compra.
L’utente che appena gli si chiede di fare il suo lavoro, semplicemente quello, parte con una filippica sul fatto che ha carichi di attività insopportabili, che ci sono regole da seguire, burocrazie da rispettare, che a lui questo non va bene, che così non si può andare avanti ed è capace di andare avanti per ore se qualcuno non lo invita a bere un caffè senza di contro produrre qualcosa.
Le contraddizioni che riempiono di buche le vie di una vita calma e pacifica, che non sono cambi di opinione e di idee, ma proprie è vere inversioni ad U in autostrada. Passaggi indifendibili neanche dal più bravo o corrotto uomo togato.
Tristi personaggi che sono convinti che i migliori abiti siano fatti da monaci in area di santità, tanto che se non si ha la giusta mise allora non si possono dire cose intelligenti ma solo assurdità. E sono così convinti di ciò che tengono di scorta un maglioncino imbustato nell’armadio dei documenti e lo indossano con vezzo anche con temperature più che primaverili.
Il sorriso regalato da una collega di un piano in cui la moquette e le scrivanie in noce hanno creato un microclima che ti faceva credere che lì potessero sopravvivere solo le migliori razze di st…nzi, ed invece ecco il dono che non ti aspetti.
Il parcheggiatore contrario a qualsiasi tipo di tecnologia in campo, tanto di aver pensato di bruciare la foto di Biscardi insieme al parcometro che insediano la sua autorità ed il suo posto di lavoro o forse sarebbe meglio dire di potere.
Tanti di quei personaggi da riempirci almeno cento arche di Noè, eppure tutti senza un bravo scrittore che ne racconti le avventure.

29 febbraio 2012

Milano veste il Duomo di spettacolo

Caro Lettore ieri mi sono ritrovato con un gruppo di amici ed un migliaio di altre persone nel centro della città meneghina.
Il motivo di tale raduno era lo spettacolo di luci proiettate sulla facciata del Duomo.
Dopo averlo visto si può ben dire che è stato uno "spettacolo".
Questi sono i momenti per cui penso sia valsa la pena lasciare la valigia e tornare a casa. Rinunciare a qualcosa per guadagnarne altre e tra queste la qualità della vita.
A te, a chi passava di lì per caso o c’era andato a posto, a chi non si è accorto di nulla ed a chi è rimasto con la bocca aperta, agli stupiti ed agli sbadati che guardavano da un’altra parte… a tutti voi.
Che lo spettacolo abbia inizio.

