25 ottobre 2007

Non lo rifarei

Questa mattina pensavo a quale argomento sviluppare per il prossimo post. È un po’ di tempo che mi gira questa idea. Non so a quanti sia capitato di sentirsi porre la domanda:
ma se tu potessi tornare indietro, che faresti? Rifaresti tutto nello stesso modo o cambieresti qualcosa?
Cambierei un bel po’ di cose. Sicuramente eviterei la quantità di errori e cavolate fatte.
Meglio farne di nuovi.

So che ci sono cose che non potrei cambiare, ma per le altre ci proverei. Molto probabilmente così facendo non sarei quello che sono oggi. Forse sarei peggio o meglio (più bello di così ne dubito, ed anche per la fine intelligenza ed i modi gentili non credo si possa fare di più. Per la modestia, forse, oppure conviene aspettare la prossima release).
Non riesco a capire quelli che dicono rifarei tutto. Allora dai tuoi errori non hai capito nulla! Studiare la storia, ed in questo caso l’avresti vissuta, serve proprio per evitare di commettere gli stessi vecchi errori. Meglio quelli nuovi.
Eppure a volte mi ritrovo in un déjà vu. Eccomi che rifaccio il medesimo sbaglio. Ma come sarà mai possibile mi chiedo. È più forte di me. Ci sono occasioni che mi vedono sempre protagonista di sviste e cantonate da concorso di sosia di Paperino.

Mentre il mio ripetere in maniera diabolica la stessa mancanza, crea problemi maggiormente a me, quelli ripetuti da governanti e gente di potere si ripercuotono su migliaia di persone, se non addirittura su milioni di essi, eppure si torna sempre al punto di partenza, come nel Monopoli, magari passando dalla galera o pagando la sosta in Parco della Vittoria e piangendo su Vicolo Corto.
Ma non voglio dare a loro tutta la colpa. Se sono arrivati lì vuol dire che qualcuno lo ha permesso o non ha fatto nulla per evitarlo o ridimensionarli. Un amico ha scritto nel suo blog:

PERCHE' IL MALE TRIONFI,
E' SUFFICIENTE CHE
IL BENE RINUNCI ALL'AZIONE !!!

E forse un po’ di colpa ce l’ho anch’io…ok togliamo il forse.

Ora bisogna capire cosa fare per rimediare a questi errori. A volte bastano delle scuse, altre volte le scuse devono essere più ricche di una semplice frase. Potrebbe bastare far valere i propri diritti e mettere la X su un'altra lista. Oppure capire quando è necessario smetterla di stare zitti o cominciare.

Vi lascio con il pensiero della sera:
Chi fa può sbagliare.
Chi non fa sbaglia sicuramente!

22 ottobre 2007

Cipolla

Questa settimana ho partecipato alla proclamazione dei Dottori in Ricerca, in qualità di pubblico, in quanto amico ed ex collega di alcuni di loro. Come tutti gli eventi di questo genere, dopo i discorsi noiosissimi e retorici delle autorità, c’è stata la vera e propria proclamazione di queste persone che dovrebbero diventare il fiore all’occhiello della ricerca italiana. La speranza di molti è che tra i proclamati ci sia un futuro nobel, qualcuno capace di dare una svolta nel suo campo di studi.
Finiti i convenevoli è partito il solito assalto al buffet, riportando l’atmosfera a qualcosa di più reale e tangibile dell’area fritta dei discorsi fatti da questi signorotti togati. Ma non è di questo che voglio parlare. Dovete avere ancora un po’ di pazienza.
Fatto le foto, mangiato e fatto altre foto, sono tornato in ufficio.
Appena seduto alla mia postazione sono stato nuovamente catapultato nella solita routine, neanche la sedia fosse una macchina del tempo ed il pc una console. Riecco le utenti che chiamano con le richieste più stupide.
E sì, se i miei ex colleghi lavorano in un ambiente che dovrebbe stimolare la loro intelligenza, e quindi il loro lavoro dovrebbe essere legato alle loro capacità di elaborazione mentale e non ad appendici orali utilizzate per la pulizia di orifizi fortunati (leggasi LECCA CULO), io lavoro spesso a contatto con la stupidità di qualcun altro. Mi capita spesso di lamentarmi, con i colleghi, della scarsa attività cerebrale dei miei utenti; ed ogni volta mi tornano in mente le parole della mia ex responsabile di progetto:” ringrazia che loro sono stupide, altrimenti noi non avremo il lavoro”. Quindi io lavoro solo perché c’è qualcuno di così deficiente che non è in grado di essere lasciato solo al lavoro.
Come quando si compra una macchina, che si pensa unica e poi si inizia a vederne uguali da tutte le parti, così inizio a leggere da tutte le parti di intelligenza e stupidità. Premi nobel, e quindi persone che si dovrebbero ritenere intelligenti, escono con affermazioni di una stupidità ancestrale disarmante, oppure la telefonata che ti riporta alla mente le parole di un grande studioso del secolo scorso. C.M. Cipolla.
Cipolla ha dato una sua definizione di stupidità, oltre ad alcune regole:

1. Sempre e inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero di individui stupidi in circolazione.
2. La probabilità che una certa persona sia stupida è indipendente da qualsiasi altra caratteristica della persona stessa.
3. Una persona è stupida se causa un danno a un’altra persona o ad un gruppo di persone senza realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo un danno.
4. Le persone non stupide sottovalutano sempre il potenziale nocivo delle persone stupide; dimenticano costantemente che in qualsiasi momento e luogo, e in qualunque circostanza, trattare o associarsi con individui stupidi costituisce infallibilmente un costoso errore.
5. La persona stupida è il tipo di persona più pericoloso che esista.

Come si vede dalla terza legge, Cipolla individua due fattori da considerare per indagare il comportamento umano:
Danni o vantaggi che l'individuo procura a sé stesso
Danni o vantaggi che l'individuo procura agli altri

Da qui si ottiene il sottostante grafico:





E se dovessi essere sincero, molte volte i miei utenti vivono saltellando, come rosei chobin terrestri, tra lo stato di stupidi e quello di sprovveduti.

Nel mondo ci sono le persone che fanno la cosa giusta e quelle felici. ecco i miei utenti sono tutti felici, e non solo loro, mentre io, quando ho a che fare con loro, cado nella più buia tristezza.
E' proprio vero che è l’ignoranza a rendere felici, mentre la conoscenza porta dubbi e tristezza. Pensate al fascino di una magia, se viene spiegato il trucco, si perde il mistero che avvolge l'illusione e quindi tutto lo stupore e la felicità che essa provoca.
Ed ecco l’ennesima telefonata. La solita richiesta.
Ignorante dovrebbe indicara una persona che ignora, quindi se gli dico che è ignorante, esce dallo status di ignorante per atterrare direttamente in quello di deficiente. Cosi la smette di ignorare ed inizia a deficere. Ogni volta che cerco di spiegare dove è stato fatto l’errore, mi sembra di parlare con un muro su cui qualcuno ha scritto “ abbaso la squola” come un novello pinocchio.
È proprio vero che: "STUPIDO E’ CHI LO STUPIDO FA!!!"

15 ottobre 2007

IMMAGINI E PAROLE





Ecco, mi sono fatto convincere a fare questo maledetto viaggio e non posso neanche arrabbiarmi con la persona che mi ha convinto, visto che sono proprio io. Questi sdoppiamenti di personalità per autoconvincermi a fare le cose che già so che farò mi sembra solo una difesa di carta davanti al mare di terra che si vede dal finestrino di questo aereo.
Se non ne vedessi le ali direi di essere su un toboga al Luna Park da come si balla, anche se a ben guardare l’aereo ricorda uno di quelli delle giostre, ma dove sarà mai il baracchino dello zucchero filato…lasciamo perdere ogni vaga idea di mettere nello stomaco qualcosa. Dovevo utilizzare il metodo Marquez, bere quattro whiskey prima di salire in aereo, ma probabilmente il pilota se ne è serviti anche di più. Quando sono salito e l’ho visto mi sembrava uno di quei barboni ubriachi appena uscito dalla casa della provvidenza con il vestito “nuovo” in dosso. Tra le altre cose aveva uno sguardo che gli permetteva di guardare in contemporanea gli strumenti ed il paesaggio, nel senso del culo dell’hostess. Ma i piloti non dovevano avere una vista perfetta? Probabilmente lui ce l’ha, almeno per un occhio alla volta.
Spero non voglia usare l’aereo come shaker per agitare il suo martini, che qui quello che si agita sono io, e sono anche senza oliva, quindi cattivo.
Gli altoparlanti gracchiano che ci troviamo in una zona di vuoti d’aria, e quindi ci prega di tenere allacciate le cinture e di chiudere i tavolini davanti a noi. Se potessi gli direi che oltre la cintura mi sono legato al sedile anche con le bretelle, tanto da sembrare un esperimento di escapologia.
Devo pensare a qualcosa, devo riuscire a concentrarmi su un’idea od un pensiero altrimenti quando scendo da questo aereo sembrerò il fratello del pilota. La gente mi guarda come se fossi un maniaco appena uscito dal cinema dopo aver visto Arancia Meccanica, Natural Born Killer o Titanic, con l’idea fissa di ammazzare quel gastone di Di Caprio in maniera truculenta.
A che cosa posso pensare. Al lavoro lasciato in una delle città con la peggior area d’Europa? Agli utenti con il cervello sott’olio per conservare più a lungo il loro neurone adibito alle funzioni vitali?
Agli amici? Meglio le amiche, allora. Ma no che poi mi intristisco perché penso che non riesco mai a vederli. Ci sono penso alla stupenda rossa, occhi verdi che mi aspetta alla fine di questo viaggio. Ripenso al modo casuale con cui ci siamo conosciuti, alle belle giornate passate insieme nelle rispettive città di origine. Ai viaggi da lei. Alle lunghe telefonate in cui più delle parole contava il suono della sua voce. Alle gita fuori porte che finivano sempre con una pennichella su qualche prato all’ombra di qualche albero. Ai giorni grigi senza sentirla. Alle montagne russe dei sogni che la vedevano protagonista. A lei che si avvicina con in mano due bicchieri di buon nettare degli dei per accompagnare i ricchi e saporiti piatti delle sue terre.
Se continuo così va a finire che sbavo più di una lumaca e l’hostess rischia di scivolare fuori dall’aereo.
“Tra qualche minuto atterreremo all’aeroporto dell’isola che non c’è, siete pregati di spegnere ...”
Capitano non si preoccupi ho spento tutto, anche la facoltà di elaborare pensieri complessi. Non vedo l'ora di essere fuori di qui e dentro al mio sogno.
DRIIIIIN!!! DRIIIIIN!!! DRIIIIIN!!! DRIIIIIN!!!
Apro gli occhi e mi ritrovo in uno di quei Lunedì che vorresti che fosse già Sabato.
Il mio subconscio inizia ad intonare "ODIO I LUNEDI! ODIO QUEI GIORNI LI!"
Per i disegni un grazie a Diego.

