19 novembre 2007

Passo 3


Non so quanto tempo sia passato, so solo che quando mi sono alzato dal mio trono in ceramica fuori era giorno.
Mi sono tolto i vestiti rimastimi addosso e mi sono infilato sotto la doccia. L’acqua ha portato via un po’ del nero che avevo dentro, per fortuna. Esco dal box doccia cercando di non guardare la bacinella dove è a mollo il mio zaino. Mi asciugo frettolosamente ed esco dal bagno. Mi infilo in camera da letto, guardo il letto e rivedo lei in una serie di fotogrammi. In ognuno c’è lei, raggomitolata nelle lenzuola, che apre appena gli occhi e mi sorride quando la chiamo per alzarsi.
Mi sento soffocare. Una specie di claustrofobia allergica al luogo. Prendo giusto un paio di boxer dal cassetto del settimino ed esco. Mi sdraio, avvolto nella coperta, sul vecchio divano di Vanessa, che ora è in California. Lei, un altro cervello in fuga, con tutto il suo bel personalino di accessori, dalle università italiane.
E come al solito mi addormento nel giro di pochi secondi. È incredibile. Ogni volto che andavo a casa di Vanessa per studiare o cenare con gli altri, immancabilmente quando mi sedevo sul suo divano crollavo addormentato. Era la mia versione di arcolaio soporifero. Solo che io non sono mai stato molto bello quando dormo, o almeno questo è quello che mi hanno raccontato.
Comunque dormo e non faccio sogni, o se li faccio non me li ricordo.
Vengo svegliato da una voce femminile. Non riesco a capire cosa dice e di chi sia. Le palpebre si alzano in modalità LENTO, anzi MOLTO LENTO. Mi giro ed al posto della voce di prima c’è quella di un uomo. Cavoli, mi sono addormentato sul telecomando e d ora in video c’è Piero Angela che parla di non so cosa. Mi siedo e spengo. Butto il telecomando sulla poltrona e prendo la testa tra le mani. Sono cosi debole che la scatola cranica mi sembra fatta di marmo, tanto che devo appoggiare i gomiti sulle gambe. Trovata la posizione di equilibrio fisico, devo affrontare il disequilibrio emotivo che ho dentro. Mi sorgono talmente tanti dubbi da poterci scrivere un libro di quiz da settecento pagine. Le domande si susseguono, ma le più gettonate sono: PERCHE’, ED ADESSO? Non riesco a trovare alcuna risposta. Cerco di attaccarmi a frasi fatte o a versi di canzoni. A racconti letti e sentiti dalla viva voce di chi li ha vissuti.
L’unica cosa che so è che non posso restare qui. ho bisogno di cambiare prospettive per vedere meglio la cosa e lo devo fare in fretta prima di fissarmi ed impazzire.
Devo salire sul monte a riflettere.
Mi torna in mente, come un flash, l’ultima riunione ha cui ho partecipato. La presentazione del nuovo progetto, l’offerta/richiesta di seguirlo, il fatto che si parla di almeno 8 mesi in un’altra città, a solo duecento chilometri da qui. Il che significa restar fuori tutta la settimana, ma poter tornare in poco tempo a casa se fosse necessario. Il capo che mi dice che lunedì mattina gli devo dare una risposta, e che si augura che sia sì, ed essendo uno start up, questo gioverebbe molto alla mia carriera.
Se prima avevo dei dubbi, perché voleva dire allontanarsi da... ho finito le figure allegoriche, ora mi sembra una fortuna. La soluzione provvidenziale, anche se in realtà questa fuga risolve solo il contorno del problema.
Chiamo il mio capo, ma mentre compongo il numero mi accorgo che è domenica, domenica notte.
Ora che ho le idee un po’ più chiare mi è venuta una gran fame. È un po’ di tempo che non mangio, e l’ultima volta ho ingerito solo stuzzichini da bar. Vado in cucina, o come c’era scritto nell’inserzione, piccolo angolo cottura separato dalla sala. Apro il frigo e i vari pensili. Metto insieme un po’ di formaggio, delle olive, un vasettino di acciughe e due pomodorini sott’olio, regalo della mamma. GRAZIE MAMMA. Il tutto accompagnato da in sacchetto di tarallucci e da un po’ d’acqua.
Per un po’ è meglio che stia lontano dagli alcolici.
Mentre mangio inizio a far progetti. Devo tenere la mente impegnata su di me.
Se ricordo bene la partenza è prevista per mercoledì mattina. Non è necessaria la mia presenza, ma mi hanno fatto capire che se accettavo sarebbe stato meglio che io fossi lì dall’inizio. Comunque ora non c’è nessun problema. Se ricordo bene il calendario dovremmo iniziare con un giro per presentarci al cliente e conoscere il luogo. Riunioni per i primi tre giorni per definire tutte le richieste base ed avere una pittura dello scenario di lavoro. Dovrei trovare lì il gruppo di Mariella, che ha iniziato a lavorare sul cliente ormai 4 mesi fa.
A proposito. Se ricordo bene sarei l’unico della mia sede, per il resto dovrebbero essere tutti colleghi della sede principale dell’azienda, quella della capitale, più forse qualche terza parte indigena. Meglio così. Aria nuova e nessuno che ti fa domande sulla tua vita privata.
La mente si concentra su tutti i particolari dell’organizzazione. Valigia, vestiti da prendere, numero di magliette, mutande e calzini. Cosa mettere nella trousse da viaggio. Quali medicinali è meglio avere dietro. Aspetta non vado all’estero, e le farmacie si trovano anche lì. Documentazione da recuperare. Persone da avvertire. Potrei sentire Carla. Chi sa come le va la vita. È un po’ di tempo che non la sento. Vuoi vedere che è riuscita finalmente a rimanere in cinta. Se ricordo bene sono quasi sei mesi che lei e Luca cercano di avere un figlio.
Devo ricordarmi di chiedere a Mariella se nel suo residence c’è posto, se ci fosse potrei tornare un fine settimana si ed uno no, così da poter visitare la città e riallacciare i vecchi contatti con quelli del mare.
Non sono stanco e potrei andare avanti tutta notte, ma è meglio che vada a dormire. Domani voglio essere presentabile quando dirò al capo che accetto. Quindi vado a dormire.

Sul divano.

15 novembre 2007

Passo 2


Vediamo di ricapitolare gli eventi della giornata. Un po’ di ordine non fa mai male, e di mal in questo momento non so se ne provo di più o ne vorrei provocare di più.
Calma. Allora partiamo dall’inizio, dall’inizio di questa giornata di merda.
Mi sono alzato, lavato ed ho preparato la colazione per me e per la mia…per la mia cosa? Questa mattine credevo di amare la persona con cui avevo condiviso il giaciglio, ne ero quasi sicuro, ed ora sto elencando mentalmente tutti i modi possibili per ucciderla e farla franca. E sono giù arrivato a quota 56. Comunque fatta colazione sono uscito di corsa perché avevo un appuntamento in ufficio. E dire che mi ha anche baciato mentre uscivo di casa e lei entrava in bagno. La zoccola (e quando ci, vuole ci vuole).
Giornata piena in ufficio, ma alle diciotto, com’è mie abitudine da quando il mio contratto è passato dalla certificazione del precariato a quella di un impiego a tempo non determinato, guardo le mail del mio indirizzo di posta elettronica privato. Ecco che il sistema mi segnala la mail del mio…errore. L’oggetto è: ULTIMO BACIO, come il film.
Subito avevo pensato al bacio che ci eravamo scambiati nel piccolo corridoio del mio appartamento.
Si perché l’appartamento è mio, o meglio, è di alcuni banditi fino a quando non pagherò tutto il riscatto sotto forma di rate del mutuo
Leggo le prime parole e le tempie iniziano a picchiettarmi come se un batterista punk volesse usare la mia testa come grancassa. La bocca si è seccata neanche avessi in bocca della carta assorbente. Mi sembra anche che la lingua si sia ingrandita. Faccio un po’ fatica a respirare. La vista mi si offusca.
L’ULTIMO BACIO era quello di Giuda.
Quello che sono riuscito a capire è che: l’essere con cui ho dormito, l’ultima notte, mi dice che non ho capito che lei voleva qualcos’altro dal nostro rapporto, che io non riuscivo a capirla ed infatti non avevo capito e non capivo neanche ora. Ecco un altro acceleratore per la mia rabbia. Odio quando mi dicono che non capisco. Mi fa imbestialire. Forse non sono io che non ho capito sei tu che non ti sei spiegata. CAZZO.
Scusate, mi sono fatto prendere dalla foga. Allora dove eravamo rimasti. Ah si. Alla mail.
Lei , solo perché chiamarla bestia è troppo riduttivo e tutti gli altri epiteti che mi vengono in mente sono troppo volgari, invece aveva capito che non mi amava più, che forse neanche io l’avevo mai amata, ma che credevo solamente di provare quel nobile sentimento per lei.
Che l’avevo soffocata con le mie aspettative, che non riuscivo ad accettarla per quello che era, che lei non si sentiva la sicura di me, ed un’altra serie di farneticazioni.
Scuse ed accuse per farla breve.
Spengo il PC. Mi alzo e barcollando raggiungo la macchinetta dell’acqua. Le mani mi tremano e non riesco a bere, ma per lo meno mi sono bagnato le labbra.
Prendo la giacca ed esco.
Non provo neanche a chiamarla. Non saprei che dirle.
Non voglio tornare subito a casa.
Vado in giro per le vie del centro.
Ho bisogno di parlare con qualcuno però. Provo con Mario. Risponde ma mi dice subito che ora non può perché è in riunione, si in riunione con qualcuna delle sue belle, ma mi rassicura che appena ha finito mi richiamerà. In quel momento sento un suono familiare. È la suoneria che ho registrato a quella str…. Cade la linea.
Sono sicuro. Quella suoneria è unica, inconfondibile. Sono io che canto. Canto una versione rivista, da me, di Gianna di Rino Gaetano. Quante prese per il culo da parte dei miei amici mi è costata.
Entro in un bar.
È l’ora dell’Happy hours. Ed io di ore felici ne avrei bisogno più che mai adesso.
Ordino il primo drink e lo butto giù in un attimo. Sento subito l’alcol fare effetto. Ordino il secondo. Ed anche questo giù alla goccia. Prima del terzo sgranocchio qualcosa. Continuo ad ordinare drink e mi fermo solo quando non riesco più a contarli e tutto assume la consistenza del pongo.
Esco. L’aria fredda mi restituisce quel po’ di lucidità che mi permette di arrivare a casa scortato da un taxista, che mi ripete che la città sta cambiando, delinquenza, calciatori, politici corrotti, polizia, tariffe. Non capisco. Faccio finta di seguire come facevo a scuola. Ogni tanto annuisco. Dai finestrini trasmettono immagini con tempi di esposizione troppo lunghi, o forse sono io che ci metto troppo tempo a mettere a fuoco questa città sfuocata.
Non so che giro abbia fatto l’autista, mi sembra che ci abbiamo messo un tempo sbagliato. Non riesco a capire se troppo poco o troppo lungo. Pago la corsa e scendo. Ora sono abbastanza lucido da metterci solo 5 minuti per aprire il portone. Per fortuna c’è l’ascensore, ed anche se devo fare solo un piano è meglio non arrischiarsi con le scale. Sono fortunato e becco dalla pulsantiera il tasto del mio piano.
Uscendo incespico in non so cosa e sbatto contro il muro di fronte. La mia porta è la prima a sinistra. Dista solo un metro. Lo copro in un passo ed un’altra botta, questa volta contro la porta.
La guardo e noto qualcosa di strano. Non sapevo di aver aggiunto altre 2 serrature a fianco di quelle che già c’erano. Per fortuna che anche le chiavi sono raddoppiate.
Sto male. Ora sto male anche fisicamente. Mi viene da vomitare.
Sono ancora nell’ingresso quando risale, via esofago, il primo singulto. Corro subito verso il bagno, cercando di spogliarmi durante il percorso. Se qualcuno potesse vedermi ora sembrerei il concorrente di non so quale gioco senza frontiere. Un fil rouge con ostacoli invisibili. Apro la porta del bagno con una testata degna di Zidane. Intravedo la bacinella che la putt… usa per lavare il suo cane, quando lo porta da me. C’è qualcosa dentro ma non capisco cosa. Non ce la faccio più a trattenermi. M’inginocchio davanti al water e do via alla nuova scena dell’esorcista.
Finito il getto mi alzo e mi sciacquo la bocca nel lavandino. Sono incerto su cosa utilizzare per fare i risciacqui che mi tolgano il sapore acido che mi è rimasto in bocca. Opto per il dentifricio alla menta peperita. Inizio a spazzolarmi i denti e mi guardo allo specchio. Il mio viso riflesso mi fa impressione. Ha un colorito verdognolo, sotto gli occhi ho due zaini da giovane campeggiatore nordico, una serie di segni sulla fronte ed un leggero arrossamento sotto l’occhio destro. Mi sa che domani sarà un po’ più nero.
Sciacquo, sputo, risciacquo e risputo.
Mi giro lentamente e mi fermo, mentre la mia testa continua a girare. Mi appoggio al lavandino. Abbasso la testa e chiudo gli occhi. Cerco di prender fiato mentre tiro su lentamente la testa.
Quando la sensazione da toboga si attenua apro gli occhi e vedo lo scempio.
Il mio zaino.
Mi siedo sul water ed inizio a pensare al mio primo zaino.