07 febbraio 2012

Una strana mattina

Si svegliò che digrignava i denti in maniera così forte che gli doleva la mascella.
Negli occhi aveva ancora le immagine che aveva appena sognato.
Era passato a prendere quella che nel sogno era la ragazza dei suoi sogni, ma non aveva fatto neanche in tempo a partire, che l’emozione di averla finalmente accanto gli aveva fatto commettere un imprudenza. Non aveva ben considerato la distanza con la macchina parcheggiata davanti ed il fatto che la corsia era ridotta anche a causa delle auto parcheggiate sul lato sinistro.
Tamponamento.
Si solleva il posteriore dell’auto e gira andando a colpire le auto parcheggiate dal lato opposto.
Il colpo è così forte che si trova dal lato “sbagliato” dell’auto, volante compreso. Non sa come ma si ritrova con la guida a destra come nelle auto inglesi. Colpisce con forza il volante in un gesto di pura disperazione.
Il momento più bello della sua vita perso subito.
Non riesce a guardare in faccia la ragazza. Rabbia, vergogna e disperazione si fondono. Riesce solo a chiederle se sta bene ma fa fatica a parlare perché non è in grado di aprire la bocca. Sente la mandibola serrata come i becchi di una pinza che stritola il nulla. Vorrebbe gridare ma non può.
La paura avanza a lunghi e rumorosi passi.
Apre gli occhi.
Questa è l’unica via di fuga che ha trovato.
Assonato esce dal tepore delle coperte e va in bagno. La strana sensazione del sogno gli è rimasta attaccata addosso. Non riesce a capire ma non si sente bene. Non che stia male fisicamente, ma ha la strana sensazione che ci sia qualcosa che non va.
Cerca di pensare ad altro e di ripetere tutti i suoi rituali del mattino.
Pentolino con l’acqua sul fuoco a fiamma bassa mentre si butta sotto il getto della doccia per svegliarsi del tutto.
Colazione a base di tè e biscotti con il solito sottofondo radiofonico.
Barba.
Lavaggio dei denti.
Vestirsi per uscire.
Scale.
Box.
Auto.
Parte e percorre la stessa strada che ormai fa da tempo. Ad un certo punto si rende conto, ascoltando i vari annunci della radio di essere partito leggermente in ritardo rispetto al solito.
Trova così un po’ più traffico del solito e decide di cambiare strada per raggiungere, spera, la tangenzialina che lo porta ogni giorno al solito parcheggio nel più breve tempo possibile.
Questo ultima lingua di asfalto è il suo arcobaleno giornaliero. All’andata il grigio arcobaleno ha al posto della pentola piena di monete d’oro un parcheggio vicino alla fermata del metrò, mentre al ritorno c’è casa sua.
Imbocca finalmente l’ultimo tratto della strada. Ci sono due corsie.
La crisi e l’aumento della benzina hanno ridotto drasticamente la velocità di percorrenza di questa via. Ora tutti rispettano i limiti di velocità e c’è anche chi viaggia molto più piano.
Passa dalla corsia di destra a quella di sinistra dove le auto scorrono più velocemente, ma fa poco più di un centinaio di metri che una cinquecento color panna gli si attacca alla targa. È vero che fuori fa molto freddo, ma non gli sembra il caso di usare i suoi gas di scarico per riscaldarsi.
L’autista della cinquecento ha un giubbotto blu con strisce orizzontali bianca e rossa. Indossa uno di quei berretti di lana floscia che vanno tanto di moda ora. Inizia a gesticolare in maniera esagerata mentre il traffico va ad aumentare per mezzo dell’ingresso di nuovi veicoli dalle varie corsie di immissione. Da due colpi di clacson che lui ignora.
Si sente nel giusto.
Sta rispettando il limite di velocità e nel contempo sta superando la colonna di auto sulla sua destra.
Il folle autista si agita sempre più.
Grida e fa gestacci, ma lui cerca di ignorarlo e procede per la sua strada.
Colonna di auto.
Frena.
Nella cinquecento ha inizio una strana tragedia. I gesti e le parole che riesce a leggere dal movimento delle labbra si fanno sempre più volgari, mentre il folle autista fa uno strano gesto. Estrae il suo telefonino e gli fotografa la macchina ed in particolare la targa. Lui se ne accorge e saluta. Un gesto forse più pazzo di quelli del folle.
Si riparte lentamente. La cinquecento, tagliando la strada ad una macchina rossa cambia corsia sperando di riuscire a superarlo sulla sinistra.
Si affianca.
Lui resta impassibile e concentrato sull’auto che lo precede.
Mentre il folle autista gongola per essere riuscito a superarlo, lui pensa che ce n’è di strana gente in giro. Forse prima sarebbe dovuto scendere e dirgli qualcosa, del genere “Non ti metto le mani addosso solo perché la natura ha già infierito abbastanza”. O caustiche frasi di disprezzo.
La colonna di sinistra si blocca. La cinquecento con il suo folle autista si trova dietro ad un camion mentre lui la passa via.
Appena superato il camion che riparte lentamente anche lui cambia corsia e si sposta sulla sinistra non prima di aver acceso l’indicatore di direzione corrispondente.
pensa che sia finalmente andata, ma subito dopo l’incrocio, nella corsia di svolta ecco che riappare la cinquecento ed il suo autista. Disperato e rassegnato il folle autista si deve accodare. Alla fine della corsia, mentre lui svolta a destra come indica la freccia di fronte il folle autista preferisce infrangere un’altra regola del codice stradale e svoltare a sinistra.
Si sente sollevato a non averlo più alle calcagna. Parcheggia l’auto e controlla che non ci sia nessuna cinquecento color panna con autisti male intenzionati.
Scende e va alla fermata della metropolitana. Mentre cammina si accorge che sta digrignando i denti.