08 ottobre 2007

EROI

Domenica mattina mi trovo con un amico a correre, come ormai è abitudine, al parco. Un paio di giri, dove oltre a macinare chilometri ci si racconta le reciproche settimane, e la mia, a dire il vero, non è stata propria bellissima.
La strada scorre sotto le scarpe e l’irritazione, o forse rabbia, delle giornate di m… appena trascorse è ancora lì. Ne approfitto e sfrutto questo surplus di energia e adrenalina come stimolo per correre di più.
Il mio collega, forse con alle spalle sette giorni meni nervosi, si ritira dopo 10,5 km e resto solo a sbollire la “nervatura”.
Corro e cerco di focalizzare la mente su qualche idea, magari finisce che ne esce un bel post. Non so come ma rivedo mio padre che mi accompagna in box per fare un po’ di manutenzione all’auto. Zoppica ancora e si lamenta che con i cambi di tempo la gamba un po’ gli fa male; e pensare che poco più di un anno fa ha rischiato di perderla quella gamba, per uno stupido incidente. E mia madre che mette in ordine ed inizia a preparare il pranzo della domenica che vedrà la famiglia riunirsi com’è classico nelle tipiche famiglie tradizionali del SUD.
Penso a loro ed alla mia settimana lavorativa, che come già detto non è stata bellissima. Mi vengono in mente tutte le difficoltà che devono, che dobbiamo affrontare ogni giorno e quelle affrontate nel corso dell’ultimo anno.

Salto carpiato all’indietro.


Ripercorro gli incontri di ieri con i miei amici diventati neo genitori, li vedo aiutarsi nella gestione dei piccoli e di come affrontino questa nuova “sfida” con il sorriso in volto anche quando parlano delle notti in bianco o del cambio dei pannolini. In loro c’è qualcosa dei miei genitori, qualcosa che c’è nella maggior parte dei genitori.
Salto raccolto con avvitamento.

Mi ritrovo così bambino, nei miei pensieri, a cercare di rammentare il testo di una filastrocca di Gianni Rodari, per fortuna a casa ho la raccolta dei suoi scritti. Mi riprometto di cercare il testo completo.
Trovato!!!


LA SCUOLA DEI GRANDI

Anche i grandi a scuola vanno
Tutti i giorni di tutto l’anno.
Una scuola senza banchi,
Senza grembiuli né fiocchi bianchi,
E che problemi, quei poveretti,
A risolver sono costretti:
In questo stipendio fateci stare
Vitto, alloggio e un po’ di mare
”.
La lezione è un vero guaio:
Studiate il conto del calzolaio”.
Che mal di testa, il compito in classe:
C’è l’esattore, pagate le tasse”.


Da bambino avevo un disco, in realtà ce l’ho tuttora, in cui venivano decantate molte filastrocche del buon Rodari, tra cui quella su citata. All’epoca vedevo i miei genitori e cercavo di capire quanto la filastrocca li rappresentasse.
Ed oggi apprezzo ancor di più questa poesia per bambini, e le parole mi sembrano sempre più vere.
Nuovo salto acrobatico signori e signore.


Vedo questi non “bambocci” alzarsi tutte le mattine ed affrontare le giornate, le settimane, i mesi e le stagioni non facendosi abbattere dalle difficoltà e dagli esami che si trovano ad affrontare. Ma anche i “bambocci” non scherzano per quanto riguarda il carico degli “zainetti”, anche loro hanno compiti e ricerche da fare. E a volte trovano una brava maestria che da loro una nota di merito, altre ricevono un richiamo dal direttore.
Sono tutti questi i miei eroi.
Queste persone comuni che non si fanno abbattere dalle difficoltà e dalle botte che la vita dispensa.
Le loro piccole guerre giornaliere, contro il traffico, i rincari, i casi della vita. Ogni giorno piccole battaglie che vengono vinte,perse o concluse con un nulla di fatto e rimandata a domani, o a giorni più adatti.
Quando hanno la fortuna dalla loro si gongolano un po’ per le piccole vittorie ottenute, peccato che non ci sia sempre la giusta folla ad applaudire; e quando ricevono una porta in faccia, si lamentano come dischi rotti, ma dentro di loro sono già alla ricerca di nuove porte o finestre.
E come a scuola è arrivato il magico DRIIIIIN DRIIIIIIIIN, tutti a casa.
Scusate, ma a casa mi aspetta la pappa al pomodoro, altrimenti faccio la Rivoluzione.

03 ottobre 2007

Utile Inutile

29 Settembre 2007
ore 21:27
Treno Verona - Milano
Sono su un treno che mi sta riportando a casa dopo una gita in un’altra città. Seduto in un vecchio scompartimento guardo il mio zaino appoggiato sulla poltrona di fronte. Cerco di ricordare i vari momenti della giornata appena trascorsa. Prendo dallo zaino il quaderno dove appunto le mie riflessioni e la mente divaga. Un famoso detto, forse un po’ abusato, dice che nel viaggio la cosa più importante non sia la meta ma il “viaggio”. Il muoversi, lo spostarsi, l’essere in moto.
Non so… Io dei viaggi apprezzo la capacità di farmi scoprire, o ricordare, ogni volta cosa è indispensabile e cosa è superfluo. Cosa è utile e cosa inutile. Peccato che di queste lezioni non riesca sempre a fare tesoro, e mi tocchi riscoprire di ripetere gli stessi errori ogni volta.
Non ricordo un viaggio in cui non abbia dimenticato qualcosa d’indispensabile a casa, che poi ho dovuto comprare o chiedere in prestito a qualche compagno di viaggio che, da buon samaritano previdente, mi viene in aiuto; e di aver portato dietro qualcosa che fa solo peso, oltre ad occupare spazio, in valigia e che non ho mai utilizzato. Tanto che a volte mi ritrovo a non svuotare neanche la valigia.
Ma com’è che quando sono partito avevo dato per scontato che non avrei potuto fare a meno di questa cosa? Non avrei potuto sopravvivere senza quest’oggetto del tutto inutile per il mio viaggio? Ma a cosa stavo pensando quando ho preparato la borsa?
Negli ultimi anni la mia valigia si è alleggerita, e con l’età questa cosa ha il suo bel valore oltre che i suoi vantaggi.
Ormai dò per scontato di dimenticare qualcosa a casa quando mi metto in partenza, e mi diverto a cercare di scoprire cosa sia questa cosa appena mi metto in moto e cosa sarà inutile. Lo so che può risultare stupido questo gioco, e che se invece di aspettare di uscire di casa per cercare di capire cosa sto dimenticando potrei farlo prima. Ci ho provato, ma ormai mi sono rassegnato, tanto poi finisce sempre nella stessa maniera. C’è qualcosa di scaramantico in tutto questo, se mi ricordo di prendere tutto, o di usare tutto, il viaggio non andrà bene, se invece qualcosa manca o è di troppo, allora gli dei proteggeranno questo sbadato. Qualcosa la dimentico e qualcosa di inutile mi finisce in valigia. A volte è stata una cintura, a volte la schiuma da barba o un paio di calzini in più. Le stesse cose a volte sono risultate indispensabili ed altre superflue, e questo rende difficile capire in quale gruppo devono finire le cose.
Nel mio ultimo viaggio ho scoperto che ciò di cui non posso fare a meno è una persona che condivida con me la meta. Arrivare ovunque senza poterlo condividere con qualcuno e come se si arrivasse ad un passo dal traguardo e ci si fermasse. A volte questa persona condivide con me tutto il viaggio, altre è alla meta a ricordarmi il perché della partenza o del ritorno.
La cosa inutile, che penso tutti avrebbero potuto capire subito che non mi sarebbe mai servita, è portarsi dietro un K-WAI quando si indossa già una giacca antipioggia e poi si trova una giornata di sole.
Chi sa cosa ne pensano di tutto questo le lumache.

24 settembre 2007

Buona Fortuna

In questi ultimi giorni mi sono capitate diverse occasioni in cui era “necessario” far auguri non legati a ricorrenze particolari, ma ha notizie che, per chi le dava, erano importanti. Ed ecco, in queste situazioni cosa si dice? Qual è la formula migliore per indicare che si è felici, almeno in apparenza, della notizia data? Buona Fortuna, Auguri, etc. Sia mai!
Provate a dire una cosa del genere ed apriti cielo. Scattano le mani in direzioni più o meno volgari a fare scongiuri e grattatine. Subito sguardi di rimprovero e biasimo vi punteranno e vi faranno sentir colpevole delle peggiori nefandezze. Qualcuno vi dirà:” ma che fai porti sfiga?, lo sai che queste cose non si dicono!” e c’è sempre qualcuno che lo dice.

A me è successo di recente. Ad un collega che cambiava azienda ho augurato buona fortuna. In un battito di ciglia vengo rimproverato da più parti. Ho pensato: “Aiuto, il labiale si è scollegato dal cervello e non me ne sono accorto. Volevo auspicare le miglior cose al collega in partenza per nuove sfide e devo aver offeso i suoi dei e quelli di tutti i presenti.”
Ma cosa avrò mai detto per generare questa reazione? È apparso per caso un ugonotto alle mie spalle e non me ne sono accorto? Oppure mi sono trasformato in un untore manzoniano tutto d’un tratto? Ma…

Se vuoi pronosticare buone cose ad una persona lo devi pregare di recarsi in luoghi non proprio ameni, ad esempio:
Nelle fauci di un canide, nel deretano di un cetaceo, trai genitali di un roditore istrocomorfo, oppure tra le mammelle di una imenottera. Scritte in questa maniera non dicono un gran che, e suonano anche strane, ma chi sa quante volte le avete sentite o dette. Se scrivo : in bocca al lupo, in culo alla balena, tra le palle all’istrice, oppure tra le tette alla formica, forse vi sembreranno più familiari. Prima di un esame o di qualcosa d’importante queste formule magiche sono state invocate dai più, con esiti altalenanti.
I modi di rispondere a questi “auguri” poi sono i più disparati. Oggi tra i ragazzini fashion va di moda rispondere al più classico in bocca al lupo con la frase “ci sono già stato“, oppure tra quelli iscritti al WWF “crepi il lupo ed il cacciatore”. Chi sa come risponderebbero gli iscritti alle lega per la protezione del lupo, magari con un “buona digestione“.

Quindi per riassumere. Se si vogliono vaticinare buoni auspici a qualcuno occorre invitare le persone ad andare in posti malfamati,puzzolenti, rischiosi. Indi per cui, quando si sente invitare qualcuno ad andare a fare in c… in realtà il declamatore spera che l’uditore riceva le migliori cose dalla vita. Così, più della metà dei saluti gridati tra automobilisti, che si incontrano per la prima volta in qualche incrocio o parcheggio, sono cordiali frasi di speranza per un futuro più roseo e ricco. Ma allora il famoso V-Day indetto da Grillo, che tanto ha imperversato sui giornali e nelle televisioni, potrebbe essere visto, dal punto di vista squisitamente scaramantico, come il più grande ritrovo di fedeli che auspicano “fertilità e longevità” alla classe politica italiana.