12 novembre 2007

Passo 1


Avevo due scelte in quel momento. Farmene una ragione od iniziare ad odiare. E così ho iniziato ad odiare. Vi chiederete odiare chi o che cosa, a odiare lei, la persona che fino a poco tempo fa amavo. Ma iniziamo dal principio, visto che non è ancora così lontano.
Era l’ultimo ricordo rimastomi di mio nonno. La cartella in finta pelle che mi era stata regalata il primo giorno di scuola e lei, con la sua migliore amica l’aveva utilizzata per distrarre Rudy, il suo cane bavoso mentre gli facevano il bagnetto. Sono entrato in bagno e rovisto lo scempio. La mia prima cartella lì che galleggiava ancora nella bacinella utilizzata da piscina canina. Un fremito, come una specie di scossa mi percorse da capo a piedi. Iniziai a tremare. Lei sapeva quanto ci tenessi a quel ricordo. Quante volte le avrò raccontato la storia di quel oggetto, di quel ricordo. Alla fatica fatta dal mio progenitore per potermela comprare.
Era l’estate del 1980. Come era convenzione i mesi estivi li trascorrevo, insieme ai miei fratelli, con i miei nonni nel paese di origine dei miei genitori. Un paesino molto piccolo rispetto alla città industrializzata in cui vivevo il resto dell’anno.
Ricordo che quando dissi a mio nonno che avevo visto la cartella dei miei sogni, lui mi aveva chiesto di accompagnarlo a vedere questo miracolo della conceria. Solo anni dopo mi resi conto di come era cambiata la vita di mio nonno da quel giorno. Non c’erano più le sigarette e la bottiglia di vino. Bevevo ancora vino, ma sfuso, e le sigarette se le faceva da solo con le foglie di tabacco che raccoglieva nei campi. Ricordo che costringevo mia nonna a passare davanti alla vetrina dove era esposta la cartella, ogni volta che tornavo con lei dalla visita alla bis nonna o a qualche parente o solo a fare due passi nel centro del paese per andare a trovare il nonno al bar. Mio nonno all’epoca lavorava nel bar del dopo lavoro ferroviario, dove il bicchiere di spuma era il premio se mi ero comportato bene. Quando il mio avo non lavorava al bar dava una mano al fratello nella raccolta del tabacco e della frutta. Mi capitava di accompagnarlo. Lì in mezzo i campi lo sentivo raccontare del periodo della guerra, del suo rientro a piedi dai piani di Asiago, del periodo in cui aveva fatto la corte alla nonna. Di come andavano piantati i piedi del tabacco e di come andava raccolto. Quando non ero con lui ero a scorazzare per i campi con i miei procugini ed i figli dei contadini della zona.
Come era solito arrivarono anche i miei genitori, e con loro le gite al mare ed a trovare i parenti più lontani. Erano i giorni più sfrenati e pieni. Mia madre aveva un'organizzazione teutonica. Mattina mare, non prima di essersi fermati a comprare i maritozzi ed i panini alla panetteria vicino alla spiaggia. Sole mare. Rientro a casa per pranzare con i nonni. Pennichella perché il sole era troppo forte. Pomeriggio a fare visita a qualche zio o amico da cui si restava solitamente a cena. Una di quelle cene da mettere a rischio la salute vascolare.
E poi gli ultimi giorni di vacanza. Il rientro a casa, ed all’epoca non si parlava di partenze intelligenti e quindi ci si trovava tutti in autostrada.
La cartella era svanita dai miei pensieri, sino alla mattina del 15 Settembre 1980. Il mio primo giorno di scuola. La sera prima avevo controllato il grembiule ed i vestiti da indossare. Le scarpe erano pulite e tutto era in ordine. E la mattina dopo aver fatto colazione, lavati i denti e la faccia, ero andato in camera mai a vestirmi ed indossare il grembiule, in quel mentre è entrata mia madre con lo zaino in mano. Mi sorride e mi dici che è un regalo di mio nonno. Gliela strappai di mano e la strinsi, l’accarezzai, ne sentii il profumo e la consistenza. La misi sulle spalle e mi nacque un sorriso. La sera di quel primo giorno, mi feci aiutare da mia madre per telefonare a mio nonno per ringraziarlo.

A quello zainetto erano legati la paura del primo giorno di scuola, la sensazione di essere grandi quando avevo capito che le linee ed i cerchietti si erano trasformate in parole, e che le parole potevano essere scritte e lette. Lì avevo celato le prime letterine d’amore scambiate con la ragazzina dai capelli rossi. È stato per un lungo periodo il mio nascondiglio segreto. La cartella in fondo l’armadio. Ci sono state cose di cui forse mi sarei dovuto vergognare, ma quando sei adolescente la vergogna è l’ultima cosa che ti passa per la mente quando hai certe pulsioni. Ci ho custodito i miei attestati prima di appenderli in ufficio, le foto degli amici vicini e lontani, come si diceva una volta. Sempre lì. Mi trasmetteva un senso di sicurezza. Era la mia cassaforte sentimentale. Ed ora non era altro che una poltiglia informe.
Questo era stato il suo ultimo atto dopo avermi detto che mi lasciava perché non la capivo, perché di me non si poteva fidare, perché aveva trovato un altro.
Chiudo gli occhi perché anche se erano aperti non riuscivo a vedere nulla. Sento delle onde di rancore fluire in ogni capillare. Se facessi qualsiasi cosa ora sarebbe violenta e distruttiva. Potrei veramente fare qualcosa di cui potrei pentirmene. Potrei mostrare al mondo uno degli esempi più alti del peccato dell’IRA.
Cerco una posizione simil yoga e inizio a ripetere il mio tantra per questi momenti. ICEMAN ICEMAN ICEMAN sino a quando il cervello da rosso furia torna a diventare grigio. Ed il mio tantra cambia. VENDETTA VENDETTA VENDETTA.

05 novembre 2007

Notte buia - Fine...forse


DOON DOON DOON Tre rintocchi di campana.
Nuovamente tre rintocchi di campana. Ancora tre rintocchi di campana. Tre rintocchi di campana, che come fossi un’ orso ammaestrato, mi fanno spalancare gli occhi. Luce. La luce me li fa richiudere immediatamente e riaprire con lentezza, come quando ci si è fatti male e si procede timorosi a ripetere l’esercizio. Il sole sta sorgendo e posso vedere distintamente la linea della notte che si sposta a Ovest.

DOON. Un quarto rintocco.
Ora che: gli occhi si sono abituati alla luce e gli ingranaggi del pensiero a muoversi, mi rendo conto di essere in macchina. Sul ciglio della strada. La macchina è accesa anche se il motore non emette suono. La radio spenta. Una luce rossa sul cruscotto indica che sono rimasto senza benzina.

DOON. Quinto rintocco.
Ho tutto il corpo indolenzito. Mi fa male il collo, la schiena, le gambe. La testa è come se fosse immersa in un liquido denso ed oscillasse su una zattera in balia delle onde cerebrali. Respiro.

DOON. Sesto rintocco.
Poche macchine sfrecciano sulla strada deserta. Strano non c’è traffico. Ma è vero!!! Oggi è festa. Oggi si festeggiano tutti i Santi e la gente inizierà a muoversi solo quando le dimore di chi non si muove più apriranno.

DOON. Settimo rintocco. L’ultimo
L’orologio della macchina segna le ore sette; me ne accorgo solo ora.
Qualcuno bussa al finestrino dell’auto. Afferro d’istinto il volante dell’auto, ma ritraggo subito le mani. Il segnale di dolore è arrivato da entrambe le estremità sino alla sede centrale dei miei pensieri, sino a far friggere, con i due impulsi, il poco di materia grigia non ancora sbiadita.

Guardo i palmi. Ci sono due cicatrici. Due sfregi che tagliano le linee della vita, giusto a metà. Sento ancora bussare ed una voce, attutita, mi chiede se va tutto bene. Mi volto.
C’è una ragazza con il viso preoccupato che mi guarda e che guarda le mie mani. Il suo viso mi ricorda qualcosa. Una specie di déjà vu, ma faccio fatica a capire dove, come e quando, anche se ho la netta sensazione che non sia successo tanto tempo fa.
Apro lo sportello e scendo. Lei continua a far balzare il suo sguardo dal mio viso alle mie mani. Anch’io d’istinto fisso i miei palmi e poi alzo le mani, come se volessero rapinarmi, per cercare di rassicurarla. Mi presento e le spiego che mi sono addormentato in macchina, con la macchina accesa ed ora sono senza benzina. Non ricordo come mi sono fatto quei due tagli solo che ora mi danno fastidio. Mi guarda con una faccia tra lo stupito ed il dubbioso. Le chiedo se gentilmente mi può dare un passaggio al primo distributore. Lei mi guarda ancora un po’ titubante e non potendo giocare il cinque od il fante mi fa un sorriso. Si presenta.
Si chiama SaraMariaChiara tutto attaccato. E ci tiene a sottolineare il fatto che sia tutto attaccato. Ora sono io che la guardo con viso stupito. Penso che questa gentile ragazza mi stia prendendo in giro. Lei capisce la mia perplessità e mi dice che inizia ad avere un po’ freddo, quindi di salire in macchina e che lungo il tragitto verso il distributore mi racconterà di come gli sia stato appioppato questo nome unico e trino.
Saliamo sulla sua macchina, una miniminor verde bottiglia che ricorda molto quella di Mr. Bean. Lei guida in maniera un po’ troppo aggressiva per i miei gusti, ma poco importa. Cerco di concentrarmi su quello che mi sta dicendo.
Mi sta raccontando la storia del suo nome. Come ogni tanto si senta tre persone diverse. Una rossa, una nera ed una bionda. Ma questa è già un’altra storia.