28 gennaio 2012

Impresa Eccezionale

Caro Lettore,
eccomi di nuovo qui a scrivere dei miei pensieri e delle mie riflessioni.
Questi sono stati giorni strani, dove il popolo ha cercato un eroe da contrapporre alle sciagure che la televisione ci spara a raffica giornalmente.
La sciagura avvenuta all’isola del Giglio è stata l’apice di questa situazione.
Ci sono tutti i crismi per farne una grande storia. C’è il cattivo, c’è la sciagura ed un eroe.
Sul cattivo si sono scritte e si continuano a scrivere milioni di parole, perché l’eroe, per rimanere tale deve continuamente dimostrare il suo valore, mentre il cattivo rimane sempre IL CATTIVO.
Spesso l’eroe , almeno in questi ultimi tempi, è chi fa soltanto il suo dovere, uno che si comporta in quella che dovrebbe essere la norma ed invece sembra sempre più l’eccezione.
Pensando alle mille voci che si sono rincorse alla ricerca di chi potesse rappresentare il cavaliere dal bianco destriero arrivato a salvare la situazione mi sono tornate in mente le parole di Bertold Brecht : Sventurata la terra che ha bisogno di eroi.
Questa frase può essere interpretata in diversi modi. C’è chi ci legge il fatto che l’eroe è legato spesso ad una sciagura, chi all’incapacità della gente di saper convivere senza qualcuno che la comandi, la ispiri, la guidi a fare quello che, come dicevo prima, è spesso solo la normalità.
Questo pensiero mi ha accompagnato per alcuni giorni, mentre tra le varie discussioni si parlava di colpe, di parodie, di pessime figure o semplicemente di sciagure. Discussioni poi su quanto è stato cattivo il Cattivo di turno e di quanto eroico l’Eroe.
Perché se è vero che abbiamo spesso bisogno di eroi, è altrettanto vero che come velocemente abbiamo inneggiato alle sue imprese tanto velocemente siamo pronti a denigrarlo.
Rimanendo nel campo degli “EROI” ecco che appaiono le parole scritte da John Grisham nel finale del suo libro L’UOMO DELLA PIOGGIA (The Rainmaker) quando l’eroe decide di andar via perché sa che ora tutti lo avrebbero cercato e gli avrebbero chiesto di ripetere il miracolo, forse lo avrebbero addirittura dato per scontato. Cosa che capita spesso anche nella vita normale.
Avendo citato un autore teatrale ed uno scrittore ecco che sull’argomento Eroe voglio citare anche un bellissimo film: Eroe per caso (Hero), di Stephen Frears con Dustin Hofman, Geena Davis ed Andy Garcia. Un bellissimo film in cui si racconta le vicende di Bernie, un piccolo ladruncolo che si comporta eroicamente e di John Bubber, un giovane barbone, che se ne prende il merito.
Ora dovrebbe essere il turno della musica. Ecco ci vorrebbe una bella canzone, che parla di eroi… forse l’ho trovata. Un pezzo di qualche anno fa, cantato dagli Articolo 31 che parla di imprese eccezionali e credo essere la giusta conclusione di questo post.



Buona vita Lettore.