Ci vediamo tutti a quel paese!

17 settembre 2007

La rana e lo scorpione

Una rana e uno scorpione si incontrarono davanti a un fiume. Entrambi volevano passare dall’altra parte, e se la rana non aveva difficoltà, lo scorpione era preoccupato, perché non sapeva nuotare.
“Per piacere, mia cara rana, mi porteresti dall’altra parte del ruscello?" chiese lo scorpione, con la voce più dolce che gli riuscì di fare.

"Fossi matta!" gli rispose la rana "Non provare nemmeno ad avvicinarti, non ho nessuna voglia di farmi pungere da te".
"Ma ragiona, ranocchietta: se tu mi aiuti a passare il fiume prendendomi sulla groppa, io mai e poi mai ti pungerei: se lo facessi, annegherei, perché non so nuotare".
La rana rifletté, e decise di aiutare lo scorpione, un po´ perché aveva paura che altrimenti la avrebbe punta, un po’ perché era un animale generoso, e dopo tutto lo scorpione non le aveva fatto niente di male.E così lo scorpione saltò in groppa alla rana, e tutti e due si buttarono in acqua. Erano già a metà del percorso, proprio in mezzo al fiume, quando la rana sentì un dolore acutissimo sulla schiena.
"Ma come?" esclamò "mi hai punta! E ora moriremo tutti e due, io per il veleno, e tu perché annegherai! Ma perché lo hai fatto?"

E lo scorpione rispose: "Già, perché l’ho fatto? Perché pungere è la mia natura, e io non posso farci niente".

Questo racconto mi è tornato in mente per caso. Ripensando ad alcuni comportamenti delle persone che mi stanno a canto ed ai miei. A volte mi sembra che l'unica giustificazione possibile sia "non sono cattivo, è che mi disegnano così!", e forse anche chi mi scrive i testi dovrebbe passarsi una mano sul cuore, se ce l'ha.
Per il resto a voi usufruire di questa perla di saggenza, se vi va.


07 settembre 2007

Felicità vs Tristezza

Non so se vi è mai capitato di svegliarvi e sentirvi felici, ma non quelli stati di beatitudine spirituali, quella felicità da ultimo giorno di lavoro prima delle sospirate FERIE, oppure l’aver superato un esame o aver ricevuto la famosa risposta che tanto aspettavate.
Oppure, ahimè, aprire gli occhi ed essere colti dal malumore. Una sensazione simile alla tristezza del martedì mattina, dove si è già stressati dall’inizio della settimana lavorativo o scolastico ed il fine settimana è ancora lontano. Quello stato mentale dove non vedete tutto nero, ma un po’ di grigino sì.
Ecco, solitamente la vita passa spesso da queste situazioni. Oggi si è un po’ tristi e domani un po’ felici e viceversa. Una specie di oscillazione tra livelli di endorfine.

In questi giorni mi è capitato di ricevere diverse belle notizie: nascite, amici che hanno trovato lavoro o hanno trovato un lavoro che li soddisfa di più, persone che si sono ristabilite da brutti infortuni, inviti inaspettati, etc. ed ho notato che la mia reazione interna, il mio recepire la buona novella, è differente se questa mi viene data quando sono in un periodo felice o triste, tanto da farmi vedere il famoso bicchiere o mezzo pieno o pieno d’aceto. Non so…non è invidia, o forse non solo.
Ricordo gli stati d’animo, alla fine di un esame. Se lo passavo io e non i miei amici, ero felice ed un po’ mi vergognavo. Cercavo sempre di contenere la mia euforia. Al contrario se ero io quello che non riusciva a passare l’esame un po’ mi rodeva, e non solo per l’esito dell’esame. Si, forse invidia è il peccato che più si avvicina, ma non spiega, non basta. Ci vorrebbero anche gli altri sei peccati capitali e forse anche qualche reato da 3 anni con la condizionale.
Questo sentimento vago mi prende anche in situazioni in cui l’invidia non centra niente…
Non riesco a condividere pienamente gli stati d’animo di un’altra persona, se questi non li ha simili ai miei. E credo che questo sia abbastanza generale come discorso. Quando sono triste per un qualsiasi motivo ed incrocio una persona felice, ho quel senso di dolce/amaro che si ribalta completamente quando ad essere felice sono io. Un non riuscire a condividere a pieno il momento, l’emozione dell’altra persona, a viverla con quel leggero fastidio...

Ricordo in un film, un giocatore, “anziano”, alle preselezioni per entrare in una squadra di baseball che raccomandava ai rookie di non mostrare alcuna reazione al momento che, aprendo il loro armadietto, avessero scoperto di essere stati presi o tagliati. Una forma di rispetto verso gli altri.
La stessa cosa che ha fatto Gattuso dopo il fischio finale della partita con il Liverpool. È andato a stringere la mano alla squadra sconfitta, senza fare grosse feste sino alla consegna della coppa. Un segno di rispetto, che forse è stato poco sottolineato.

Chi sa.
Lascio in calce la frase del giorno presente sul sito dell’azienda per cui presto servizio.
Se date l'impressione di avere bisogno di qualcosa, non otterrete nulla.
Per far soldi bisogna fingere di essere ricchi.
(Alexandre Dumas)
Non centrerà molto con il discorso fatto…ma mi suona bene.

04 settembre 2007

Gelosia

Dopo uno scambio di battute con una collega blogger, mi trovo a riflettere sul sentimento della gelosia.
Durante la chiacchierata sono venute fuori:
Gelosia Possessiva: è quel sentimento ormai un po’ datato che coglie alcune persone nei confronti del proprio partner. Questo cerca di limitarne la libertà e di controllare ogni spostamento o azione.
Gelosia Relazionale: questa è più difficile da spiegare. È una sfiducia dovuta al sentimento di inadeguatezza che a volte si prova. Alla paura di perdere qualcosa, come uno sguardo od un attimo di vita dell’altra persona. Questa a volte conduce a fare gesti strani solo per attirare l’attenzione.
Gelosia Famigliare: la gelosia dei figli nei confronti della mamma quando questi sono piccoli e chiassosi. La gelosia della mamma nei confronti dei figli quando questi sono grandi ed iniziano ad allontanarsi.
Gelosia Puerile: questo è mio, ed anche se non ci gioco tu non puoi giocarci. I bambini quando devono giocare insieme. Una gelosia un po’ prepotente.

Io farei una divisione di tipo diverso. La Gelosia dovuta alla paura di perdere qualcosa e quella legata ad un sentimento di proprietà. Ecco la dividerei così.
Ci sono quelli gelosi perché non si sentono all’altezza ed hanno paura di perdere nel confronto con qualcun altro e quindi sono gelosi. Cercano di “difendere” le loro cose.
E gli altri, quelli gelosi perché non vogliono dividere le loro cose con nessuno. Devono essere "loro e solo loro a goderne".

La gelosia è un sentimento strano. Si sono scritte canzoni e tragedie. A tutti è capitato di essere gelosi di cose o persone. È un sentimento che cambia con l’età, con la vita. Forse la razionalità aiuta a mitigare questo sentimento che riesce a tirar fuori la parte peggiore che c’è in noi, a volte, con reazioni spropositate che producono sempre l’effetto contrario a quello desiderato.

Ma io di chi potrei essere geloso?

28 agosto 2007

Son tornato…

Ma com’è che il primo giorno di lavoro, dopo le ferie, più che meritate, è così pesante. Io che pensavo ad un rientro tipo scuola, rivedi i compagni, ti racconti delle vacanze, di cosa hai visto e di chi hai incontrato. Cerchi di occupare il tempo in attesa che la campanella suoni, perché anche i professori sono con la testa ancora in ferie, ed invece…uno schiacciasassi mi viene incontro. Lavoro arretrato che nessuno ha fatto, lavoro fatto da altri che mi tocca rifare…ma per fortuna che se chiudo gli occhi vedo ancora il mare, le colline, le spiagge e gli alberi. Treni, pullman, auto e barche. Piatti e risate. Vino e dolci…
Ed il cibo, ah il buon cibo, anch’esso un dolce e saporito ricordo. Mi devo mettere a dieta, altrimenti mi tocca rifare il guardaroba.

10 agosto 2007

SAP = Sono Alle Partenze

CHIUSO PER FERIE....MERITATE
RIAPRIRO' DOPO IL 27 AGOSTO 2007
A TUTTI QUANTI
BUONE VACANZE

08 agosto 2007

E sono di nuovo uno dei tanti

Che brutta sensazione scoprire di non essere poi così importante, di essere uno tra i tanti.
Tu che pensi di avere o di essere qualcosa di più, quel quid che…ed invece.
Si dice che nessuno è insostituibile, e forse la fuori c’è qualcuno che mi somiglia oppure a cui io assomiglio, non proprio uguali ma simili, e forse ce n’è più di uno. Eppure ho sempre pensato di essere nel mio piccolo unico.
Non mi basta essere riconoscibile. Voglio di più.
Non ho mai seguito mode o tendenze, ho cercato di essere sempre me stesso, magari esagerando a volte con l’originalità. Ho scoperto che molti miei amici, prima di conoscermi, pensavano fossi strano forte per il modo di vestire e di fare, ed a volte erano in imbarazzo quando prendevamo la metrò insieme.
E trovare persone, anni dopo l’università, che si ricordano perfettamente di te e tu non ci hai neanche mai scambiato una parola. Non più tardi di due settimane fa, ad una festa in una cascina nelle campagne tra Cremona e Mantova, ho incrociato un ragazzo che si ricordava di me dagli anni del poli, ed io non sapevo neanche chi fosse…mi ricordava a malapena Schumacher.
Penso che dopo le ragazze carine dei corsi, che ahimè erano sempre pochissime, la persona che più dava nell’occhio ero io.
Ma tutto questo non centra. Alla fine questo post è soltanto l’ennesimo sfogo per la mancanza di una persona accanto.
Cerco una donna, ho ancora gusti classici e semplici, per cui non essere: uno degli amici; uno dei colleghi; uno che è in fila con lei alla cassa del supermercato; uno che aspetta alla stessa fermata o con cui lamentarsi degli orari estivi dei pullman; uno che passava di lì in quel momento; uno per capire che si ama ancora l’ex o non lo si ama più; uno che c’è se serve.
Vorrei essere uno, due, tre…centomila…un milione…otto miliardi…dodici triliardi …novantasei fantastiliono… quasi la totalità per lei, ma non tutto e lo stesso sarebbe lei per me, ma forse questa è solo utopia.
Ed ora ci vorrebbe Daniele Silvestri, potrebbe cantare :
http://www.youtube.com/watch?v=xzMzAE3Ik7E