31 ottobre 2007

Notte buia - Terza parte




DOON DOON DOON Tre rintocchi di campana.
Nuovamente tre rintocchi di campana. Tre rintocchi di campana che mi destano.
Apro gli occhi. Dove sono? Ci metto un po’ a mettere a fuoco ciò che mi circonda. Sono ancora in macchina. Fermo sul ciglio della strada. Il motore acceso. L’area calda che viene sospinta nell’abitacolo dalla ventolina che gira. La radio spenta. A destra e sinistra non ho più il mare e la pineta, ma nuovamente i campi.
Un buco nella coperta della trapunta di nuvole mostra l’angolo di cielo dove la luna sta transitando. Un fascio di luce viene rovesciato sui campi. Desolazione. Questi campi hanno un area strana. Non si vede alcuna traccia di vita animale o vegetale. Solo terra. Non mi sembrano gli stessi campi attraversati nel viaggio di andata.
Riparto. Non so perché ma sento la necessità di allontanarmi da qui. Le ruote slittano un po’ sul brecciolino facendo si che l’auto non reagisca prontamente ai comandi impartiti. Appena giunti sull’asfalto della carreggiata la macchina prende il giusto andazzo. Vado avanti, o almeno questo è quello che spero.
La strada e dritta eppure non riesco a vederne la fine. L’auto scorre lungo il tragitto che dovrebbe portarmi a casa o comunque lontano da qui. Un incrocio.
All’improvviso un incrocio.
Non c’è nessuna indicazione. Ed ora? Da che parte devo andare?
Provo a guardare in tutte le direzione per scorgere qualcosa che possa darmi un indizio. Nulla. Stringo gli occhi nel tentativo di guardare più lontano, nella posizione della vedetta miope. Niente di fatto.
Cerco di fare mente locale e capire almeno dove sono i punti cardinali. Nord. Sud. Est. Ovest. La casa che ho lasciato si trova a Sud di quella dove vorrei essere ora, la mia. Quindi, dovrei procedere verso Nord, sempre che non abbia già superato casa mia. Se così fosse vorrebbe dire che mi sono allontanato verso Est od Ovest in un movimento diagonale o circolare, oppure semicircolare o una spezzata. Confusione. Caos.
Ho i neuroni che rimbalzano tra di loro e contro la mia scatola cranica come palline in un barattolo che cade dalle scale. Mal di testa. Nervosismo. Ancora più mal di testa.
BAASTAAAAAAA!!!
Istinto. Mi devo affidare al mio istinto.
Giro a sinistra.
Seguo la via del cuore, come farebbe la Tamaro. Speriamo porti fortuna anche a me.
Procedo per quello che potrebbe essere un minuto come un ora o una vita. Non so. Il non avere punti di riferimento spaziali mi sta facendo perdere anche quelli temporali.
C’è un piccolo slargo. Accosto. Mi fermo. Di nuovo. Non so cosa fare. La disperazione monta neanche fosse maionese, ed il rischio è che poi impazzisca, io.
Calma. Mi ripeto più volte calma come se fosse un tantra che possa allineare i miei chakra. Devo stare calmo.
Alzo gli occhi e, nel cono di luce dei fari, vedo una persona attraversare la strada. Una testa bionda spunta da un mantello nero. Un attimo ed è passata.
Scendo. In un attimo sono alla rincorsa di quest’anima notturna. Non mi sfiora neanche il pensiero del pericolo che può essere legato ad un incontro notturno in un luogo isolato e desolato.
Grido il più classico dei MI SCUSI, con la speranza che la sorte sia girata e di trovare, tra le conoscenze della persona che sto inseguendo, quella che mi riporterà a casa.
La figura si ferma. Si gira. Lei. Di nuovo lei. Solo che ora è bionda. Mi guarda. Non è stupita ne spaventata di vedermi lì, mentre io si. Mi tremano le gambe.
Sono lì davanti a lei con la mandibola che sfiora la strada. L’encefalogramma è definitivamente piatto mentre il cardiogramma sembra un progetto per le montagne russe.
Raccolgo tutte le mie energie e riesco a chiederle dove sono e cosa stia mai succedendo.
Lei mi sorride di nuovo. Apre le bocca ma non sento nulla. Non è possibile.
Faccio uno scatto e l’afferro per le braccia. Due sensazioni diametralmente opposte risalgono i miei arti superiori e si scontrano al centro del mio essere. Freddo e caldo. Gelo e bollore. Lei è ghiaccio bollente.
Questa volta resisto. Non la lascio andare. Le urlo tutta la mia disperazione. Lei rimane impassibile. Poi inizia a ridere. Una risata piena. Rumorosa. Oscillante. Lentamente però la usa espressione cambia. Tutte le linee del suo viso vengono piegate verso il basso sino a mostrarmi una donna che piange.
La lascio.
Lei smette di colpo di piangere e mi fissa.
Questa volta sono io a girarmi ed ad andarmene. Vado verso la macchina che ha ancora la portiera aperta. Salgo. Chiudo la portiera. Mi gira la testa. Chiudo gli occhi. Li riapro. Mi volto nella direzione dove prima c’era la ragazza, ma so già che non vedrò nulla. Sarà di nuovo scomparsa.
No! È lì e mi fissa. Immobile. Sembra una statua.
Parto facendo sgommare le ruote e sfiorando la ragazza ferma sulla strada. Sto scappando. Sono in fuga e non so neanche da cosa. Guardo nello specchietto e lei non c’è. Mi allontano.
Riguardo istintivamente nello specchietto, vedo solo la striscia di bitume delimitata da due linee bianche. Vuota. Sospiro, ma con poco sollievo. Ora la strada scorre veloce aggredita dai pneumatici che ruotano in maniera frenetica.
Il fiume di dubbi incrina la diga della paura sino a farla crollare. La domanda più forte e prepotente che si fa avanti è COSA STA SUCCEDENDO???
C’è qualcosa che non va. Ma cosa? Mi volto e seduta a fianco a me c’è lei. Ma come, quando, perché è salita?!
Lei sta guardando fissa davanti a se. Appena nota che la sto guardando si volta e mi fa cenno di tenere d’occhio la strada. Non dico o penso nulla. Giro la testa e seguo il suo consiglio. Mi concentro sulla strada. Il paesaggio cambia continuamente come se la pellicola di questo film fosse un patchwork di mille paesaggi . Giorno e notte, mare e montagna, sole e pioggia, città e campagna, verde e deserto, terra…cielo.
Non siamo più nell’abitacolo della mia auto, ma su una gondola che ondeggia tra le nuvole. Perso. Mi sento totalmente perso e meravigliato.

30 ottobre 2007

Notte buia - Parte seconda


DOON DOON DOON. Tre rintocchi di campana.
Tre rintocchi di campana!?! Di nuovo!? Ma com’è possibile? Dove sono? Cos’è tutto questo buio e questo vento caldo che sento sulla faccia?
Ho gli occhi chiusi. Li devo aver chiusi quando ho sentito l’orologio del campanile battere le ore o li avevo già chiusi prima? Ma perché?
Li apro. Sono in macchina. La macchina è ferma. È ferma sul ciglio della strada. La strada è ancora avvolta dalla nebbia, ma questa pian piano sta svanendo. Una strana sensazione bussa alla mia anima. Credo proprio che qualcuno mi stia guardando. Degli occhi gialli con piccole fessure nere sono davanti a me. Un gatto.
Un gatto dal pelo fulvo, con una macchia bianca sul muso, mi fissa. Un ululato in lontananza risuona vibrante portato dal vento che si è alzato. Il gatto salta giù dalla macchina e scappa nei campi. Un altro ululato. Più vicino. Quel suono mi fa accapponare la pelle, tanto che il mio primo riflesso è quello di chiudere le portiere della macchina. Silenzio. Cerco di concentrarmi. Non sento nulla. Non riesco a respirare. Dov’è l’aria. La lingua è arida e la bocca secca. Apro lo sportello. Scendo. Aria. Ho bisogno di aria. Ho bisogno di aria più di quanto la paura mi attanagli. I polmoni, come due mantici che lavorano al contrario, aspirano l’ossigeno e lo distribuiscono, tramite i globuli rossi, in tutto il corpo. Sono solo. Ora. Ho freddo anche nell’anima.
Non capisco cosa sia successo.
Il vento freddo che arriva dai campi mi aiuta a risvegliarmi, od almeno questa è la sensazione che provo. Mi sento più lucido, come dopo una doccia rinvigorente. Altri due respiri profondi e risalgo in macchina. La macchina è ancora accesa. Riparto. Spengo il riscaldamento. La luna ora è nascosta dietro una nuvola, se ne intravede solo l’alone. Cartello. Finalmente un indicazione. Ancora pochi chilometri e sarò a casa. Cosa sarà stato? Un colpo di sonno? Probabile. La settimana pesante in ufficio e la serata di baldorie mi avranno giocato un brutto scherzo. Per fortuna non è successo nulla.
Credo.
Arrivo al parcheggio del condominio dove abito. Cancello. Radiocomando. Pulsante open. Aperto. Tornello dei box. Box 125. Scendo. Apro la porta basculante. Mi volto verso l’auto e noto, incastrato sotto il tergicristallo, un fiore. Una rosa nera con delle striature blu. Come ci sarà arrivata? Sono sicuro che prima non c’era.
La prendo. Mi pungo. Ahi.
Nello stesso istante in cui il sangue inizia ad uscire sento qualcosa che mi tocca la gamba destra. Mi volto di colpo. Un gatto. Un gatto nero con la coda bianca. Inarca la schiena e si strofina di nuovo. Lo accarezzo. Lui, o lei, miagola. Cerco di capire se c’è qualcuno in giro che possa aver lasciato il fiore sul parabrezza della mia auto. Magari il proprietario del gatto. Il felino sembra aver letto i miei pensieri, gira la testa e mi guarda. In realtà non mi guarda, mi fissa. Miagola di nuovo prima di partire all’inseguimento di chi sa cosa, forse della sua colazione.
Metto la macchina nella “stalla”. In uno spazio così piccolo riposano comodamente tutti gli 80 cavalli del motore della mia carrozza.
Salgo a casa. Apro la porta. Cucina. Lavello. Apro il rubinetto e riempio mezza bottiglia di vino. Questa l’ho svuotata qualche sera fa; in uno di quei momenti in cui cercavo conforto tra le braccia di una dama pericolosa, che attenua e cancella per un attimo il dolore, per poi restituirtelo amplificato quando ne diventi schiavo. La utilizzo come vaso per la rosa. Camera da letto. Mi spoglio e mi corico sotto le coperte. Le lenzuola sono fredde. Mi rannicchio in posizione fetale. Fortunatamente il caldo corporeo riscalda velocemente il giaciglio. Chiudo nuovamente gli occhi. Esco da questo mondo e mi ritrovo nuovamente in macchina. La radio trasmette la musica di Orfeo. La strada scorre lenta. In macchina non sono solo. C’è qualcuno accanto a me. Mi volto.
È la ragazza che ho visto, che credo di aver visto, sulla strada questa sera solo che ha i capelli neri. Di un nero così intenso da sembrare blu. La strada è la stessa che ho percorso questa notte, solo che al posto dei campi da una parte c’è il mare e dall’altra una pineta. Buia. Guardo la strada e cerco di riconoscere i luoghi. Non ce la faccio. Mi volto verso il passeggero. Lei guarda fisso davanti a se. Di profilo sembra ancor di più una bambola. Provo a chiederle dove siamo. Lei si volta. Mi guarda. Sorride. I denti sono di un bianco abbacinante. Si volta e torna a guardare davanti a se. Le chiedo come si chiama. Nulla. Provo a ripetere la domanda. Ancora nulla. Provo ad allungare la mano per toccarla e richiamare la sua attenzione. Lei appena sente il contatto della mia mano fa un balzo sul sedile. Io ritraggo prontamente l’arto che mi brucia. Mi sembra di aver preso una teglia dal forno senza guanti. Il palmo mi fa male. Cerco di capire cosa sia successo. Guardo prima la mia mano destra e poi lei. Poi di nuovo la mia mano destra e di nuovo lei. Lei mi fissa e cerca di dirmi qualcosa. Non sento. Il volume della radio si è alzato improvvisamente.
Non capisco come sia successo.
La spengo, ma quando alzo lo sguardo verso il posto alla mia destra vedo solo il sedile. Nulla. D’istinto mi volto a guardare i posti dietro. Nulla anche lì. Guardo in tutti gli specchietti, fuori dal finestrino. Nulla. È scomparsa di nuovo.
Ma cosa sta succedendo? Fermo la macchina. Le mani mi tremano. Stringo il volante e cerco di mettere a fuoco il paesaggio che ho davanti. Non capisco. Le mani mi si fanno rapidamente bianche. Sto stringendo troppo forte. Lascio il volante e faccio cadere le braccia. Mi butto sul sedile e mi rendo conto che sto digrignando i denti. Provo a rilassarmi. Cerco di distendere i nervi del viso e di respirare con regolarità. Chiudo gli occhi. Cerco di non farmi sopraffare dall’angoscia. Uno strano rumore viene da fuori. Velocemente alzo le palpebre. La pupilla è dilatata. Sul cofano della macchina c’è un gabbiano che mi guarda. D’istinto suono il clacson per farlo scappare. dall’auto esce un suono basso da sirena portuale. Il volatile prende il volo lasciando sulla carrozzeria un ricordo di se, che un buon lavaggio toglierà via.
Di colpo sento le onde infrangersi sugli scogli alla mia destra. Un altro colpo ai miei timpani viene dato dai rumori che arrivano dalla pineta alla mia sinistra.
Ma dove sono?