14 gennaio 2012

Vigilia di Derby

Caro Lettore,
oggi per molti è la vigilia del Derby della Madonnina, partita dal fascino speciale per chi come me c'è nato sotto quella Dorata Signora simbolo delle cime della mia città. Perchè nessun edificio deve essere più alto della sua Dama incontrastata della capitale meneghina.
Pronostici e scongiuri sono iniziati già da Natale. C'è chi cerca di fare l'indifferente dicendo che questa è una partita come le altre e chi invece pensa che questa partita valga molto di più... in breve si sentono gli stessi discorsi che si sentivano all'inizio dello scorso secolo quando si disputò la prima delle 270 partite tra le squadre cugine.
Ammetto che anch'io sento molto questo sabato, ma il derby che interessa a me viene giocato su un campetto di periferia, dove i prati non sempre sono verdi, e con 50 tifosi si fa il tutto esaurito.
Mio nipote giocava oggi il suo derby.
Avendo il tempo, o meglio volendo riprendermi questo tempo sono andato con mia madre al campetto dell'oratorio dove si sarebbe tenuta l'attesissima partita tra la Virtus Cornaredo e le Biglie di Cornaredo. Ieri sera mio nipote durante la cena dai nonni raccontava di questa partita ed allora perchè non cogliere l'occasione per andare a vederlo giocare.
La partita si è giocata nel campetto laterale dell'oratorio della chiesa del paese, mentre il centrale veniva occupato da ragazzini un po' più grandi anche loro intenti a disputare la loro partita.
Mi allineo insieme agli altri parentifosi dietro alla rete che delimita il campo per vedere la partita.
Dopo un breve riscaldamento, la giornata è davvero fredda, in cui a turno i giocatori delle sue squadre si alternavano tra parate e tiri in porta ecco che inizia la partita.
Si gioca cinque contro cinque, ed in porta c'è uno degli eredi della famiglia. Vederlo giocare su questo campo che ricorda molto il prato in cui io e suo padre si giocava da bambini mi riporta alla mente vari ricordi di gioventù. Vedere tutti quei ragazzini correre dietro ad un icosaedro tronco un po' me li fa invidiare, soprattutto perchè il freddo si fa più che pungente. Li vedo correre tutti dietro al pallone come i bambini incantati dal pifferaio magico mentre gli allenatori gridano di tenere le posizione o di passare la palla. Ma si vede che per ora loro giocano ancora per divertirsi. Non c'è malizia nei lori movimenti, non si buttano giù al primo tocco dell'avversario. Piangono se prendono un goal ed esultano tutti insieme se sono loro a segnare, ma senza gesti coreografici. Non hanno ancora ben chiaro cosa sia la sportività perchè per loro il calcio è ancora un gioco e non uno sport o un lavoro. Eccoli liberi che scorrazzano per un prato all'inseguimento di un pallone. Ha proprio ragione chi ha detto: Dai un pallone ad un bambino e lo farai felice.
La partita ha quattro tempi ed a metà del terzo si vede che il freddo ed il campo pesante si fa sentire, mentre la nebbia inizia a calare cancellando piano piano i contorni delle cose fino a farle sparire meglio di qualsiasi illusionista.
L'arbitro fischia la fine dell'incontro e non delle ostilità, perchè per fortuna a questi livelli di ostilità non ce ne sono. Mentre i ragazzini si scambiano i saluti e si dirigono negli spogliatoi io corro al bar a cercare un po' di calore e delle caramelle perchè ci sarà da addolcire l'umore di un portiere arrabbiato ed infreddolito.
Ed ora buon Derby Caro Lettore.

07 gennaio 2012

Ascensore Epifanico

Caro Lettore,
ed ecco che l'Epifania piano piano è scivolata via, portandosi via anche gli ultimi strascichi del 2011.
Il mondo sembra appena accorgersi di questo cambiamento sul datario. Si è cambiato un 1 con un 2 , ma tutto intorno sembra non essere cambiato nulla, eppure di cose da cambiare ce ne sarebbero.
Ok Caro Lettore, niente prediche ma solo semplici parole in giro, così tanto per impiegare in modo costruttivo questi ultimi granelli di festa prima che cadano dalla clessidra e finiscano a fare compagnia agli attimi già trascorsi e forse sfuggiti.
Ecco ora sono in imbarazzo perchè non so come andare avanti... forse potrei parlare del tempo o fischiettare il motivetto che si sente al telefono quando ti mettono in attesa.
Ecco ci vorrebbe un argomento da ascensore, uno di quelli veloci e leggeri che non richiedono impegno, non sono invadenti, non mettono a rischio di fraintendimenti o altro.
Peccato che qui non ci sia una pulsantiera dove pigiare il bottone per salire ai piani alti o scendere nel buio del sottosuolo.
Non c'è neanche la targhetta da leggere con il peso massimo di trasporto, diviso in parti umane, nel senso di persone ed i vari numeri dell'assistenza.
Ricordo, appena uscito dall'università in cerca di un lavoro avevo preso spunto da quelle targhette ed avevo inviato il mio CV a quasi tutte le società che costruivano ascensori, ma probabilmente il periodo non era dei migliori e la gente preferiva fare le scale ed un po' di moto. All'epoca mi capitava di sognare ascensori che si potevano muovere anche orizzontalmente e portarti un po' ovunque. Ecco cabine di trasporto degne dell'Enterprise con uno Scotty a comandarle.
Ma anche questa è un'altra storia...
Ok, i Re Magi sono arrivati e come loro anch'io mi son goduto brevemente questo giorno di festa.
È ora di pigiare il tasto del Piano Terra ed iniziare questo Nuovo Anno.

2012 preparati perchè sto arrivando.