06 agosto 2007

La crisi del 6° Km

Ed ecco un’altra domenica mattina che mi vede trascinarmi, non del tutto sveglio, al parco, sotto un sole che alle 10 è già caldo da disidratarti. Il problema principale è che i miei soci di corsa sono tutti in ferie, ed io sono qui solo. Il che rappresenta un problema sia dal punto di vista della concentrazione per tenere il ritmo adatto, sia dal punto di vista della noia che ti assale. Dovrei correre con le cuffie nelle orecchie, ma preferisco sentire i rumori di fondo del parco.
Non ho fatto neanche 500 Mt. , e sono ancora alla ricerca del passo giusto, quando per fortuna una ragazza mi taglia la strada. Guardo e noto che il suo ritmo è solo leggermente superiore al mio, mi attacco, oltre ad essere un bel vedere.
Per non farle paura o cosa, non mi metto in scia, ma mi tengo leggermente di lato, così che mi possa vedere. Lei non si volta neanche a guardarmi, tira avanti. Due chiacchiere mi avrebbero fatto piacere, ma mi accontento anche di qualcuno che tenga il ritmo e del bel vedere (son sempre fatto di carne, anche se con questo sole si sta seccando).
Dopo poco più di 1 km. lei rallenta decisamente, allora prima mi affianco e poi la supero con l’intento di darle il cambio e farla recuperare un po’. Sento un mantice che si avvicina e mi supera. È lei che ha interpretato il mio gesto come un affronto alla sua superiorità ed alla sua stirpe di giovane guerriera amazzone.
Capito la cosa resto in dietro. La tengo come riferimento, tanto prima o poi cede. Ed infatti in prossimità del km. 3,5 cede. Mi affianco fiero e non la guardo neanche, come Luna Rossa cerco il vento giusto e la supero di slancio. Cavoli mi sento davvero figo. Al ristoro del 4 km mi fermo per rinfrescarmi un attimo e lei ne approfitta per superarmi, ma non mi preoccupo. Andrà in crisi da caldo così se non si rinfresca e reidrata. Ed infatti 700 Mt. dopo è ferma ad una fontanella, volto distrutto. È scoppiata. Io bello e fiero come un dio greco continuo. Peccato che ora senza punti di riferimento e nient’altro vengo colto da mille pensieri che prima ero riuscito a relegare in fondo al cervello. Il 6° Km è quello della crisi, sto percorrendo un tratto senz’ombra, il sole picchia ed asciuga tutte le mie forze. Ho la lingua talmente secca e ruvida che ci si potrebbe accendere un cerino. La mente continua a saltare da un segnale di dolore o di stanchezza che arrivano dalle varie parti del corpo ai pensieri più disparati:lavoro, ferie, amici, chi vincerà il gp oggi,casa, blog, blogger (o meglio ad una blogger in particolare). Sembra di assistere ad un ingorgo stradale. Ci vorrebbe un vigile.
Qui occorre far ricorso a tutte le energie rimaste, vado in modalità risparmio energetico. Piccoli obbiettivi. Arrivare: fino alla prima curva, fino a quel albero, fino a quella panchina e così via. Riesco così a terminare il secondo giro.
Arrivo alla macchina, apro il baule e vai di bibitone (acqua, limone e zucchero alla faccia di tutti i dopati che ci sono in giro).
Ed ora.
Il bibitone inizia a fare effetto, sento il beneficio degli zuccheri nei muscoli, ed il limone ha tolto la sensazione di sete simile a quella di un disperso nel deserto. Le gambe fanno meno male e sembrano meno pesanti, e dire che sino a poco fa sembravano due pezzi di granito. Inizio piano piano…cammino. Vengo superato dai pochi che corrono in questa prima domenica di agosto.
Ok ricomincio. Un passo dietro l’altro.
È arrivato, per fortuna, il vigile a sbloccare l’ingorgo. Peccato che un pensiero cerchi continuamente d’intraversarsi all’incrocio delle mie sinapsi cerebrali e di far saltare i miei ultimi 2 neuroni rimasti. Questa volta sono più forte.
Mi convinco a pensare ad altro, ma a cosa? Ad un bel post. Ma cosa scrivere…va beh potrei scrivere di queste ore che mi vedono impegnato in una fatica inspiegabile. Inspiegabile perché mi domando chi me lo ha fatto fare. Ed ecco che il titolo mi arriva di colpo: La crisi del 6° Km.
Il resto viene da se. Ed eccomi come per magia trasportato al parcheggio dove la macchina riposa all’ombra di un bel albero. Il trofeo di oggi è un’altra dose di bibitone, oltre al pranzo luculliano che mi aspetta a casa.
Ho corso per più di 12 Km., ed anche se il tempo impiegato è osceno sono arrivato sino in fondo, ed è questo quello che conta. Non fermarsi, rallentare, ma andare avanti senza farsi abbattere dalle difficoltà.

01 agosto 2007

Nascosti dietro ad una tastiera

Sono qui in ufficio che aspetto che la solita utente stordita si accorga che è passata l’ora di chiusura e che me ne voglio andare a casa. Ed in tanto spio i miei contatti messanger. A quest’ora la maggior parte ha lasciato l’ufficio, quindi sino a domani saranno presenti solo nel mondo reale. Va beh.
Sono qui ad attendere ed a guardare il telefono che non squilla (ho su le cuffie ed ascolto sigle di cartoni animati, perciò guardo il telefono, che possiede fortunatamente una luce rossa che si accende quando arriva una telefonata).
Mi ritrovo a pensare come sia diverso il modo di dialogare dal vivo o per via telematica. Nel primo caso i filtri, le inibizioni sono molto stringenti, mentre nascosti dietro i tasti di un pc ecco che anche la formica Amilcare riesce a strangolare l’elefante.
A dire il vero avevo sottovalutato la potenza di questi mezzi di contatto. Ho sempre pensato che uno sguardo, un profumo, un suono o un semplice contatto valesse molto di più di uno scambio di lettere digitali che non possiedono il calore di quelle vergate a mano. Non capivo come si potessero passare ore a messaggiarsi via pc o via sms. Ed invece.
Mi sentivo nel giusto come ci si sente quando ci si sbaglia, ed infatti mi sono sbagliato. Anch’io ho giudicato il piatto senza assaggiarlo, ed ora che l’ho assaggiato devo dire che mi piace. Devo stare solo attento a non “ingrassare” ed a “mangiare piano”.
Il problema è proprio qua. Mi ritrovo a massaggiare con più persone e con alcune di queste ad andare troppo veloce.
Troppo veloce nello scrivere. Troppo veloce nell’esprimermi. Troppo veloce nell’inviare. Troppo veloce nello scaricare. Troppo veloce nel rispondere. Troppo veloce nel chiedere.
Tutto questo porta ad una bella indigestione.
Quindi cerco di concentrarmi su altro. Ed il blog è un buon amico. Un amico che chiede poco, che c’è sempre, o quasi, quando lo chiami. Non sei costretto a rispondere alle sue domande. Lui è lì. Eppure anche questa è una forma di comunicazione. Ed anche qui le giornate a passate a controllare il numero di contatti, o i commenti lasciati. Oppure viaggiare sulla cartina per vedere da dove le persone si sono collegate e cercare nei puntini rossi gli amici lontani, ma solo geograficamente. È strano pensare che dietro a quei puntini ci siano persone in carne ed ossa che hanno speso almeno un secondo per venirmi a trovare, magari lasciando un saluto. Ed anche in questo caso, mi trovo al riparo dietro il fortino fatto di pulsanti, con le lettere a fare da vedette. Al sicuro do libero sfogo a tutto il mio ego, al mio egocentrismo, alla mia voglia di esprimermi e di esprimere ciò che si nasconde dietro.
E nascosto su questa barchetta navigo alla scoperta di altre persone, che inizialmente hanno solo una dimensione, poi due e forse un giorno tre.

19 luglio 2007

Come finisce un’amicizia?

Mi sono trovato di recente con dei vecchi amici per una rimpatriata…scambio di opinioni. In pratica da uno scambio di opinioni telematico sono venuti fuori vecchi rancori mai sopiti.
La serata si è svolta come la maggior parte delle serate solo uomini…si è bevuto, fatto commenti sull’anatomia delle cameriere e con lo scorrere dell’alcol anche su tutti quelli che passavano a tiro. Battute, scherzi e grasse risate.
E sarebbe tutto normale se, il motivo dell’incontro non fosse una situazione di rottura che si è creata tra alcuni membri del gruppo.

La discussione, appassionata, è andata avanti per ore ed in diversi luoghi (visti i commenti fatti abbiam preferito lasciare il locale prima che le cameriere e gli avventori iniziassero a risponder con i fatti alle nostro battute). Tutti cercavano di esporre le proprie ragioni e delusioni.
Ad un certo punto mi è sembrato che le persone che più ci tenessero a salvare il rapporto fossero proprio quelle più accalorate nelle accuse. In quel momento mi sono sentito molto ignavo (non ci credo sono riuscito ad usare questo “peccato” in un post). Lì ha guardare il fiume scorrere, ed ad aspettare che qualche corpo galleggiante mi passasse davanti.
Sono entrato nella discussione pochissimo. Per lo più ho ascoltato.
Mi sono chiesto poi il perché del mio atteggiamento. Perché tutto quello che a loro dava fastidio a me sembrava indifferente…forse non sono davvero un amico…
Mi sono spaventato. Ho pensato di non essere capace di difendere questo sentimento di amicizia, di non riuscire a dargli il giusto peso. E da lì è partita la riflessione.

Come finiscono le amicizie?

Né soldi, né donne, né politica potranno dividerci…così recitava una canzone. E se non sono questi i motivi che fanno finire un’amicizia, quali sono?
Quanti amici avevo quando ero piccolo; che fine hanno fatto?
Ad ogni ciclo della mia vita sono stato circondato da amici, sempre diversi e sempre nuovi. Gli amici delle medie, quelli delle superiori, quelli dell’università, quelli dell’estate, quelli delle vacanze, quelli della biblioteca, quelli degli altri.
Eppure tante delle persone che chiamavo: AMICO, ora non so che fine abbiano fatto.
Di tutta questa gente solo pochi sono rimasti, ed anche con loro il rapporto è cambiato. Non è evoluto, si è adattato.
Si è adattato alle esigenze della vita, e come dimostrazione di un novello principio darwiniano, solo il più forte è sopravvissuto.
Quindi, quando un amico mi fa uno sgarbo, ci resto male, mi arrabbio anche, ma non me la sento di perdere una di queste persone, per cui spesso lascio perdere. Un amico è un amico, punto e basta. Con i suoi pregi ed i suoi difetti.
Eppure molti amici si allontanano, piano piano scompaiono dalla mente, o meglio si nascondono in qualche anfratto per uscire solo nel momento del ricordo. Prima ne dimentichi il nome, poi il volto, i giorni passati insieme, fino ad arrivare a non ricordare perché eravate amici, ma la sensazione che ci fosse qualcosa che vi legava la sentite dentro, come se fosse una specie di dolce retrogusto che viene a bussarvi al cuore.