29 ottobre 2007

Notte buia - Parte prima


Sono in macchina in questa notte fredda e buia di fine Ottobre. Le nuvole rispecchiano l’inquinamento luminoso e rendono il cielo di un rosso ovattato. Ogni tanto una luna piena e pelosa sbuca da questa trapunta ed illumina, in maniera ancor più fredda dell’area, il paesaggio. Ma che paesaggio. Questa foschia rende indefiniti i contorni al di fuori dell’abitacolo. Fisso la riga di mezz’aria e la seguo come il naso di uno stupefatto pedina la polvere sullo specchietto. La stazione radio trasmette le solite canzoni d’amore. Dovrei cambiare stazione radio, ma il supporto hi-fi è molto fedele a questa emittente, tanto da farmi sentire solo le sue note. Dopo un po’ la musica risulta tremolante, sembra che la radio abbia preso una brutta tosse rendendo difficoltoso l’ascolto delle sue onde. Forse il mare dell’etere si è leggermente congelato. Fa veramente freddo. Spengo la radio. Come compagno di viaggio è poco di compagnia. Per fortuna il riscaldamento, sparato a palla, lenisce questa gelida serata. Peccato che non ci sia un comando simile per togliere il freddo che sento nel cuore.

Il silenzio mi riporta prepotentemente alla serata appena trascorsa. I pensieri vengono a galla come piccole bollicine di una bevanda troppo gasata.
Telefonata. Cena. Dopo cena. Un bicchierino. Casa. La sua. Baci. Camera da letto. Nudi. Sesso. Non amore. Lei si addormenta. Rivestirsi. La guardo. Uscire. Auto. Fuga.
Ogni volta che la vita colpisce duro mi ritrovo nel letto di una donna a scaricare tutta la mia rabbia e frustrazione. Le reazioni chimiche innescate dall’accoppiamento, all’interno del mio corpo, attutiscono per un po’ l’amaro che la vita mi ha servito. Peccato che questa non sia una cura, ma solo un paliativo. Chi sa lei domani cosa penserà. Si ricorderà della notte brava? Sarò stato anch’io per lei solo uno zuccherino per togliere il gusto di vomito che a volte la vita ti fa sentire in bocca, quando ormai hai ingoiato troppe bruttezze e non ce la fai più a trattenerle. E mentre cerchi di urlare tutta la tua rabbia queste risalgono sino in gola, sino al cavo orale. Ti riempiono la bocca facendo in modo che tu non possa gridare, ma solo sentirne nuovamente il sapore.

L’asfalto scorre lento sotto le ruote della macchina. Non vede l’ora di arrivare a casa, la mia, o meglio della banca sino a quando non finirò di pagare il mio debito con il gentile istituto creditizio che mi ha prestato i soldi per permettere di realizzare il mio sogno. Non essere un bamboccione. Avere uno spazio mio, dove poter essere RE, anche se per ora me ne sento schiavo. Mutuo. Spesa. Pulizia. Riordinare.
Da quanto sono in viaggio? Eppure all’andata non mi sembrava di aver fatto così tanti chilometri. Sarà stata la bramosia. Cerco qualche punto di riferimento, ma nulla. La visibilità è sempre più ridotta e su questa statale non c’è neanche un posto illuminato dove fermarsi. Ci sono solo campi ed alberi. Di giorno questa strada è un parcheggio in movimento. La velocità di crociera solitamente è inferiore a quella di una lumaca in fase di trasloco. Ed ora non passa neanche una macchina. Sono in Italia ma potrei essere in Transilvania. Chi sa se girano vampiri e lupi mannari per questa brughiere.

Frena. Freno. Pedale del freno. Pigio. Ruote bloccate. Un fischio acuto. Sono fermo. L’auto è ferma.
Sono riuscito a bloccarmi a qualche pelo da questa figura che mi si è parata davanti. Il cuore in compenso è partito in una tarantella super accelerata. Sento i battiti rimbombare nel cranio, come se il mio muscolo cardiaco avesse preso l’arteria giugulare e fosso arrivato direttamente tra le orecchie.
Il respiro si è perso. I polmoni cercano di richiamarlo. E per fortuna non c’è bisogno di chiamare chi l'ha visto. È tornato come il più fedele dei collie irlandesi. I polmoni tornano a riempirsi e le corde vocali a vibrare.
La figura è ancora lì. Mi sembra di essere davanti ad una fotografia. L’immagine si fa più nitida a mano a mano che il sangue torna a fluire in maniera uniforme nelle vene. Gli occhi mettono a fuoco l’insieme. Davanti ai fari della macchina c’è una ragazza dai lunghi capelli ricci. Rossi. La pelle lattea ed il vestito nero, come quello di un’educanda, mi fanno ricordare una delle bambole di porcellana che mia nonna teneva sul comò in camera da letto. La corporatura esile, gli occhi grandi , forse anche troppo per l’ovale del suo viso. Il naso è importante, ma non stona sul viso di questa sconosciuta. Un piccolo neo appena sopra il labbro superiore, come andava di moda tra le signore di epoche diverse ed ormai lontane… mi ritrovo così a fare un identikit mentale di questa persona che mi fissa.
Sento il suo sguardo su di me, anzi dentro di me.
Ok le sinapsi cerebrali stanno tornando a fare il loro dovere. Scendo dall’auto e chiedo alla ragazza se va tutto bene, se si è fatta male, ed una nuvoletta di vapore esce, con il suono, dalla mia bocca. Lei segue i miei movimenti tenendo lo sguardo fisso e muovendo leggermente la testa. Ma non mi risponde, forse è ancora spaventata.


Mi avvicino e sento DOON DOON DOON. Tre rintocchi di campana.
Mi blocco, e non solo io. Anche il cuore che prima batteva come i pistoni di una formula uno sul rettilineo di Monza ora si è fermato. Tre rintocchi di campana. Non ricordo di aver visto chiese lungo la strada. Il cuore riprende a camminare. Prima piano e poi sempre un po’ più forte sino a raggiungere il normale funzionamento. Lo sguardo della ragazza è sempre più fisso e pesante. Mi sembra di avere sulle spalle uno zaino pieno di sassi, freddi.
Un brivido mi sale dalla schiena ed arriva sino alla nuca e da lì si dirama verso la radice di ogni capello che non ha ancora salutato i suoi compagni sulla collina sopra la mia fronte.
Mi avvicino ed allungo una mano per scuoterla, ma il contatto con quel essere mi trasmette una scossa che gela le ultime parti ancora calde nel mio corpo. Lei si divincola e fa un passo indietro senza distogliere gli occhi dai miei. Mi fissa come fanno a volte i bovini. Uno sguardo indecifrabile. Dentro le sue iridi nere mi sembra di vedere il vuoto.
Muove le labbra ma non sento alcun suono. Lei continua ad aprire e chiudere la bocca. Le dico che non sento nulla per cui mi avvicino. Scuote la testa. Fa nuovamente un passo indietro e continua a muovere la mandibola, il palato ma le sue corde vocali sono immobili. Fisso allora quelle labbra violacee, esangui, e cerco di leggere il messaggio che mi vuole trasmettere, ma non capisco nulla. Forse sto cercando di leggere un libro scritto in un’altra lingua. Distolgo gli occhi dalla parte bassa del viso richiamato dal suo sguardo che si fa a poco a poco più leggero. I suoi contorni si fanno sempre meno definiti. La nebbia sta scendendo troppo velocemente. La chiamo. Non sento alcun suono. Faccio un passo verso quest’essere sempre più etereo. Grido, ma mi sembra che il suono della mia voce sia tutta dentro di me. Non riesco a sentirlo. Provo ad avvicinarmi ma non riesco più a vederla. Mi guardo in giro, mi volto in tutte le direzioni. Aguzzo la vista neanche stessi cercando l’indizio risolutore di un gioco enigmatico.
Non c’è più. Scomparsa.
Mi guardo in giro. Chiamo. Nulla. Silenzio.

25 ottobre 2007

Non lo rifarei

Questa mattina pensavo a quale argomento sviluppare per il prossimo post. È un po’ di tempo che mi gira questa idea. Non so a quanti sia capitato di sentirsi porre la domanda:
ma se tu potessi tornare indietro, che faresti? Rifaresti tutto nello stesso modo o cambieresti qualcosa?
Cambierei un bel po’ di cose. Sicuramente eviterei la quantità di errori e cavolate fatte.
Meglio farne di nuovi.

So che ci sono cose che non potrei cambiare, ma per le altre ci proverei. Molto probabilmente così facendo non sarei quello che sono oggi. Forse sarei peggio o meglio (più bello di così ne dubito, ed anche per la fine intelligenza ed i modi gentili non credo si possa fare di più. Per la modestia, forse, oppure conviene aspettare la prossima release).
Non riesco a capire quelli che dicono rifarei tutto. Allora dai tuoi errori non hai capito nulla! Studiare la storia, ed in questo caso l’avresti vissuta, serve proprio per evitare di commettere gli stessi vecchi errori. Meglio quelli nuovi.
Eppure a volte mi ritrovo in un déjà vu. Eccomi che rifaccio il medesimo sbaglio. Ma come sarà mai possibile mi chiedo. È più forte di me. Ci sono occasioni che mi vedono sempre protagonista di sviste e cantonate da concorso di sosia di Paperino.

Mentre il mio ripetere in maniera diabolica la stessa mancanza, crea problemi maggiormente a me, quelli ripetuti da governanti e gente di potere si ripercuotono su migliaia di persone, se non addirittura su milioni di essi, eppure si torna sempre al punto di partenza, come nel Monopoli, magari passando dalla galera o pagando la sosta in Parco della Vittoria e piangendo su Vicolo Corto.
Ma non voglio dare a loro tutta la colpa. Se sono arrivati lì vuol dire che qualcuno lo ha permesso o non ha fatto nulla per evitarlo o ridimensionarli. Un amico ha scritto nel suo blog:

PERCHE' IL MALE TRIONFI,
E' SUFFICIENTE CHE
IL BENE RINUNCI ALL'AZIONE !!!

E forse un po’ di colpa ce l’ho anch’io…ok togliamo il forse.

Ora bisogna capire cosa fare per rimediare a questi errori. A volte bastano delle scuse, altre volte le scuse devono essere più ricche di una semplice frase. Potrebbe bastare far valere i propri diritti e mettere la X su un'altra lista. Oppure capire quando è necessario smetterla di stare zitti o cominciare.

Vi lascio con il pensiero della sera:
Chi fa può sbagliare.
Chi non fa sbaglia sicuramente!

22 ottobre 2007

Cipolla

Questa settimana ho partecipato alla proclamazione dei Dottori in Ricerca, in qualità di pubblico, in quanto amico ed ex collega di alcuni di loro. Come tutti gli eventi di questo genere, dopo i discorsi noiosissimi e retorici delle autorità, c’è stata la vera e propria proclamazione di queste persone che dovrebbero diventare il fiore all’occhiello della ricerca italiana. La speranza di molti è che tra i proclamati ci sia un futuro nobel, qualcuno capace di dare una svolta nel suo campo di studi.
Finiti i convenevoli è partito il solito assalto al buffet, riportando l’atmosfera a qualcosa di più reale e tangibile dell’area fritta dei discorsi fatti da questi signorotti togati. Ma non è di questo che voglio parlare. Dovete avere ancora un po’ di pazienza.
Fatto le foto, mangiato e fatto altre foto, sono tornato in ufficio.
Appena seduto alla mia postazione sono stato nuovamente catapultato nella solita routine, neanche la sedia fosse una macchina del tempo ed il pc una console. Riecco le utenti che chiamano con le richieste più stupide.
E sì, se i miei ex colleghi lavorano in un ambiente che dovrebbe stimolare la loro intelligenza, e quindi il loro lavoro dovrebbe essere legato alle loro capacità di elaborazione mentale e non ad appendici orali utilizzate per la pulizia di orifizi fortunati (leggasi LECCA CULO), io lavoro spesso a contatto con la stupidità di qualcun altro. Mi capita spesso di lamentarmi, con i colleghi, della scarsa attività cerebrale dei miei utenti; ed ogni volta mi tornano in mente le parole della mia ex responsabile di progetto:” ringrazia che loro sono stupide, altrimenti noi non avremo il lavoro”. Quindi io lavoro solo perché c’è qualcuno di così deficiente che non è in grado di essere lasciato solo al lavoro.
Come quando si compra una macchina, che si pensa unica e poi si inizia a vederne uguali da tutte le parti, così inizio a leggere da tutte le parti di intelligenza e stupidità. Premi nobel, e quindi persone che si dovrebbero ritenere intelligenti, escono con affermazioni di una stupidità ancestrale disarmante, oppure la telefonata che ti riporta alla mente le parole di un grande studioso del secolo scorso. C.M. Cipolla.
Cipolla ha dato una sua definizione di stupidità, oltre ad alcune regole:

1. Sempre e inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero di individui stupidi in circolazione.
2. La probabilità che una certa persona sia stupida è indipendente da qualsiasi altra caratteristica della persona stessa.
3. Una persona è stupida se causa un danno a un’altra persona o ad un gruppo di persone senza realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo un danno.
4. Le persone non stupide sottovalutano sempre il potenziale nocivo delle persone stupide; dimenticano costantemente che in qualsiasi momento e luogo, e in qualunque circostanza, trattare o associarsi con individui stupidi costituisce infallibilmente un costoso errore.
5. La persona stupida è il tipo di persona più pericoloso che esista.