01 gennaio 2012

Questionario 2011

Siamo arrivati ad un altro inizio. Questo è il periodo dei ricordi, degli oroscopi e dei buoni propositi, e anche quest'anno non voglio esimermi da quell'abitudine di fare la lista delle cose successe e dei desideri per il futuro.
Provo così a mettere insieme un riassunto dei 365 giorni appena trascorsi.
Come scritto l'anno scorso, ecco che aggiorno il questionario di Capodanno:

1.ANNO APPENA TRASCROSO: 2011
2.BEL RICORDO: L'arrivo di mio nipote Francesco
3.BRUTTO RICORDO: L'ingratitudine di chi si è montato la testa
4.POSTI VISTI: Pochi. Ma tutti accompagnati dalla voglia di ammirare il mondo per scoprire magari che a volte il mondo non è poi cosi lontano
5.PROFUMO: Quello della sera che sento nel cortile di casa mia quando mi fermo a guardare le stelle
6.GUSTO: un piatto di spaghetti improvvisato a casa mia. Il primo piatto cucinato.
7.TATTO: Tenere in braccio mio nipote Francesco per la prima volta
8.VISTA: Il volto di mia sorella quando ha saputo del pupo e la prima discesa a San Siro di mio nipote Matteo
9.UDITO: Le chiacchiere ed i giochi con i miei nipoti
10.INCONTRO: Qualcuno che è entrato nel mio cerchio e con me ha visto la natura farsi bella, anche se la città ci circondava e scandiva ogni attimo
11.CAMBIAMENTO: Cambio di lavoro. Non sono più il Consulente con Fascino e Valigia
12.RAMMARICO: Non aver cercato di prendere quel treno
13.DISPIACERE: Essere lontano quando è nato mio nipote
14.LETTO: Uno nuovo, talmente nuovo che è stato nuovo due volte
15.SPAVENTO: Gli occhi che si chiudono mentre cerco di tornare a casa e 100 cavalli che vorrebbero più attenzione
16.GIOIA: i miei Nipoti
17.AUTOMOBILE: Quella dell'anno scorso, ma un fratellino è arrivato anche a lei ed ora dividono la cameretta
18.LAVORO: Gioie (Le alte sfere che non fanno girare le mie basse sfere ma che ringraziano per un lavoro ben fatto) e delusioni (“il tuo non è un comportamento professionale” credo che rimarrà la nota più dolente, direi quasi traumatica per chi ha fatto sempre oltre il dovuto) ed alla fine un saluto per provare una nuova avventura
19.PENSIERO RICORRENTE: Più d'uno, alcuni legati agli amici ed altri più egoistici e speranzosi
20.EVENTO: Qui la lista sarebbe lunga, ma se dovessi fare una classifica dei primi 5 direi: L'arrivo di mio Nipote Francesco; Un Matrimonio da testimone; Un nuovo lavoro, Un gelato in compagnia; Un addio al celibato,
21.CONTINUITÀ: nonostante tutto il continuare svegliarsi la domenica mattina con il pensiero di fare una corsettina al parco
22.SPACCATURA: Quella lavorativa. Ormai l'amore era finito ed entrambi volevamo seguire una strada diversa. Ci siamo comunque lasciati da buoni amici
23.VIAGGIO: Non molti ma quasi tutti di piacere. Il primo mi è servito per ritrovarmi. Uno mi ha portato a trascorrere una notte in un trullo. Uno per alzarsi la mattina presto e vedere il mare. Uno per andare a fare il tifo per un'amica. Uno per testimoniare un amore. Uno... sarà il prossimo
24.LIBRO: Piano piano ho ricominciato a leggere. Segnalazione d'obbligo: L'UOMO NERO E LA BICICLETTA BLU di Eraldo Baldini
25.FILM: Mi sono tolto il piacere di andare al cinema con gli amici e non più solo, eppure il film che consiglierei l'ho visto in solitudine: Miracolo a le Havre
26.CANZONE: Mannarino:...
27.SPORT: Le soddisfazioni maggiori sono arrivate da mio nipote che fa il portiere e a 6 anni ha già calcato l'erba di San Siro
28.RADIO: Sempre più padrona a casa mia.
29.MOTTO: Posso accettare la sconfitta, ma non posso accettare di rinunciare a provarci
30.PROPOSITO: Cercare di rimettermi in forma