Quindi per gli amici che dovessero leggere questo post, mi scuso se non mi faccio sentire spesso, se sono sempre poco disponibile o cosa, ma vi assicuro che questo non vuol dire che non vi consideri amici.

12 luglio 2007

Un Anno è Passato

Non ho grosse idee su come festeggiare un anno e più dalla creazione di questo blog.
La cosa più ovvia dovrebbe essere quella di scrivere un bel post, magari stile Anno Nuovo, con tutti gli avvenimenti più o meno significativi avvenuti in questo periodo.
Il post inizierebbe così……..

Un anno è passato, e di cose ne sono successe.
L’Italia si è laureata CAMPIONE DEL MONDO di calcio, il Milan Campione d’Europa e l’Inter d’Italia.
Io sono passato da un contratto da stagista sfruttato ad uno a tempo determinato dove mi sfruttano.
Sono nati i figli di alcuni amici e mia sorella è convolata a nozze.
Mio padre ha avuto un brutto incidente.
Ed io sono caduto dalla moto ben 2 volte in un mese.
Ho cambiato macchina, o meglio sono tornato alla mia vecchia Clio.
Un paio di amici si sono dottorati, ed altri hanno cambiato lavoro o casa.
Il mio inglese peggiorato , se fosse possibile, mentre lo spagnolo è cresciuto, ma va coltivato con più cura.
I due di picche ora riesco a prenderli anche per via telematica.
Le distanze corse sono diminuite, ma la strada fatta è molta di più.
………

Il solito elenco di ricordi e nozioni che ha forse poco significato per chi legge, ma alcuni di questi avvenimenti per me hanno significato molto.
Ed ora il tocco finale, degno di una qualsiasi trasmissione radio…
Carissimi lettori, abituali od occasionali, qual è l’evento più significativo che vi è capitato tra:
il 7 Luglio 2006 e il 7 Luglio 2007?
Lasciate un messaggio.
Tutti verranno letti ed i più belli potrebbero essere usati in un prossimo post.

05 luglio 2007

Udito

Non ci crederete, ma ho scoperto che più si sale in alto e più le orecchie si chiudono e si sentono solo le cose che si vuole. Il problema è che in alto non è sempre un posto fisico.

Le onde sonore non dovrebbero subire la forza di gravità, nel loro caso conta solo la direzione. Segnale più alto in centro e in attenuazione ai lati. Eppure ogni volta che parlo con un “capo” questo prende le mie parole, le shakerà e poi ne tira fuori quello che vuole.
È una revisione storica in real-time. Fenomenale.
Più mi sforzo di usare parole semplici e frasi base, più loro riescono ad estrapolare ciò che gli fa comodo. Non so quante volte ho dovuto ripetere “non mi sono spiegato”, sono arrivato a pensare di parlare una lingua diversa da quella che sentivo uscire dalla mia bocca.
Questo non capita solo con il dialogo in ufficio.
Il concetto è applicabile anche in modalità UP-DOWN
Provate a chiedere ad un commerciante di alimentari “mi dia, gentilmente, 2 etti di …”, va da se che vi darà 2 etti abbondanti, diciamo quasi 3, e con la faccia più innocente che ci sia pone la solita domanda retorica “lascio”. E tu per no fare la figura del pezzente rispondi "lasci lasci".

Ma forse il problema sta proprio nella comunicazione.
Credo che ormai siano dati per assunti che i significati che si danno alle stesse parole, in un dialogo tra genitori e figlio, o tra uomo e donna, siano diversi. Questo crea incomprensioni.
Da parte mia posso dire che il mio udito è fortemente influenzato dal punto in cui si trova, nella mia Gaussiana, la ragazza che ho di fronte. Così un semplice “ciao ” viene interpretato come un “okkei sono pronta a fare una bella sudata con te sotto le lenzuola”, se è carina; ed un semplice saluto se si trova vicino allo ZERO della curva su citata.
Il “ciao” cambia di valore anche se chi ci parla mi è simpatico o no. Il “Ciao” di una persona simpatica è più ricco, è quasi un Moto Guzzi Nevada, rispetto all’anonimo “Ciao” di un antipatico, che ricorda più un Atala scassato.

Ma ancora più incredibile, mi è capitato di sentire discorsi per cui si può influenzare il relatore solo con l’atteggiamento e la …psicologica. Se fosse vero il mio capo si sarebbe già dovuto strozzare tre volte ed essere in viaggio per un luogo più popoloso della Cina, visto che sono in molti quelli che ci vengono gentilmente mandati giornalmente.

Ho scoperto di riuscire a distinguere le parole dette da una persona persa tra la folla (ovviamente non troppo distante), posseggo un udito direzionale. Più chi parla mi incuriosisce e più riesco a concentrarmi ed a sentirne la sua voce, filtrando il chiacchiericcio circostante. Come se avessi uno di quei gadget da UOMO DA 6 MILIONI DI DOLLARI $, ma pagato meno. La versione tarocca per farla breve.

Tutto questo viene poi amplificato dalla comunicazione scritta.
Questa dovrebbe aiutare eliminando il rischio di equivoci e di frasi tipo “ma io non l’ho mai detto”, oppure “ma io ho detto questo e non quello”. Ed invece, anche se metti le persone davanti al fatto compiuto esse continueranno a negare, e ti accuseranno di non aver capito ciò che c’è scritto nelle loro mail/istruzioni/indicazioni.
Una volta, un caro amico mi disse che per raggiungere casa sua dovevo percorrere un viale e svoltare alla terza strada a destra. Peccato che non tutte le strade a destra dovessero essere contate, secondo lui. Ogni volta che vado a casa suo, ormai mi perdo in una zona differente del suo paese, che per fortuna non è una metropoli.


Ho una collezione di mail in cui ciò che viene scritto non centra con quello che si vorrebbe. Tutte provenienti dalle mie utenti, che ora scrivono solo l’oggetto nelle mail e poi telefonano per spiegare cosa desiderano, adducendo che hanno poco tempo o, le più oneste, di non saper scrivere in italiano.

Ricordo, altresì, un professore di università che non voleva che si registrassero le sue lezioni. All’inizio ho pensato che il motivo fosse per mantenere alta la concentrazione degli studenti durante le sue spiegazioni, ma poi ho capito che la realtà era ben diversa. Le registrazioni avrebbero permesso di confutare le cavolate che diceva a lezione.

…ho riscritto la conclusione di questo Post più volte, nella speranza si trovare una battuta ad effetto che coinvolgesse l’udito e la mansarda, ma ahimè ho rinunciato, mi manca l’ispirazione, ed anche l’espirazione mi fa difetto.

24 maggio 2007

Restituir il mal tolto

Ieri sera si è giocata la finale di Champions League tra Milan e Liverpool.
Dopo una cena frugale, come per la finale dei Mondiali della scorsa estate, ho preferito guardare solitario la partita in camera mia.

Non riesco a condividere questi momenti, li sento troppo. Ecco, in queste situazioni divento molto introverso e scontroso. Preferisco gioire e sacramentare in privato. Il mio non è egoismo o egocentrismo, soltanto penso che ostentare la propria gioia o la propria tristezza non è sempre una bella cosa. Mi sembra a volte di essere maleducato nei confronti di chi non condivide i miei stati d’animo. Riesco a sentirmi imbarazzato per una gioia, o un dolore, provocata da una cosa così futile come una partita di pallone.
Finita l’euforia e gli sfottò con i cugini, ed i parenti più lontani; finite le interviste e le immagini del cammino che ha portato il Milan a questo appuntamento ed ad altri più o meno felici; finiti i collegamenti dalle piazze e vie invase dai tifosi festanti o piangenti; finito il mio viaggio tra i sogni accompagnato da Morfeo;ecco che mi viene il nervoso perché inizio a sentire i commenti più assurdi del giorno dopo.

Mi è capitato di dover discutere con una persona che dispensava le sue idee, come “Gesù nel tempio” (citazione per amanti di De Andrè). Additava i tifosi pontificando che fosse facile stare dalla parte del più forte, tifare i più forti ed i più potenti. Identificava il Milan con Berlusconi, e non condividendo le idee ed i modi di fare del Cavalier Silvio sputava su tutto e tutti. Faceva come si suol dire di tutta l’erba un fascio, e forse in questo caso il vecchio motto calza a pennello come il collant sulla telecamera.
A darmi fastidio non erano tanto le parole dette, quanto il fatto che questa è un’altra cosa che rischio mi venga sottratta, portata via.

Chiariamo subito che la mia fede calcistica prescinde da chi sia il presidente della squadra, il suo allenatore, dalle sue vittorie, dalla posizione in classifica e dai suoi giocatori. Queste sono cosa che passano e cambiano, passano come la gioventù o l’acqua nel greto del fiume, e cambiano come le convinzioni politiche o le mode. È un tutto scorre che fa molto “RAPA NUI” (gaffe storica dei giorni che furono e che in molti avranno sentito raccontare nelle serate di commemorazione).
La fede calcistica è una delle poche cose che non passa, che non cambia, se è sincera.
Mi dà fastidio non poter tifare il Milan senza essere associato a Berlusconi, non poter esultare gridando “Forza Italia”, non poter indossare il bandana, non poter dire “mi consenta” o dare del “coglione” a qualcuno senza essere associato al capo dell’opposizione di governo.

Mi spiace ma continuerò a tifar Milan; continuerò a gridare Forza Italia quando i miei connazionali, più o meno, rappresenteranno il Bel Paese in qualche evento sportivo e culturale; continuerò ad indossare i miei bandana multicolore per riparare il mio capo (quello a cui sono attaccate le mie orecchie e difeso dal freddo da quattro capelli che non vogliono arrendersi alla calvizie ); a dire: “mi consenta” a proposito ed anche no; a dare del “coglione” ad uno che è troppo pirla per essere una “testa di cazzo” (scusate la scurrilità).

Per par condicio devo dire che non solo l’uomo di Arcore ha sottratto al popolo modi di dire e fare, ma anche la coalizione, che ora è al governo, si è appropriata indebitamente di gesti ed idee. Infatti, io continuo a soffiare sui pugni per riscaldarmi le mani quando il freddo rallenta la circolazione del rosso sangue nelle vene, come fa Dalema nei video mandati a più riprese sulle reti Mediaset; a pensare che la quercia e l’ulivo siano dei bellissimi alberi anche se ai più fanno pensare a simboli di partiti; a sventolare la bandiera della pace, contro ogni guerra, che sia giusta o sbagliata (le guerre giuste sono guerre sbagliate chiamate in un altro modo); ad essere più vicino ai no-global che al WTO, globalizzare i diritti e la libertà si, ma non lo sfruttamento dei poveri e degli indifesi; a pensare che il MrDonald (non è un errore, si legge merdonald) faccia schifo.