Come si vede dalla terza legge, Cipolla individua due fattori da considerare per indagare il comportamento umano:
Danni o vantaggi che l'individuo procura a sé stesso
Danni o vantaggi che l'individuo procura agli altri

Da qui si ottiene il sottostante grafico:





E se dovessi essere sincero, molte volte i miei utenti vivono saltellando, come rosei chobin terrestri, tra lo stato di stupidi e quello di sprovveduti.

Nel mondo ci sono le persone che fanno la cosa giusta e quelle felici. ecco i miei utenti sono tutti felici, e non solo loro, mentre io, quando ho a che fare con loro, cado nella più buia tristezza.
E' proprio vero che è l’ignoranza a rendere felici, mentre la conoscenza porta dubbi e tristezza. Pensate al fascino di una magia, se viene spiegato il trucco, si perde il mistero che avvolge l'illusione e quindi tutto lo stupore e la felicità che essa provoca.
Ed ecco l’ennesima telefonata. La solita richiesta.
Ignorante dovrebbe indicara una persona che ignora, quindi se gli dico che è ignorante, esce dallo status di ignorante per atterrare direttamente in quello di deficiente. Cosi la smette di ignorare ed inizia a deficere. Ogni volta che cerco di spiegare dove è stato fatto l’errore, mi sembra di parlare con un muro su cui qualcuno ha scritto “ abbaso la squola” come un novello pinocchio.
È proprio vero che: "STUPIDO E’ CHI LO STUPIDO FA!!!"

15 ottobre 2007

IMMAGINI E PAROLE





Ecco, mi sono fatto convincere a fare questo maledetto viaggio e non posso neanche arrabbiarmi con la persona che mi ha convinto, visto che sono proprio io. Questi sdoppiamenti di personalità per autoconvincermi a fare le cose che già so che farò mi sembra solo una difesa di carta davanti al mare di terra che si vede dal finestrino di questo aereo.
Se non ne vedessi le ali direi di essere su un toboga al Luna Park da come si balla, anche se a ben guardare l’aereo ricorda uno di quelli delle giostre, ma dove sarà mai il baracchino dello zucchero filato…lasciamo perdere ogni vaga idea di mettere nello stomaco qualcosa. Dovevo utilizzare il metodo Marquez, bere quattro whiskey prima di salire in aereo, ma probabilmente il pilota se ne è serviti anche di più. Quando sono salito e l’ho visto mi sembrava uno di quei barboni ubriachi appena uscito dalla casa della provvidenza con il vestito “nuovo” in dosso. Tra le altre cose aveva uno sguardo che gli permetteva di guardare in contemporanea gli strumenti ed il paesaggio, nel senso del culo dell’hostess. Ma i piloti non dovevano avere una vista perfetta? Probabilmente lui ce l’ha, almeno per un occhio alla volta.
Spero non voglia usare l’aereo come shaker per agitare il suo martini, che qui quello che si agita sono io, e sono anche senza oliva, quindi cattivo.
Gli altoparlanti gracchiano che ci troviamo in una zona di vuoti d’aria, e quindi ci prega di tenere allacciate le cinture e di chiudere i tavolini davanti a noi. Se potessi gli direi che oltre la cintura mi sono legato al sedile anche con le bretelle, tanto da sembrare un esperimento di escapologia.
Devo pensare a qualcosa, devo riuscire a concentrarmi su un’idea od un pensiero altrimenti quando scendo da questo aereo sembrerò il fratello del pilota. La gente mi guarda come se fossi un maniaco appena uscito dal cinema dopo aver visto Arancia Meccanica, Natural Born Killer o Titanic, con l’idea fissa di ammazzare quel gastone di Di Caprio in maniera truculenta.
A che cosa posso pensare. Al lavoro lasciato in una delle città con la peggior area d’Europa? Agli utenti con il cervello sott’olio per conservare più a lungo il loro neurone adibito alle funzioni vitali?
Agli amici? Meglio le amiche, allora. Ma no che poi mi intristisco perché penso che non riesco mai a vederli. Ci sono penso alla stupenda rossa, occhi verdi che mi aspetta alla fine di questo viaggio. Ripenso al modo casuale con cui ci siamo conosciuti, alle belle giornate passate insieme nelle rispettive città di origine. Ai viaggi da lei. Alle lunghe telefonate in cui più delle parole contava il suono della sua voce. Alle gita fuori porte che finivano sempre con una pennichella su qualche prato all’ombra di qualche albero. Ai giorni grigi senza sentirla. Alle montagne russe dei sogni che la vedevano protagonista. A lei che si avvicina con in mano due bicchieri di buon nettare degli dei per accompagnare i ricchi e saporiti piatti delle sue terre.
Se continuo così va a finire che sbavo più di una lumaca e l’hostess rischia di scivolare fuori dall’aereo.
“Tra qualche minuto atterreremo all’aeroporto dell’isola che non c’è, siete pregati di spegnere ...”
Capitano non si preoccupi ho spento tutto, anche la facoltà di elaborare pensieri complessi. Non vedo l'ora di essere fuori di qui e dentro al mio sogno.
DRIIIIIN!!! DRIIIIIN!!! DRIIIIIN!!! DRIIIIIN!!!
Apro gli occhi e mi ritrovo in uno di quei Lunedì che vorresti che fosse già Sabato.
Il mio subconscio inizia ad intonare "ODIO I LUNEDI! ODIO QUEI GIORNI LI!"
Per i disegni un grazie a Diego.

08 ottobre 2007

EROI

Domenica mattina mi trovo con un amico a correre, come ormai è abitudine, al parco. Un paio di giri, dove oltre a macinare chilometri ci si racconta le reciproche settimane, e la mia, a dire il vero, non è stata propria bellissima.
La strada scorre sotto le scarpe e l’irritazione, o forse rabbia, delle giornate di m… appena trascorse è ancora lì. Ne approfitto e sfrutto questo surplus di energia e adrenalina come stimolo per correre di più.
Il mio collega, forse con alle spalle sette giorni meni nervosi, si ritira dopo 10,5 km e resto solo a sbollire la “nervatura”.
Corro e cerco di focalizzare la mente su qualche idea, magari finisce che ne esce un bel post. Non so come ma rivedo mio padre che mi accompagna in box per fare un po’ di manutenzione all’auto. Zoppica ancora e si lamenta che con i cambi di tempo la gamba un po’ gli fa male; e pensare che poco più di un anno fa ha rischiato di perderla quella gamba, per uno stupido incidente. E mia madre che mette in ordine ed inizia a preparare il pranzo della domenica che vedrà la famiglia riunirsi com’è classico nelle tipiche famiglie tradizionali del SUD.
Penso a loro ed alla mia settimana lavorativa, che come già detto non è stata bellissima. Mi vengono in mente tutte le difficoltà che devono, che dobbiamo affrontare ogni giorno e quelle affrontate nel corso dell’ultimo anno.

Salto carpiato all’indietro.


Ripercorro gli incontri di ieri con i miei amici diventati neo genitori, li vedo aiutarsi nella gestione dei piccoli e di come affrontino questa nuova “sfida” con il sorriso in volto anche quando parlano delle notti in bianco o del cambio dei pannolini. In loro c’è qualcosa dei miei genitori, qualcosa che c’è nella maggior parte dei genitori.
Salto raccolto con avvitamento.

Mi ritrovo così bambino, nei miei pensieri, a cercare di rammentare il testo di una filastrocca di Gianni Rodari, per fortuna a casa ho la raccolta dei suoi scritti. Mi riprometto di cercare il testo completo.
Trovato!!!


LA SCUOLA DEI GRANDI

Anche i grandi a scuola vanno
Tutti i giorni di tutto l’anno.
Una scuola senza banchi,
Senza grembiuli né fiocchi bianchi,
E che problemi, quei poveretti,
A risolver sono costretti:
In questo stipendio fateci stare
Vitto, alloggio e un po’ di mare
”.
La lezione è un vero guaio:
Studiate il conto del calzolaio”.
Che mal di testa, il compito in classe:
C’è l’esattore, pagate le tasse”.


Da bambino avevo un disco, in realtà ce l’ho tuttora, in cui venivano decantate molte filastrocche del buon Rodari, tra cui quella su citata. All’epoca vedevo i miei genitori e cercavo di capire quanto la filastrocca li rappresentasse.
Ed oggi apprezzo ancor di più questa poesia per bambini, e le parole mi sembrano sempre più vere.
Nuovo salto acrobatico signori e signore.


Vedo questi non “bambocci” alzarsi tutte le mattine ed affrontare le giornate, le settimane, i mesi e le stagioni non facendosi abbattere dalle difficoltà e dagli esami che si trovano ad affrontare. Ma anche i “bambocci” non scherzano per quanto riguarda il carico degli “zainetti”, anche loro hanno compiti e ricerche da fare. E a volte trovano una brava maestria che da loro una nota di merito, altre ricevono un richiamo dal direttore.
Sono tutti questi i miei eroi.
Queste persone comuni che non si fanno abbattere dalle difficoltà e dalle botte che la vita dispensa.
Le loro piccole guerre giornaliere, contro il traffico, i rincari, i casi della vita. Ogni giorno piccole battaglie che vengono vinte,perse o concluse con un nulla di fatto e rimandata a domani, o a giorni più adatti.
Quando hanno la fortuna dalla loro si gongolano un po’ per le piccole vittorie ottenute, peccato che non ci sia sempre la giusta folla ad applaudire; e quando ricevono una porta in faccia, si lamentano come dischi rotti, ma dentro di loro sono già alla ricerca di nuove porte o finestre.
E come a scuola è arrivato il magico DRIIIIIN DRIIIIIIIIN, tutti a casa.
Scusate, ma a casa mi aspetta la pappa al pomodoro, altrimenti faccio la Rivoluzione.

03 ottobre 2007

Utile Inutile

29 Settembre 2007
ore 21:27
Treno Verona - Milano
Sono su un treno che mi sta riportando a casa dopo una gita in un’altra città. Seduto in un vecchio scompartimento guardo il mio zaino appoggiato sulla poltrona di fronte. Cerco di ricordare i vari momenti della giornata appena trascorsa. Prendo dallo zaino il quaderno dove appunto le mie riflessioni e la mente divaga. Un famoso detto, forse un po’ abusato, dice che nel viaggio la cosa più importante non sia la meta ma il “viaggio”. Il muoversi, lo spostarsi, l’essere in moto.
Non so… Io dei viaggi apprezzo la capacità di farmi scoprire, o ricordare, ogni volta cosa è indispensabile e cosa è superfluo. Cosa è utile e cosa inutile. Peccato che di queste lezioni non riesca sempre a fare tesoro, e mi tocchi riscoprire di ripetere gli stessi errori ogni volta.
Non ricordo un viaggio in cui non abbia dimenticato qualcosa d’indispensabile a casa, che poi ho dovuto comprare o chiedere in prestito a qualche compagno di viaggio che, da buon samaritano previdente, mi viene in aiuto; e di aver portato dietro qualcosa che fa solo peso, oltre ad occupare spazio, in valigia e che non ho mai utilizzato. Tanto che a volte mi ritrovo a non svuotare neanche la valigia.
Ma com’è che quando sono partito avevo dato per scontato che non avrei potuto fare a meno di questa cosa? Non avrei potuto sopravvivere senza quest’oggetto del tutto inutile per il mio viaggio? Ma a cosa stavo pensando quando ho preparato la borsa?
Negli ultimi anni la mia valigia si è alleggerita, e con l’età questa cosa ha il suo bel valore oltre che i suoi vantaggi.
Ormai dò per scontato di dimenticare qualcosa a casa quando mi metto in partenza, e mi diverto a cercare di scoprire cosa sia questa cosa appena mi metto in moto e cosa sarà inutile. Lo so che può risultare stupido questo gioco, e che se invece di aspettare di uscire di casa per cercare di capire cosa sto dimenticando potrei farlo prima. Ci ho provato, ma ormai mi sono rassegnato, tanto poi finisce sempre nella stessa maniera. C’è qualcosa di scaramantico in tutto questo, se mi ricordo di prendere tutto, o di usare tutto, il viaggio non andrà bene, se invece qualcosa manca o è di troppo, allora gli dei proteggeranno questo sbadato. Qualcosa la dimentico e qualcosa di inutile mi finisce in valigia. A volte è stata una cintura, a volte la schiuma da barba o un paio di calzini in più. Le stesse cose a volte sono risultate indispensabili ed altre superflue, e questo rende difficile capire in quale gruppo devono finire le cose.
Nel mio ultimo viaggio ho scoperto che ciò di cui non posso fare a meno è una persona che condivida con me la meta. Arrivare ovunque senza poterlo condividere con qualcuno e come se si arrivasse ad un passo dal traguardo e ci si fermasse. A volte questa persona condivide con me tutto il viaggio, altre è alla meta a ricordarmi il perché della partenza o del ritorno.
La cosa inutile, che penso tutti avrebbero potuto capire subito che non mi sarebbe mai servita, è portarsi dietro un K-WAI quando si indossa già una giacca antipioggia e poi si trova una giornata di sole.
Chi sa cosa ne pensano di tutto questo le lumache.