E se è vero che neanche quaranta ladroni possono derubare un uomo nudo, questo non si può dire per i politici (molto populista quest’ultima frase, fa molto finto non-politico, ma rubar ad un ladro non è reato, o almeo così si diceva una volta).

22 aprile 2007

Luoghi comuni in ufficio

Nella pausa caffè, cosa ormai sempre più rara, scambio le solito quattro battute con i colleghi e le colleghe. Come sempre si spettegola di lavoro ed assenti. Di capi scorbutici e dei vestiti da velina della segretaria. Tra una frase e l’altra il discorso cade sulle auto. Nel cortile della palazzina che ospita gli uffici, infatti, è parcheggiata una Porche, e tutti lì a guardarla come fosse una novella opera di arte moderna.
Ed ecco arrivare il luogo comune di circostanza: “Il primo che mi dice che con le donne l’auto non conta lo investo con un Caterpillar”.
La mia collega, molto carina e bionda (giusto per tornare ai luoghi comuni), mi dice che non è vero che l’auto sia importante per fare colpo sulle donne!!!
Vuoi vedere che mi sono sbagliato…le chiedo per curiosità che auto possiede il suo fidanzato.
Lei con tutta tranquillità, affermando la cosa come se fosse la cosa più normale del mondo, “un auto sportiva”
“Aspetta, aspetta, ma non eri tu che dicevi che l’auto non conta”
“Infatti io sto con lui perché mi fa ridere”
Signori e signore ecco a voi un triplo tuffo carpiato rovesciato nel luogo comune. Applausi!!!
Per fortuna che si rende conto di quello che ha detto e cerca mille scuse e giustificazioni.

A sera, quando ormai anche il sole è andato a cercare ristoro oltre l’orizzonte, esco dall’ufficio in compagnia di altri colleghi. Fermi al semaforo passa una Lamborghini nera. Si gira una mia collega e chiede che auto sia, è sicura che non sia una Ferrari ne una Porche ma non conosce la “marca” dell’auto. L’unica cosa che ha capito è che con il proprietario del potente mezzo una pazzia ce la farebbe volentieri.
Se qualcuno si sta chiedendo se è bionda la risposta è no. Va bèh lasciamo perdere.
Donne e motori…

Nuovo giorno di lavoro. Come al solito do un’occhiata alla posta prima di iniziare il solito tran tran.
Il grande capo ha mandato una mail dove esorta tutti i dipendenti a compilare un questionario per la valutazione personale nella intranet aziendale. Per evitare problemi allega anche documentazione dove viene spiegato come procedere.
Ligio al dovere, ed al fatto che oggi non ho proprio voglia di lavorare, apro il documento e che ti trovo…presentazione Power Point con utilizzo delle vecchie slide. Nessuno dice nulla.
Ma come, io per aver leggermente deformato il marchio aziendale nella firma delle mail, per renderlo più visibile, mi sono preso un velato richiamo.
Comunque seguo le indicazioni del documento, che risultano completamente errate. Mi verrebbe voglia di gridare, ma qui anche i muri hanno orecchie e poi ti rinfacciano tutto. Chiedo quindi lumi al mio mentor. Mi risponde che è preso e quindi mi rimanda a data da destinarsi. In breve, il capo sarà pure il capo ma non capisce un emerito “organo riproduttivo maschile”. Ed eccoci all’ennesimo luogo comune o verità storica, ai posteri l’ardua sentenza.

Sono qui che sudo le proverbiali sette camice, che per fortuna mia madre ancora mi lava e stira, che mi tocca sentire una collega che si lamenta di dover venire a lavorare durante il prossimo ponte, mentre il suo dirimpettaio di scrivania risponde che guadagna troppo poco.
Precisiamo, la mia collega si è fatta una settimana di ferie al mese da gennaio a questa parte, ed il mio collega ha il mio stesso livello d’inquadramento e guadagna molto più di me, oltre a non fare un cavolo. E se poi le balle mi girano e se mi si brucia la resistenza umana non chiedetevi il perché.

I luoghi comuni in ufficio poi si sprecano.
La segretaria che passa più tempo alla ricerca di complimenti sul suo aspetto che a lavorare. Una volta facendo delle fotocopie si è rotta un unghia e voleva chiedere il rimborso spese per la manicure.
Il manager che nove volte su nove si dimentica di averti dato un appuntamento o promesso di scriverti una mail di risposta, ma tu devi portare pazienza, devi capire, lui/lei è preso in cose più importanti, cioè tu conti meno del ristorante da prenotare per la sera.
Ed ecco il cliente, personaggio mitologico, un misto tra il caporale di Toto e l’Alfredo, rompiscatole, della canzone di Vasco. Anche a me, a volte è passata per la testa l’idea di dargli una ripassatina con il Caterpillar, così da ammortizzarne l’acquisto fatto precedentemente.
Si fa bello con il tuo lavoro e ti “shampa” per un suo errore. Vuole sempre avere ragione, altrimenti prende il pallone, che è suo e ci tiene a ribadirlo, e se ne va.

Sui colleghi, oltre alle righe già scritte, si potrebbe riempire un intero blog. Chi sa che dopo il tema, cosi abusato alle elementari: DESCRIVI IL TUO COMPAGNO DI BANCO, possa iniziare un nuovo filone sui colleghi di lavoro.
Come concludere, con il luogo comune della sera:
Vuoi mettere il piacere che si prova a togliersi le scarpe strette alla fine di una giornata del genere.

21 aprile 2007

Terzino nella vita

Ho sempre giocato in difesa, fin dai primi calci tirati al pallone con gli amici ai giardini o per le strade, non ancora dominate dalle ruote e rese più grigie da polveri sottili e fumi di scarico.
Il tempo passava ed io sempre lì. Terzino. Centrale. Stopper. Libero. La mia linea Maginot.
Sempre nella retroguardia, a cercare di difendere la porta e non solo, ad aiutare i compagni e a far ripartire il gioco, nel tentativo di costruire qualcosa. Forse apprensivo o troppo severo, sempre a gridare cosa fare, a cercare di organizzare.
Che ricordi, difficilmente lasciavo la mia posizione, troppo rassicurante. Lavoro semplice e chiaro. Avversario. Pallone. Recupero. Passaggio.
Nel lavoro e nella vita lo stesso. Attaccanti, centrocampisti, difensori, portiere. Quattro grosse classi.

Di sicuro si può dire che non sono un attaccante, indole più consona ad un commerciale. Ad uno di quelli che deve segnare, fare bottino, spesso grazie alla loro abilità od all’ingenuità altrui. Colpi di classe alternati a gol di rapina. Opportunisti dei 16 metri. Dei front man.
Quelli che finalizzano il lavoro degli altri, che si prendono gloria e soldi, ma anche una gran quantità di calci. Quelli che vengono riconosciuti alle feste. Quelli con le auto sportive ed una ragazza troppo bella al loro fianco. Sempre al centro dell’attenzione.
Forse troppo lontani dal mio essere un po’ troppo formica.

Dietro di loro ci sono i centrocampisti. Il supporto tecnico. Quelli che tengono uniti la difesa e l’attacco. La produzione e la vendita. A loro il compito di tenere unita la squadra. Di supportare l’attacco e di aiutare la difesa. di tenerli vicini e di rendere più facile il dialogo, altrimenti complicato a causa della distanza, non solo fisica. Nella compagnia a volte erano quelli che facevano numero, che organizzavano gite e serate. I mediatori, per scelta o per necessità. Sempre impegnati in qualcosa. Nel parcheggio sotto le loro case, di solito, trovi una berlina o un’utilitaria di lusso. Dividono la camera da letto, e la vita, con la compagna di banco di quando andavano a scuola o con una vecchia amica.

Ed ecco che arriva la difesa. quella che protegge il risultato, il tesoro. Quelli che ci mettono oltre la faccia anche la gamba. Che rincorrono, recuperano, ricostruiscono, ed a volte rubano agli avversari. Che devono prevedere le finte, anticipare. Evitare le fregature e le false piste. Giocare con la testa ma non solo. Sempre sul chi va là. Quelli che spesso escono sporchi dal campo.
Persone poco appariscenti, grandi lavoratori, che tirano la carretta, poco inclini a far chiacchiere. Gente che va al sodo, con poco tatto, a volte, ma da cui puoi comprare una macchina usata. Solitamente una famigliare o al massimo una monovolume. Innamorati di donne pratiche e materne.

Ed in fine il portiere. Ruolo strano. Dentro e fuori dal gioco. Ricorda il consulente. Gioca con te ma sembra non far parte della squadra. Deve risolvere gli errori degli altri. Si prende oneri ed onori. Gloria e fischi. Chiamato ad intervenire quando tutti gli altri hanno fallito. Quando la squadra ha bisogno di aiuto per difendere la porta. Pagato per lavorare e non. La sua presenza è quello che conta. Sono le persone che ti aiutano quando forse non pensavi più di farcela. Per loro l’auto è solo un mezzo. Loro cercano una compagna con la stessa luce negli occhi, che guardi con loro nella stessa direzione.

Come la maggior parte delle classificazioni è puramente personale, soggettiva e di parte. Molto maschilista. Calcio, auto e donne. Gioie e dolori.

17 marzo 2007

Due birre, un amore, ma soprattutto due birre

Apro gli occhi e la vedo seduta nella poltrona accanto alla mia. Indossa una canottiera rossa e degli short, ai piedi le amate infradito comprate insieme su una bancarella ad uno di quei mercatini di rione in una calda giornata estiva. Cerco la sua mano. Lei me la porge ed io la prendo come se fosse un dono delicato, la stringo ma con delicatezza. D’istinto la porto alla bocca e primo del contatto tra le nostre pelli è il suo profumo ad entrarmi dentro. Ad accelerare il mio battito. Il contatto tra le mie labbra ed il dorso della sua mano mi restituisce un’onda di emozioni.
Cerco i suoi occhi., lei distoglie lo sguardo dal libro che sta leggendo e mi fissa, ed è in quel preciso istante che vedo il mare azzurro in cui sono naufragato. Quel mare è lei…
DRIN! DRIN! DRIN!
Apro gli occhi, ma non c’è nessuna lei accanto a me. Sono nel mio letto. La maledetta svegli mi ha trascinato fuori dal sogno per portarmi in questa realtà. Nella realtà in cui lei è lontana e non sa. Non sa quanto è importante e quanto può far male.
Spengo la fredda, insensibile, inopportuna e precisa sveglia e mi alzo.
Solita routine: doccia; colazione; barba e denti; vestito e fuori. Dal lunedì al venerdì sempre uguale. Mi aspetta un’altra giornata popolata dalle mie arpie, alias le mie utenti. Queste si sono accordate per avere la sindrome premestruale a turno, così da non farmi dimenticare quanto questa può essere fastidiosa anche per chi, come me, alla parola ciclo associa delle ruote e a volte qualche ingranaggio.
Arrivato al lavoro sento ancora il profumo del sogno. La giornata passa tra alti e bassi, ma per fortuna è venerdì, il mio sabato del villaggio. Questa sera a cena con gli amici e per un po’ niente lavoro e casini. Ma mentre mi reco al luogo del ritrovo ecco che il sogno torna, e questa volta bussa al mio conscio. Cerco di ritrovare tutte le sensazioni provate nella terra di Orfeo, ma queste giungono deboli ed attutite. Ed ecco che mi ritrovo a scriverle sul quaderno, tra gli appunti del solito noioso corso aziendale e la brutta di un progetto per il lavoro.
È difficile scrivere mentre la metropolitana corre verso il capolinea, vedendo le fermare come ostacoli, da abbattere senza fermarsi troppo per vedere se ci sono resti. Non rinuncio a cercare di fermare sulla carta il sogno e scrivo. La calligrafia risulta incerta, ma la penna scorre, cercando di portare tra le righe del foglio il profumo che mi ha portato la mente più vicina al cuore.
Arrivato al capolinea smetto di scrivere e mi tuffo tra la folla che corre fuori.
La serata trascorre tra ricordi, ottimo cibo e superbe birre distillate in casa.
A fine serata tutti a casa.
La vita torna a scorrere placida, ma ogni tanto torno a pensare al sogno e mi chiedo, come un novello ragazzo della via Gluck, dove sia il treno dei desideri che all’incontrario nei miei pensieri va… magari lei è lì che mi aspetta.
Chi leggerà queste post penserà che il posto migliore per queste parole sia una di quelle riviste che leggono mamme e nonne, dal parrucchiere o quando cercano un po’ di tempo tutto per loro per poter sognare in “un attimo”.
Io le ho scritte per poterle guardare da lontano, cambiando prospettiva, provando a capire cosa ci sia dietro al mio viaggio onirico. Quali paure e quali desideri.

24 febbraio 2007

DIVENTARE GRANDI

Quando si diventa grandi? Questa è una di quella domande che nella propria vita ci si è fatti milioni di volte. Le risposte sono anch’esse milioni. Diventi grandi quando: ti danno le chiavi di casa, ma quelle di casa tua; quando il tuo campione preferito è più giovane di te; quando scopri la morte; quando prendi la patente o puoi andare a votare; quando la parola vacanze viene sostituita da FERIE; quando l’amore non è più un bisogno ma una necessità; quando i battesimi a cui vieni invitato superano i matrimoni.
Penso che si diventi grandi quando si inizia a non dipendere più da una persona ma qualcuno inizia a dipendere da te. Questo è il momento in cui si guarda l’altra faccia della moneta. Dove bisogna essere responsabili, far di conto e lavorare. Dove le conquiste sono meno epocali, ma anche quelle piccole danno una grande felicità.
Quando si vedono gli amici e s’inizia a parlare di case e lettini e non più di scorribande e zingarate. Queste torneranno, forse ad un età più disincantata.
Ogni tanto mi fermo a pensare quanto sia cambiato, come il tempo e la vita si siano presi i miei sogni per darmene di nuovi.
Le mie convinzioni politiche sono meno sicure, e quello che pensavo fosse giusto una volta ora mi sembra un errore, anche se veniale.
Molti dicono di avere ancora un bambino dentro di loro, ma è spesso una scusa per non affrontare le loro paure ed i timori riguardanti il futuro. Il non sapere domani cosa sarà..
Non mi sposerò con la compagna di classe ritrovata dopo anni, come succedeva nei racconti delle riviste che mia mamma leggeva quando ero piccolo. Il mio primo incontro con la scrittura.
Non diventerò un giornalista sportivo, che guarda le partite a scrocco, e litiga nei processi alla televisione, oppure uno di quelli che fa reportage da posti favolosi senza aver provato a conoscere realmente i posti che visita.
Non diventerò un famoso calciatore, bandiera della sua squadra, che viene portato ad esempio per la dedizione e l’impegno, il quale è rimasto con i piedi per terra e frequenta ancora i posti dove da ragazzino tirava calci ad un supertela con gli amici.
Non sarò un attore comico, che con la maturità si può permettere di fare anche film impegnati, ma che comunque non rinnega la sua gavetta fatta di film scollacciati.
Ma basta con i non sarò!
È difficile dire quello che sarò tra cinque anni, o forse anche tra uno. La vita ti mette spesso davanti a scelte e queste decideranno chi sarai. Eventi ed incontri sono all’ordine del giorno e con il giusto spirito, penso si possa continuare a sorridere.
Penso di aver raggiunto un’età in cui si sa che: le cose passate sono passate, che ha smesso di disperarsi sia per le cose che non ha o non avrà, mentre quelle che non ha più sono solo un ricordo, amaro ma solo un ricordo che non possono condizionare la vita per sempre. Ora non resta che farsi nuovi ricordi e raggiungere nuovi obbiettivi, diversi e che si adattino alle nuove esigenze ed allo spirito.
Cercare di essere nuovi come il domani, senza dimenticare ieri e vivendo oggi.

21 gennaio 2007

Gioco di squadra

Mi trovo a correre da solo in mezzo al parco per cercare di scaricare un po’ dello stress accumulato durante la settimana. I miei compagni di corsa sono già tornati a casa a causa dei postumi di infortuni di vario genere.
Guardo gli altri podisti. La maggior parte corre con le cuffie nelle orecchie e lo sguardo fisso, quelli allenati, quelli meno allenati hanno il volto trasfigurato con l’espressione tipica di quelli che si chiedono “ma perché”. Mi ritrovo a ripensare ad una cosa che avevo già notato. Com’è diverso correre in compagnia o da soli. Molti pensano che correre sia uno sport individuale, ed invece si sbagliano. Questo è uno sport in cui l’approccio definisce se lo sport è individuale o di gruppo. Correre in gruppo, con le logiche del gruppo, lo rende uno sport di squadra. È “il capo branco” che da il ritmo o che lo controlla, adeguandosi alle necessità del gruppo e della situazione. Se ci si avvicina in maniera solitaria, allora è uno sport individuale. Dove il ritmo è deciso in maniera personale. In questo caso non ci sono le necessità degli altri. Sta tutto nell’approccio.
ed ecco che inizio a ricapitolare gli eventi della settimana lavorativa.
Ci sono state un po’ di rivoluzioni in ufficio, ed il “team” o il “group”, come si usa dire, ha avuto alcuni cambiamenti. Il primo è stato il mettere in opera un piano di sostituzioni. Cioè, nel caso qualcuno del gruppo mancasse, come organizzarsi per affrontare il lavoro. Nel piano presentato dalla responsabile del gruppo non si teneva conto delle varie evoluzioni subite negli ultimi mesi e si continuava a ragionare con una logica di anzianità, dove lei faceva bella figura e noi il mazzo. Io ho cercato di proporre un piano alternativo, con le mie motivazioni che erano legate ad una logica di gioco di squadra, dove tutti dovevano aiutare, e dove quindi noi continuavamo a farci il mazzo, ma almeno questo veniva riconosciuto. Per spiegarlo alla responsabile ho portato l’esempio del passaggio da una difesa a quattro ad una a tre, dove vengono ridefinite le zone di competenza per suddividere il carico di lavoro su tutti.
Apriti cielo. Lei odia i giochi di squadra. Questo avrei dovuto capirlo dall’osservazione dei suoi comportamenti nel gruppo. Lei per l’appunto ha un approccio individualista. La vita si capisce solo guardandola a ritroso, ma va vissuta in avanti. Va bèh.
Dopo aver passato più di un’ora nel spiegarle la filosofia dietro il mio schema, che avevo precedentemente discusso con i colleghi, per cui mi sono beccato una strigliata perché dovevo prima parlare con lei, lei va in riunione con i capi e presente il mio schema. Quando esce guarda i colleghi e chiede come mai nessuno aveva parlato prima. Eccoli che si girano e mi guardano. Per fortuna una collega interviene in mia difesa ricordando che il progetto di sostituzione era stato fatto molto tempo prima, quando il gruppo era formato da altre persone e lo scenario era diverso. Si ferma prima di dire quello che pensiamo tutti. Qui se parli ti cazziano e se non parli ti cazziano lo stesso. Se per caso hai una buona idea, l’idea è del gruppo quando va bene, e del capo se l’idea è veramente buona. Se è una cavolata l’idea è del gruppo meno il capo che aveva detto che era una cavolata.
Solo ora noto che queste cose mi sono state raccontate da tutti quelli che lavorano in un ufficio, oltre ad averle lette nelle strisce di Dilbert. Aspetta, ingegnere occhialuto con cravatte improponibili, colleghe che gli regalano solo due di picche, colleghi stressati o maestri dell’imboscarsi, capi che si pavoneggiano e si fanno belli con il lavoro dei dipendenti sminuendoli e terrorizzandoli con minacce di rappresaglie… a no, fiuuuuuu io non ho un gatto.

26 dicembre 2006

Regali di Natale

Come non parlare del Natale, soprattutto ora che è appena passato. Non ho intenzione di mettermi qui e fare una filippica su cos’è il Natale o cosa dovrebbe essere. Disquisire di consumismo o di pace globale (anche se lo spererei). Voglio, invece, porvi una domanda. Quanti di voi conoscono qualcuno che odia il Natale e questo periodo di feste? Penso un po’ tutti.
Ecco, vi siete mai fermati a chiedervi il perché di ciò?
Io non mi sono fermato, essendo in tangenziale di ritorno a casa dalla cena aziendale, per l’appunto non mi sono fermato ed ho cercato una spiegazione. Le cene aziendali sono una di quelle cose che non ti fanno amare questo periodo. Sei “costretto” a vedere, fuori dall’orario di lavoro, colleghi che già normalmente fai fatica a sopportare. Avendo il tuo capo seduto a fianco, non ti puoi godere neanche la tavola, per non fare brutte figure. L’immagine è molto nel campo della consulenza. Dover ascoltare il solito direttore, che pomposo, parla di cifre e di trading positivo, di sviluppo ed investimenti, ma che se gli chiedi un aumento ti guarda indignato come se ti avesse colto a rubare in chiesa. Colleghi che ti parlano soltanto di lavoro o dei pettegolezzi dell’ufficio. Se ci provi con la segretaria, o con una delle poche colleghe, ti ritrovi sulla bocca di tutti alla pausa caffé il giorno dopo, e dal capo a fine settimana. E per finire monti la faccia di bronzo più lucida che hai e fai gli auguri, meno sinceri, a tutta questa fauna con cui dividi l’habitat aziendale.
Sono anche uno dei fortunati che riceve il pacco dono aziendale. Proprio un pacco. Ma non dovrei lamentarmi c’è chi sta peggio.
E qui nasce tutto. Chi non ama il Natale, a mio avviso non lo ama perché: o non riceve regali o riceve cose che non gli piacciono. È vero che si suol dire “a caval donato non si guarda in bocca”, ma è anche uso rispondere che “i denti glieli tolgono dal c…”. Se ci fate caso, le cose che davvero danno fastidio non sono: le giornate passate freneticamente di negozio in negozio a litigare con la gente per accaparrarvi l’attenzione dello stressantissimo commesso, il quale alla fine vi dice che quello che cercate è esaurito, come lui. O i pranzi/cene con i familiari che potrebbero sfamare un paese del terzo mondo. Lunghi come film di Kieslowski e con la stessa allegria. L’incontro con parenti che ti fanno le solite fastidiose domande su famiglia e lavoro, e se non rispondi che stai per diventare top manager e che la tua fidanzata, bellissima ovviamente, con cui a breve convolerete a giuste nozze per poter aumentare il numero di terrestri, ti fissano con gli occhi che già sbadigliano pensando che sei il solito fannullone poco serio che campa sulle spalle dei genitori.
Ed ecco che arriva lo scambio dei regali. Cosa può succedere:

1. il regalo non ti piace. Odi l’odore delle candele e non indosseresti mai il maglione, di colore improbabile, con ricamato un alce che beve in un laghetto, di tre misure più grande o piccolo, che ti è stato regalato.