24 settembre 2007

Buona Fortuna

In questi ultimi giorni mi sono capitate diverse occasioni in cui era “necessario” far auguri non legati a ricorrenze particolari, ma ha notizie che, per chi le dava, erano importanti. Ed ecco, in queste situazioni cosa si dice? Qual è la formula migliore per indicare che si è felici, almeno in apparenza, della notizia data? Buona Fortuna, Auguri, etc. Sia mai!
Provate a dire una cosa del genere ed apriti cielo. Scattano le mani in direzioni più o meno volgari a fare scongiuri e grattatine. Subito sguardi di rimprovero e biasimo vi punteranno e vi faranno sentir colpevole delle peggiori nefandezze. Qualcuno vi dirà:” ma che fai porti sfiga?, lo sai che queste cose non si dicono!” e c’è sempre qualcuno che lo dice.

A me è successo di recente. Ad un collega che cambiava azienda ho augurato buona fortuna. In un battito di ciglia vengo rimproverato da più parti. Ho pensato: “Aiuto, il labiale si è scollegato dal cervello e non me ne sono accorto. Volevo auspicare le miglior cose al collega in partenza per nuove sfide e devo aver offeso i suoi dei e quelli di tutti i presenti.”
Ma cosa avrò mai detto per generare questa reazione? È apparso per caso un ugonotto alle mie spalle e non me ne sono accorto? Oppure mi sono trasformato in un untore manzoniano tutto d’un tratto? Ma…

Se vuoi pronosticare buone cose ad una persona lo devi pregare di recarsi in luoghi non proprio ameni, ad esempio:
Nelle fauci di un canide, nel deretano di un cetaceo, trai genitali di un roditore istrocomorfo, oppure tra le mammelle di una imenottera. Scritte in questa maniera non dicono un gran che, e suonano anche strane, ma chi sa quante volte le avete sentite o dette. Se scrivo : in bocca al lupo, in culo alla balena, tra le palle all’istrice, oppure tra le tette alla formica, forse vi sembreranno più familiari. Prima di un esame o di qualcosa d’importante queste formule magiche sono state invocate dai più, con esiti altalenanti.
I modi di rispondere a questi “auguri” poi sono i più disparati. Oggi tra i ragazzini fashion va di moda rispondere al più classico in bocca al lupo con la frase “ci sono già stato“, oppure tra quelli iscritti al WWF “crepi il lupo ed il cacciatore”. Chi sa come risponderebbero gli iscritti alle lega per la protezione del lupo, magari con un “buona digestione“.

Quindi per riassumere. Se si vogliono vaticinare buoni auspici a qualcuno occorre invitare le persone ad andare in posti malfamati,puzzolenti, rischiosi. Indi per cui, quando si sente invitare qualcuno ad andare a fare in c… in realtà il declamatore spera che l’uditore riceva le migliori cose dalla vita. Così, più della metà dei saluti gridati tra automobilisti, che si incontrano per la prima volta in qualche incrocio o parcheggio, sono cordiali frasi di speranza per un futuro più roseo e ricco. Ma allora il famoso V-Day indetto da Grillo, che tanto ha imperversato sui giornali e nelle televisioni, potrebbe essere visto, dal punto di vista squisitamente scaramantico, come il più grande ritrovo di fedeli che auspicano “fertilità e longevità” alla classe politica italiana.

Ci vediamo tutti a quel paese!

17 settembre 2007

La rana e lo scorpione

Una rana e uno scorpione si incontrarono davanti a un fiume. Entrambi volevano passare dall’altra parte, e se la rana non aveva difficoltà, lo scorpione era preoccupato, perché non sapeva nuotare.
“Per piacere, mia cara rana, mi porteresti dall’altra parte del ruscello?" chiese lo scorpione, con la voce più dolce che gli riuscì di fare.

"Fossi matta!" gli rispose la rana "Non provare nemmeno ad avvicinarti, non ho nessuna voglia di farmi pungere da te".
"Ma ragiona, ranocchietta: se tu mi aiuti a passare il fiume prendendomi sulla groppa, io mai e poi mai ti pungerei: se lo facessi, annegherei, perché non so nuotare".
La rana rifletté, e decise di aiutare lo scorpione, un po´ perché aveva paura che altrimenti la avrebbe punta, un po’ perché era un animale generoso, e dopo tutto lo scorpione non le aveva fatto niente di male.E così lo scorpione saltò in groppa alla rana, e tutti e due si buttarono in acqua. Erano già a metà del percorso, proprio in mezzo al fiume, quando la rana sentì un dolore acutissimo sulla schiena.
"Ma come?" esclamò "mi hai punta! E ora moriremo tutti e due, io per il veleno, e tu perché annegherai! Ma perché lo hai fatto?"

E lo scorpione rispose: "Già, perché l’ho fatto? Perché pungere è la mia natura, e io non posso farci niente".

Questo racconto mi è tornato in mente per caso. Ripensando ad alcuni comportamenti delle persone che mi stanno a canto ed ai miei. A volte mi sembra che l'unica giustificazione possibile sia "non sono cattivo, è che mi disegnano così!", e forse anche chi mi scrive i testi dovrebbe passarsi una mano sul cuore, se ce l'ha.
Per il resto a voi usufruire di questa perla di saggenza, se vi va.


07 settembre 2007

Felicità vs Tristezza

Non so se vi è mai capitato di svegliarvi e sentirvi felici, ma non quelli stati di beatitudine spirituali, quella felicità da ultimo giorno di lavoro prima delle sospirate FERIE, oppure l’aver superato un esame o aver ricevuto la famosa risposta che tanto aspettavate.
Oppure, ahimè, aprire gli occhi ed essere colti dal malumore. Una sensazione simile alla tristezza del martedì mattina, dove si è già stressati dall’inizio della settimana lavorativo o scolastico ed il fine settimana è ancora lontano. Quello stato mentale dove non vedete tutto nero, ma un po’ di grigino sì.
Ecco, solitamente la vita passa spesso da queste situazioni. Oggi si è un po’ tristi e domani un po’ felici e viceversa. Una specie di oscillazione tra livelli di endorfine.

In questi giorni mi è capitato di ricevere diverse belle notizie: nascite, amici che hanno trovato lavoro o hanno trovato un lavoro che li soddisfa di più, persone che si sono ristabilite da brutti infortuni, inviti inaspettati, etc. ed ho notato che la mia reazione interna, il mio recepire la buona novella, è differente se questa mi viene data quando sono in un periodo felice o triste, tanto da farmi vedere il famoso bicchiere o mezzo pieno o pieno d’aceto. Non so…non è invidia, o forse non solo.
Ricordo gli stati d’animo, alla fine di un esame. Se lo passavo io e non i miei amici, ero felice ed un po’ mi vergognavo. Cercavo sempre di contenere la mia euforia. Al contrario se ero io quello che non riusciva a passare l’esame un po’ mi rodeva, e non solo per l’esito dell’esame. Si, forse invidia è il peccato che più si avvicina, ma non spiega, non basta. Ci vorrebbero anche gli altri sei peccati capitali e forse anche qualche reato da 3 anni con la condizionale.
Questo sentimento vago mi prende anche in situazioni in cui l’invidia non centra niente…
Non riesco a condividere pienamente gli stati d’animo di un’altra persona, se questi non li ha simili ai miei. E credo che questo sia abbastanza generale come discorso. Quando sono triste per un qualsiasi motivo ed incrocio una persona felice, ho quel senso di dolce/amaro che si ribalta completamente quando ad essere felice sono io. Un non riuscire a condividere a pieno il momento, l’emozione dell’altra persona, a viverla con quel leggero fastidio...

Ricordo in un film, un giocatore, “anziano”, alle preselezioni per entrare in una squadra di baseball che raccomandava ai rookie di non mostrare alcuna reazione al momento che, aprendo il loro armadietto, avessero scoperto di essere stati presi o tagliati. Una forma di rispetto verso gli altri.
La stessa cosa che ha fatto Gattuso dopo il fischio finale della partita con il Liverpool. È andato a stringere la mano alla squadra sconfitta, senza fare grosse feste sino alla consegna della coppa. Un segno di rispetto, che forse è stato poco sottolineato.

Chi sa.
Lascio in calce la frase del giorno presente sul sito dell’azienda per cui presto servizio.
Se date l'impressione di avere bisogno di qualcosa, non otterrete nulla.
Per far soldi bisogna fingere di essere ricchi.
(Alexandre Dumas)
Non centrerà molto con il discorso fatto…ma mi suona bene.

04 settembre 2007

Gelosia

Dopo uno scambio di battute con una collega blogger, mi trovo a riflettere sul sentimento della gelosia.
Durante la chiacchierata sono venute fuori:
Gelosia Possessiva: è quel sentimento ormai un po’ datato che coglie alcune persone nei confronti del proprio partner. Questo cerca di limitarne la libertà e di controllare ogni spostamento o azione.
Gelosia Relazionale: questa è più difficile da spiegare. È una sfiducia dovuta al sentimento di inadeguatezza che a volte si prova. Alla paura di perdere qualcosa, come uno sguardo od un attimo di vita dell’altra persona. Questa a volte conduce a fare gesti strani solo per attirare l’attenzione.
Gelosia Famigliare: la gelosia dei figli nei confronti della mamma quando questi sono piccoli e chiassosi. La gelosia della mamma nei confronti dei figli quando questi sono grandi ed iniziano ad allontanarsi.
Gelosia Puerile: questo è mio, ed anche se non ci gioco tu non puoi giocarci. I bambini quando devono giocare insieme. Una gelosia un po’ prepotente.

Io farei una divisione di tipo diverso. La Gelosia dovuta alla paura di perdere qualcosa e quella legata ad un sentimento di proprietà. Ecco la dividerei così.
Ci sono quelli gelosi perché non si sentono all’altezza ed hanno paura di perdere nel confronto con qualcun altro e quindi sono gelosi. Cercano di “difendere” le loro cose.
E gli altri, quelli gelosi perché non vogliono dividere le loro cose con nessuno. Devono essere "loro e solo loro a goderne".

La gelosia è un sentimento strano. Si sono scritte canzoni e tragedie. A tutti è capitato di essere gelosi di cose o persone. È un sentimento che cambia con l’età, con la vita. Forse la razionalità aiuta a mitigare questo sentimento che riesce a tirar fuori la parte peggiore che c’è in noi, a volte, con reazioni spropositate che producono sempre l’effetto contrario a quello desiderato.

Ma io di chi potrei essere geloso?

28 agosto 2007

Son tornato…

Ma com’è che il primo giorno di lavoro, dopo le ferie, più che meritate, è così pesante. Io che pensavo ad un rientro tipo scuola, rivedi i compagni, ti racconti delle vacanze, di cosa hai visto e di chi hai incontrato. Cerchi di occupare il tempo in attesa che la campanella suoni, perché anche i professori sono con la testa ancora in ferie, ed invece…uno schiacciasassi mi viene incontro. Lavoro arretrato che nessuno ha fatto, lavoro fatto da altri che mi tocca rifare…ma per fortuna che se chiudo gli occhi vedo ancora il mare, le colline, le spiagge e gli alberi. Treni, pullman, auto e barche. Piatti e risate. Vino e dolci…
Ed il cibo, ah il buon cibo, anch’esso un dolce e saporito ricordo. Mi devo mettere a dieta, altrimenti mi tocca rifare il guardaroba.

10 agosto 2007

SAP = Sono Alle Partenze

CHIUSO PER FERIE....MERITATE
RIAPRIRO' DOPO IL 27 AGOSTO 2007
A TUTTI QUANTI
BUONE VACANZE

08 agosto 2007

E sono di nuovo uno dei tanti

Che brutta sensazione scoprire di non essere poi così importante, di essere uno tra i tanti.
Tu che pensi di avere o di essere qualcosa di più, quel quid che…ed invece.
Si dice che nessuno è insostituibile, e forse la fuori c’è qualcuno che mi somiglia oppure a cui io assomiglio, non proprio uguali ma simili, e forse ce n’è più di uno. Eppure ho sempre pensato di essere nel mio piccolo unico.
Non mi basta essere riconoscibile. Voglio di più.
Non ho mai seguito mode o tendenze, ho cercato di essere sempre me stesso, magari esagerando a volte con l’originalità. Ho scoperto che molti miei amici, prima di conoscermi, pensavano fossi strano forte per il modo di vestire e di fare, ed a volte erano in imbarazzo quando prendevamo la metrò insieme.
E trovare persone, anni dopo l’università, che si ricordano perfettamente di te e tu non ci hai neanche mai scambiato una parola. Non più tardi di due settimane fa, ad una festa in una cascina nelle campagne tra Cremona e Mantova, ho incrociato un ragazzo che si ricordava di me dagli anni del poli, ed io non sapevo neanche chi fosse…mi ricordava a malapena Schumacher.
Penso che dopo le ragazze carine dei corsi, che ahimè erano sempre pochissime, la persona che più dava nell’occhio ero io.
Ma tutto questo non centra. Alla fine questo post è soltanto l’ennesimo sfogo per la mancanza di una persona accanto.
Cerco una donna, ho ancora gusti classici e semplici, per cui non essere: uno degli amici; uno dei colleghi; uno che è in fila con lei alla cassa del supermercato; uno che aspetta alla stessa fermata o con cui lamentarsi degli orari estivi dei pullman; uno che passava di lì in quel momento; uno per capire che si ama ancora l’ex o non lo si ama più; uno che c’è se serve.
Vorrei essere uno, due, tre…centomila…un milione…otto miliardi…dodici triliardi …novantasei fantastiliono… quasi la totalità per lei, ma non tutto e lo stesso sarebbe lei per me, ma forse questa è solo utopia.
Ed ora ci vorrebbe Daniele Silvestri, potrebbe cantare :
http://www.youtube.com/watch?v=xzMzAE3Ik7E

06 agosto 2007

La crisi del 6° Km

Ed ecco un’altra domenica mattina che mi vede trascinarmi, non del tutto sveglio, al parco, sotto un sole che alle 10 è già caldo da disidratarti. Il problema principale è che i miei soci di corsa sono tutti in ferie, ed io sono qui solo. Il che rappresenta un problema sia dal punto di vista della concentrazione per tenere il ritmo adatto, sia dal punto di vista della noia che ti assale. Dovrei correre con le cuffie nelle orecchie, ma preferisco sentire i rumori di fondo del parco.
Non ho fatto neanche 500 Mt. , e sono ancora alla ricerca del passo giusto, quando per fortuna una ragazza mi taglia la strada. Guardo e noto che il suo ritmo è solo leggermente superiore al mio, mi attacco, oltre ad essere un bel vedere.
Per non farle paura o cosa, non mi metto in scia, ma mi tengo leggermente di lato, così che mi possa vedere. Lei non si volta neanche a guardarmi, tira avanti. Due chiacchiere mi avrebbero fatto piacere, ma mi accontento anche di qualcuno che tenga il ritmo e del bel vedere (son sempre fatto di carne, anche se con questo sole si sta seccando).
Dopo poco più di 1 km. lei rallenta decisamente, allora prima mi affianco e poi la supero con l’intento di darle il cambio e farla recuperare un po’. Sento un mantice che si avvicina e mi supera. È lei che ha interpretato il mio gesto come un affronto alla sua superiorità ed alla sua stirpe di giovane guerriera amazzone.
Capito la cosa resto in dietro. La tengo come riferimento, tanto prima o poi cede. Ed infatti in prossimità del km. 3,5 cede. Mi affianco fiero e non la guardo neanche, come Luna Rossa cerco il vento giusto e la supero di slancio. Cavoli mi sento davvero figo. Al ristoro del 4 km mi fermo per rinfrescarmi un attimo e lei ne approfitta per superarmi, ma non mi preoccupo. Andrà in crisi da caldo così se non si rinfresca e reidrata. Ed infatti 700 Mt. dopo è ferma ad una fontanella, volto distrutto. È scoppiata. Io bello e fiero come un dio greco continuo. Peccato che ora senza punti di riferimento e nient’altro vengo colto da mille pensieri che prima ero riuscito a relegare in fondo al cervello. Il 6° Km è quello della crisi, sto percorrendo un tratto senz’ombra, il sole picchia ed asciuga tutte le mie forze. Ho la lingua talmente secca e ruvida che ci si potrebbe accendere un cerino. La mente continua a saltare da un segnale di dolore o di stanchezza che arrivano dalle varie parti del corpo ai pensieri più disparati:lavoro, ferie, amici, chi vincerà il gp oggi,casa, blog, blogger (o meglio ad una blogger in particolare). Sembra di assistere ad un ingorgo stradale. Ci vorrebbe un vigile.
Qui occorre far ricorso a tutte le energie rimaste, vado in modalità risparmio energetico. Piccoli obbiettivi. Arrivare: fino alla prima curva, fino a quel albero, fino a quella panchina e così via. Riesco così a terminare il secondo giro.
Arrivo alla macchina, apro il baule e vai di bibitone (acqua, limone e zucchero alla faccia di tutti i dopati che ci sono in giro).
Ed ora.
Il bibitone inizia a fare effetto, sento il beneficio degli zuccheri nei muscoli, ed il limone ha tolto la sensazione di sete simile a quella di un disperso nel deserto. Le gambe fanno meno male e sembrano meno pesanti, e dire che sino a poco fa sembravano due pezzi di granito. Inizio piano piano…cammino. Vengo superato dai pochi che corrono in questa prima domenica di agosto.
Ok ricomincio. Un passo dietro l’altro.
È arrivato, per fortuna, il vigile a sbloccare l’ingorgo. Peccato che un pensiero cerchi continuamente d’intraversarsi all’incrocio delle mie sinapsi cerebrali e di far saltare i miei ultimi 2 neuroni rimasti. Questa volta sono più forte.
Mi convinco a pensare ad altro, ma a cosa? Ad un bel post. Ma cosa scrivere…va beh potrei scrivere di queste ore che mi vedono impegnato in una fatica inspiegabile. Inspiegabile perché mi domando chi me lo ha fatto fare. Ed ecco che il titolo mi arriva di colpo: La crisi del 6° Km.
Il resto viene da se. Ed eccomi come per magia trasportato al parcheggio dove la macchina riposa all’ombra di un bel albero. Il trofeo di oggi è un’altra dose di bibitone, oltre al pranzo luculliano che mi aspetta a casa.
Ho corso per più di 12 Km., ed anche se il tempo impiegato è osceno sono arrivato sino in fondo, ed è questo quello che conta. Non fermarsi, rallentare, ma andare avanti senza farsi abbattere dalle difficoltà.

01 agosto 2007

Nascosti dietro ad una tastiera

Sono qui in ufficio che aspetto che la solita utente stordita si accorga che è passata l’ora di chiusura e che me ne voglio andare a casa. Ed in tanto spio i miei contatti messanger. A quest’ora la maggior parte ha lasciato l’ufficio, quindi sino a domani saranno presenti solo nel mondo reale. Va beh.
Sono qui ad attendere ed a guardare il telefono che non squilla (ho su le cuffie ed ascolto sigle di cartoni animati, perciò guardo il telefono, che possiede fortunatamente una luce rossa che si accende quando arriva una telefonata).
Mi ritrovo a pensare come sia diverso il modo di dialogare dal vivo o per via telematica. Nel primo caso i filtri, le inibizioni sono molto stringenti, mentre nascosti dietro i tasti di un pc ecco che anche la formica Amilcare riesce a strangolare l’elefante.
A dire il vero avevo sottovalutato la potenza di questi mezzi di contatto. Ho sempre pensato che uno sguardo, un profumo, un suono o un semplice contatto valesse molto di più di uno scambio di lettere digitali che non possiedono il calore di quelle vergate a mano. Non capivo come si potessero passare ore a messaggiarsi via pc o via sms. Ed invece.
Mi sentivo nel giusto come ci si sente quando ci si sbaglia, ed infatti mi sono sbagliato. Anch’io ho giudicato il piatto senza assaggiarlo, ed ora che l’ho assaggiato devo dire che mi piace. Devo stare solo attento a non “ingrassare” ed a “mangiare piano”.
Il problema è proprio qua. Mi ritrovo a massaggiare con più persone e con alcune di queste ad andare troppo veloce.
Troppo veloce nello scrivere. Troppo veloce nell’esprimermi. Troppo veloce nell’inviare. Troppo veloce nello scaricare. Troppo veloce nel rispondere. Troppo veloce nel chiedere.
Tutto questo porta ad una bella indigestione.
Quindi cerco di concentrarmi su altro. Ed il blog è un buon amico. Un amico che chiede poco, che c’è sempre, o quasi, quando lo chiami. Non sei costretto a rispondere alle sue domande. Lui è lì. Eppure anche questa è una forma di comunicazione. Ed anche qui le giornate a passate a controllare il numero di contatti, o i commenti lasciati. Oppure viaggiare sulla cartina per vedere da dove le persone si sono collegate e cercare nei puntini rossi gli amici lontani, ma solo geograficamente. È strano pensare che dietro a quei puntini ci siano persone in carne ed ossa che hanno speso almeno un secondo per venirmi a trovare, magari lasciando un saluto. Ed anche in questo caso, mi trovo al riparo dietro il fortino fatto di pulsanti, con le lettere a fare da vedette. Al sicuro do libero sfogo a tutto il mio ego, al mio egocentrismo, alla mia voglia di esprimermi e di esprimere ciò che si nasconde dietro.
E nascosto su questa barchetta navigo alla scoperta di altre persone, che inizialmente hanno solo una dimensione, poi due e forse un giorno tre.

19 luglio 2007

Come finisce un’amicizia?

Mi sono trovato di recente con dei vecchi amici per una rimpatriata…scambio di opinioni. In pratica da uno scambio di opinioni telematico sono venuti fuori vecchi rancori mai sopiti.
La serata si è svolta come la maggior parte delle serate solo uomini…si è bevuto, fatto commenti sull’anatomia delle cameriere e con lo scorrere dell’alcol anche su tutti quelli che passavano a tiro. Battute, scherzi e grasse risate.
E sarebbe tutto normale se, il motivo dell’incontro non fosse una situazione di rottura che si è creata tra alcuni membri del gruppo.

La discussione, appassionata, è andata avanti per ore ed in diversi luoghi (visti i commenti fatti abbiam preferito lasciare il locale prima che le cameriere e gli avventori iniziassero a risponder con i fatti alle nostro battute). Tutti cercavano di esporre le proprie ragioni e delusioni.
Ad un certo punto mi è sembrato che le persone che più ci tenessero a salvare il rapporto fossero proprio quelle più accalorate nelle accuse. In quel momento mi sono sentito molto ignavo (non ci credo sono riuscito ad usare questo “peccato” in un post). Lì ha guardare il fiume scorrere, ed ad aspettare che qualche corpo galleggiante mi passasse davanti.
Sono entrato nella discussione pochissimo. Per lo più ho ascoltato.
Mi sono chiesto poi il perché del mio atteggiamento. Perché tutto quello che a loro dava fastidio a me sembrava indifferente…forse non sono davvero un amico…
Mi sono spaventato. Ho pensato di non essere capace di difendere questo sentimento di amicizia, di non riuscire a dargli il giusto peso. E da lì è partita la riflessione.

Come finiscono le amicizie?

Né soldi, né donne, né politica potranno dividerci…così recitava una canzone. E se non sono questi i motivi che fanno finire un’amicizia, quali sono?
Quanti amici avevo quando ero piccolo; che fine hanno fatto?
Ad ogni ciclo della mia vita sono stato circondato da amici, sempre diversi e sempre nuovi. Gli amici delle medie, quelli delle superiori, quelli dell’università, quelli dell’estate, quelli delle vacanze, quelli della biblioteca, quelli degli altri.
Eppure tante delle persone che chiamavo: AMICO, ora non so che fine abbiano fatto.
Di tutta questa gente solo pochi sono rimasti, ed anche con loro il rapporto è cambiato. Non è evoluto, si è adattato.
Si è adattato alle esigenze della vita, e come dimostrazione di un novello principio darwiniano, solo il più forte è sopravvissuto.
Quindi, quando un amico mi fa uno sgarbo, ci resto male, mi arrabbio anche, ma non me la sento di perdere una di queste persone, per cui spesso lascio perdere. Un amico è un amico, punto e basta. Con i suoi pregi ed i suoi difetti.
Eppure molti amici si allontanano, piano piano scompaiono dalla mente, o meglio si nascondono in qualche anfratto per uscire solo nel momento del ricordo. Prima ne dimentichi il nome, poi il volto, i giorni passati insieme, fino ad arrivare a non ricordare perché eravate amici, ma la sensazione che ci fosse qualcosa che vi legava la sentite dentro, come se fosse una specie di dolce retrogusto che viene a bussarvi al cuore.

Quindi per gli amici che dovessero leggere questo post, mi scuso se non mi faccio sentire spesso, se sono sempre poco disponibile o cosa, ma vi assicuro che questo non vuol dire che non vi consideri amici.

12 luglio 2007

Un Anno è Passato

Non ho grosse idee su come festeggiare un anno e più dalla creazione di questo blog.
La cosa più ovvia dovrebbe essere quella di scrivere un bel post, magari stile Anno Nuovo, con tutti gli avvenimenti più o meno significativi avvenuti in questo periodo.
Il post inizierebbe così……..

Un anno è passato, e di cose ne sono successe.
L’Italia si è laureata CAMPIONE DEL MONDO di calcio, il Milan Campione d’Europa e l’Inter d’Italia.
Io sono passato da un contratto da stagista sfruttato ad uno a tempo determinato dove mi sfruttano.
Sono nati i figli di alcuni amici e mia sorella è convolata a nozze.
Mio padre ha avuto un brutto incidente.
Ed io sono caduto dalla moto ben 2 volte in un mese.
Ho cambiato macchina, o meglio sono tornato alla mia vecchia Clio.
Un paio di amici si sono dottorati, ed altri hanno cambiato lavoro o casa.
Il mio inglese peggiorato , se fosse possibile, mentre lo spagnolo è cresciuto, ma va coltivato con più cura.
I due di picche ora riesco a prenderli anche per via telematica.
Le distanze corse sono diminuite, ma la strada fatta è molta di più.
………

Il solito elenco di ricordi e nozioni che ha forse poco significato per chi legge, ma alcuni di questi avvenimenti per me hanno significato molto.
Ed ora il tocco finale, degno di una qualsiasi trasmissione radio…
Carissimi lettori, abituali od occasionali, qual è l’evento più significativo che vi è capitato tra:
il 7 Luglio 2006 e il 7 Luglio 2007?
Lasciate un messaggio.
Tutti verranno letti ed i più belli potrebbero essere usati in un prossimo post.

05 luglio 2007

Udito

Non ci crederete, ma ho scoperto che più si sale in alto e più le orecchie si chiudono e si sentono solo le cose che si vuole. Il problema è che in alto non è sempre un posto fisico.

Le onde sonore non dovrebbero subire la forza di gravità, nel loro caso conta solo la direzione. Segnale più alto in centro e in attenuazione ai lati. Eppure ogni volta che parlo con un “capo” questo prende le mie parole, le shakerà e poi ne tira fuori quello che vuole.
È una revisione storica in real-time. Fenomenale.
Più mi sforzo di usare parole semplici e frasi base, più loro riescono ad estrapolare ciò che gli fa comodo. Non so quante volte ho dovuto ripetere “non mi sono spiegato”, sono arrivato a pensare di parlare una lingua diversa da quella che sentivo uscire dalla mia bocca.
Questo non capita solo con il dialogo in ufficio.
Il concetto è applicabile anche in modalità UP-DOWN
Provate a chiedere ad un commerciante di alimentari “mi dia, gentilmente, 2 etti di …”, va da se che vi darà 2 etti abbondanti, diciamo quasi 3, e con la faccia più innocente che ci sia pone la solita domanda retorica “lascio”. E tu per no fare la figura del pezzente rispondi "lasci lasci".

Ma forse il problema sta proprio nella comunicazione.
Credo che ormai siano dati per assunti che i significati che si danno alle stesse parole, in un dialogo tra genitori e figlio, o tra uomo e donna, siano diversi. Questo crea incomprensioni.
Da parte mia posso dire che il mio udito è fortemente influenzato dal punto in cui si trova, nella mia Gaussiana, la ragazza che ho di fronte. Così un semplice “ciao ” viene interpretato come un “okkei sono pronta a fare una bella sudata con te sotto le lenzuola”, se è carina; ed un semplice saluto se si trova vicino allo ZERO della curva su citata.
Il “ciao” cambia di valore anche se chi ci parla mi è simpatico o no. Il “Ciao” di una persona simpatica è più ricco, è quasi un Moto Guzzi Nevada, rispetto all’anonimo “Ciao” di un antipatico, che ricorda più un Atala scassato.

Ma ancora più incredibile, mi è capitato di sentire discorsi per cui si può influenzare il relatore solo con l’atteggiamento e la …psicologica. Se fosse vero il mio capo si sarebbe già dovuto strozzare tre volte ed essere in viaggio per un luogo più popoloso della Cina, visto che sono in molti quelli che ci vengono gentilmente mandati giornalmente.

Ho scoperto di riuscire a distinguere le parole dette da una persona persa tra la folla (ovviamente non troppo distante), posseggo un udito direzionale. Più chi parla mi incuriosisce e più riesco a concentrarmi ed a sentirne la sua voce, filtrando il chiacchiericcio circostante. Come se avessi uno di quei gadget da UOMO DA 6 MILIONI DI DOLLARI $, ma pagato meno. La versione tarocca per farla breve.

Tutto questo viene poi amplificato dalla comunicazione scritta.
Questa dovrebbe aiutare eliminando il rischio di equivoci e di frasi tipo “ma io non l’ho mai detto”, oppure “ma io ho detto questo e non quello”. Ed invece, anche se metti le persone davanti al fatto compiuto esse continueranno a negare, e ti accuseranno di non aver capito ciò che c’è scritto nelle loro mail/istruzioni/indicazioni.
Una volta, un caro amico mi disse che per raggiungere casa sua dovevo percorrere un viale e svoltare alla terza strada a destra. Peccato che non tutte le strade a destra dovessero essere contate, secondo lui. Ogni volta che vado a casa suo, ormai mi perdo in una zona differente del suo paese, che per fortuna non è una metropoli.


Ho una collezione di mail in cui ciò che viene scritto non centra con quello che si vorrebbe. Tutte provenienti dalle mie utenti, che ora scrivono solo l’oggetto nelle mail e poi telefonano per spiegare cosa desiderano, adducendo che hanno poco tempo o, le più oneste, di non saper scrivere in italiano.

Ricordo, altresì, un professore di università che non voleva che si registrassero le sue lezioni. All’inizio ho pensato che il motivo fosse per mantenere alta la concentrazione degli studenti durante le sue spiegazioni, ma poi ho capito che la realtà era ben diversa. Le registrazioni avrebbero permesso di confutare le cavolate che diceva a lezione.

…ho riscritto la conclusione di questo Post più volte, nella speranza si trovare una battuta ad effetto che coinvolgesse l’udito e la mansarda, ma ahimè ho rinunciato, mi manca l’ispirazione, ed anche l’espirazione mi fa difetto.

24 maggio 2007

Restituir il mal tolto

Ieri sera si è giocata la finale di Champions League tra Milan e Liverpool.
Dopo una cena frugale, come per la finale dei Mondiali della scorsa estate, ho preferito guardare solitario la partita in camera mia.

Non riesco a condividere questi momenti, li sento troppo. Ecco, in queste situazioni divento molto introverso e scontroso. Preferisco gioire e sacramentare in privato. Il mio non è egoismo o egocentrismo, soltanto penso che ostentare la propria gioia o la propria tristezza non è sempre una bella cosa. Mi sembra a volte di essere maleducato nei confronti di chi non condivide i miei stati d’animo. Riesco a sentirmi imbarazzato per una gioia, o un dolore, provocata da una cosa così futile come una partita di pallone.
Finita l’euforia e gli sfottò con i cugini, ed i parenti più lontani; finite le interviste e le immagini del cammino che ha portato il Milan a questo appuntamento ed ad altri più o meno felici; finiti i collegamenti dalle piazze e vie invase dai tifosi festanti o piangenti; finito il mio viaggio tra i sogni accompagnato da Morfeo;ecco che mi viene il nervoso perché inizio a sentire i commenti più assurdi del giorno dopo.

Mi è capitato di dover discutere con una persona che dispensava le sue idee, come “Gesù nel tempio” (citazione per amanti di De Andrè). Additava i tifosi pontificando che fosse facile stare dalla parte del più forte, tifare i più forti ed i più potenti. Identificava il Milan con Berlusconi, e non condividendo le idee ed i modi di fare del Cavalier Silvio sputava su tutto e tutti. Faceva come si suol dire di tutta l’erba un fascio, e forse in questo caso il vecchio motto calza a pennello come il collant sulla telecamera.
A darmi fastidio non erano tanto le parole dette, quanto il fatto che questa è un’altra cosa che rischio mi venga sottratta, portata via.

Chiariamo subito che la mia fede calcistica prescinde da chi sia il presidente della squadra, il suo allenatore, dalle sue vittorie, dalla posizione in classifica e dai suoi giocatori. Queste sono cosa che passano e cambiano, passano come la gioventù o l’acqua nel greto del fiume, e cambiano come le convinzioni politiche o le mode. È un tutto scorre che fa molto “RAPA NUI” (gaffe storica dei giorni che furono e che in molti avranno sentito raccontare nelle serate di commemorazione).
La fede calcistica è una delle poche cose che non passa, che non cambia, se è sincera.
Mi dà fastidio non poter tifare il Milan senza essere associato a Berlusconi, non poter esultare gridando “Forza Italia”, non poter indossare il bandana, non poter dire “mi consenta” o dare del “coglione” a qualcuno senza essere associato al capo dell’opposizione di governo.

Mi spiace ma continuerò a tifar Milan; continuerò a gridare Forza Italia quando i miei connazionali, più o meno, rappresenteranno il Bel Paese in qualche evento sportivo e culturale; continuerò ad indossare i miei bandana multicolore per riparare il mio capo (quello a cui sono attaccate le mie orecchie e difeso dal freddo da quattro capelli che non vogliono arrendersi alla calvizie ); a dire: “mi consenta” a proposito ed anche no; a dare del “coglione” ad uno che è troppo pirla per essere una “testa di cazzo” (scusate la scurrilità).

Per par condicio devo dire che non solo l’uomo di Arcore ha sottratto al popolo modi di dire e fare, ma anche la coalizione, che ora è al governo, si è appropriata indebitamente di gesti ed idee. Infatti, io continuo a soffiare sui pugni per riscaldarmi le mani quando il freddo rallenta la circolazione del rosso sangue nelle vene, come fa Dalema nei video mandati a più riprese sulle reti Mediaset; a pensare che la quercia e l’ulivo siano dei bellissimi alberi anche se ai più fanno pensare a simboli di partiti; a sventolare la bandiera della pace, contro ogni guerra, che sia giusta o sbagliata (le guerre giuste sono guerre sbagliate chiamate in un altro modo); ad essere più vicino ai no-global che al WTO, globalizzare i diritti e la libertà si, ma non lo sfruttamento dei poveri e degli indifesi; a pensare che il MrDonald (non è un errore, si legge merdonald) faccia schifo.

E se è vero che neanche quaranta ladroni possono derubare un uomo nudo, questo non si può dire per i politici (molto populista quest’ultima frase, fa molto finto non-politico, ma rubar ad un ladro non è reato, o almeo così si diceva una volta).