2.il regalo ti piace, infatti ne hai ricevuti ben quattro, oltre ad averlo comprato tu stesso un mese prima.


3.il regalo è lo stesso che hai fatto tu a loro l’anno prima, e quando dico lo stesso intendo proprio lo stesso

4.sei allergico a metà dei componenti che costituiscono il regalo, e questo è risaputo


5.il regalo è stato fatto a te ma pensando a tutta la famiglia, cioè appare il tuo nome sul biglietto, ma il regalo non è tuo.


6.il regalo vorrebbe essere utile, solo che non sai come adoperare uno sbuccia mele automatico che sbuccia solo mele geneticamente modificate con forma perfettamente rotonda e superficie liscia come un tavolo da biliardo.


7.il regalo è un libro/disco/film che hai già letto/sentito/visto e ti fa totalmente schifo

8.il regalo è scaduto o non funziona


9.mentre a te regalano, se sei fortunato, il primo modello o quello economico al cugino più antipatico regalano l’ultimo modello o la versione delux

10.uno dei due non ha fatto il regalo all’altro.

Mi fermo qui perché, quando si inizia a catalogare qualcosa, tra eccezioni e precisazioni si potrebbe benissimo andare avanti per giorni.
Ed ecco che tutto si restringe all’aver ricevuto almeno un bel regalo. Un regalo che non solo ti piaccia. Ma che ti sorprenda, ti emozioni, ti faccia ridere e piangere allo stesso momento. Un regalo che vada oltre lo spacchettamento. Un regalo fatto con il cuore e con la testa. Un regalo che ti faccia capire che hai fatto bene e che sei apprezzato o per i più romantici amato.
Quindi ode al consumismo con concetto. E non preoccupatevi c’è sempre la befana ed il suo carbone a vendicarvi dei regali ricevuti.

P.S. chi partecipa alla riffa post natalizia quest’anno?

26 novembre 2006

DOVE SEI?

Sono uno scapolo impenitente. A voler ripetere le solite battute per sdrammatizzare la mia situazione sentimentale dovrei dire che sono single per scelta…scelta delle donne.
Da qui inizia il cammino che porta a sentirti dire: ”non ti preoccupare troverai la donna giusta quando meno te lo aspetti”. Beh se è davvero così, non la troverò mai, visto che l’aspetto da tempo. E qui partono aneddoti personali o di amici fino ad arrivare a conoscenti e figli di amici della portinaia del palazzo della zia del proprio dentista, che dovrebbero rincuorarti ed invece ti fanno solo girare le scatole. Pensi: perché a loro sì ed a me no?
Provate ad indovinare ora qual è il prossimo passo in queste situazioni… i più bravi avranno già risposto. Ti presento un’amica della mia ragazza, secondo me fareste una bella coppia. Scatta la domanda di rito: “com’è?” e si ti rispondono simpatica ho imparato che è già abbastanza. A volte, dopo che mi presentano questo essere, che per loro è stata creata da forze sovrannaturali per rendermi felice, penso che non mi conoscano o che gli ho fatto qualche sgarro ed ora vogliono farmela pagare o che i miei amici mi vedono alla canna del gas quindi pronto a caricare anche un frigo a tre ante o che sono di bocca troppa buona.
Ho la fortuna di avere molti amici fidanzati o sposati, e per alcuni di loro la colpa è mia, visto che sono stato io a presentarli alle rispettive consorti. In poche parole hanno pescato nel mio laghetto il salmone più grande del Canada direbbe Sampei. Sono felice per loro, anche se un po’ d’invidia, lo ammetto, mi pungola quando la tristezza mi viene a far compagnia.
Ma non è di questo che voglio scrivere.
Questo viaggio nell’introspezione personale ha avuto inizio con l’ennesima telefonata di Regina Asciugona. Il solito invito a cena che nasconde: la richiesta di un aiuto in qualche attività manuale; o la mia mutazione in un orecchio per ascoltare le sue lamentele; o fargli da “dama di compagnia” o quando va bene da “accompagnatore”.
Ho iniziato a pensare come cambierebbe la mia vita se avessi una fidanzata ( titolo molto impegnativo, almeno all’inizio), ragazza fissa (potrebbe pensare che ce ne siano altre a giro), la mia donna (ma non vorrei che la facessi sentire vecchia o le trasmettesse una qualche vecchia idea di possesso), amica particolare (a forte rischio di fraintendimento, potrebbe sempre simulare un orgasmo davanti ad una pizza e scappare con il cameriere), compagna (poco political correct)… ecco il primo ostacolo sarebbe il titolo da darle. E se chi ben inizia è a metà dell’opera, io sono ancora fuori dal teatro.
Ogni tanto provo a fare l’elenco delle mie amiche papabili, e se non è scattata la scintilla un motivo c’è, e non sempre è facile da spiegare con la ragione. Ed ecco la frase da Baci Perugina che non può mancare: IL CUORE HA RAGIONI CHE LA RAGIONE NON PUO' COMPRENDERE.
Questo sarà anche vero nella maggior parte dei casi delle ragazze che ho conosciuto, ma non sempre è così, almeno per quelle che mi sono state presentate come le probabili future regine del mio cuore secondo me una spiegazione logica al perché non ci sia stata la famosa scintilla la si può trovare.
Innanzi tutto più della metà delle famose amiche che mi sono state presentate, come dicevo, è caratterialmente incompatibile con il sottoscritto. Io amo leggere, ed alcune al massimo hanno letto le istruzioni del colorante per i capelli. Non sono un amante delle discoteche e mi presentano cubiste, carine non c’è nulla da dire ma la prima cosa che ti chiedono è quanto guadagni. Altre che risultano simpatiche come può esserlo un calcio fra i denti.
Sono uscito con una ragazza che parlava solo di calcio, beveva come un marinaio di ritorno da una traversata oceanica, ed il linguaggio era simile a quello di uno scaricatore di porto, giocava a carte come un vecchio da circolo del dopo lavoro ferroviario. Alla fine della serata mi sembrava di essere uscito con un uomo.
Senza parlare di quelle con cui non puoi intavolare nessun discorso. Il loro unico neurone è troppo impegnato a cercare un Venerdì che gli faccia compagnia nell’isola abbandonata che hanno tra le orecchie, ma ahimé alla bella mancano anche altri giorni della settimana.
Mi è capitato di uscire con una ragazza che era appena uscita da una storia di tre anni con un tipo, mi ha detto proprio così. Tanto che mi sono voltato a vedere se c’erano Elio e le storie tese dietro di me o se ero finito su candid camera, e che quindi doveva ritrovare un po’ della sua libertà e dei suoi spazzi. Va bene. Peccato, o per fortuna, che lo spazio che cercava era nel letto di un suo collega.
Se nel mucchio esce una ragazza simpatica questa nel giro di poco o litiga con l’amica che me l’ha presentata o si fidanza con l’istruttore della palestra o si trasferisce per lavoro a d almeno trecento chilometri di distanza, sempre che non si sposi prima con un mio amico che passava di lì.
Un consiglio: non organizzate uscite con molti amici per non farla sentire in imbarazzo, va sempre a finire che la vostra principessa se ne va con il principe azzurro di un’altra favola e voi tornate ad essere un ranocchio.
Alla fine di questo sproloquio l’unica cosa che mi resta da dire è:
Dove sei? Io sono qui che aspetto.

14 ottobre 2006

L’ARBITRO È DI MADRID – VENNI, VIDI E BEVVI

Una delle domande che si fanno più di frequente ai ragazzini è:” Cosa vuoi fare da grande?”. Una delle risposte più gettonate è “Il calciatore”. Beh io questo sogno l’ho realizzato, anche se solo per un fine settimana.
Grazie ad una di quelle iniziative dell’ufficio marketing, per abbassare l’imponibile ed aumentare lo spirito di appartenenza alla società, mi trovo su di un aereo con destinazione Madrid. La cosa più strana è che sto andando a Madrid a giocare a calcio. A volte i sogni si realizzano.
Atterrato in perfetto orario io ed il resto della squadra veniamo accolti all’uscita da un omino con il cartello della nostra azienda. Questo ci scorta sino al bus che ci porterà all’albergo. Proprio come per i veri calciatori.
Lungo la strada si vedono una marea di quartieri nuovissimi, da sembrare quasi finti. Potrebbero benissimo essere la scenografia di un THE TROUMAN SHOW iberico. Albergo 5 STELLE. Con tanto di usciere che ci accoglie all’ingresso. La hall è davvero grande. Veniamo registrati e poi saliamo in camera. Evito di dilungarmi sulla descrizione degli arredi e di tutto il resto. Basta ricordare che l’albergo ha 5 stelle mica per ridere. La sera c’è la presentazione dell’evento e cena con i partecipanti. Beh cena. Il ritrovo è alle 21:30. per fortuna ho mangiato in aereo altrimenti il minibar mi sarebbe costato uno stipendio. Non so se sarà una serata in tiro o casual. Questo dubbio attanaglia anche gli altri. Meglio scendere tirati e poi vedere, in fin dei conti ci sono anche i vertici del gruppo. Al banco riservato all’evento noto che gli unici in tiro siamo noi. C’è gente in pantaloncini e canotta. Addirittura uno in ciabatte. Rapido sguardo tra di noi e decidiamo di tornare in stanza ed abbigliarci in una maniera meno formale. Un’intera sala è stata riservata per noi. I tavoli sono apparecchiati in maniera impeccabile. Al centro intuisco esserci il tavolo delle “autorità”. Anche loro sono abbigliati con jeans e polo. Inizia a girare il vino. I brindisi ed i canti si susseguono alternati a portate di tapas. Forse stiamo esagerando. Domani dovremmo giocare. Ma l’atmosfera cameratesca e l’aria di movida ci hanno contagiato così che, dopo aver scattato le foto di tiro con i sommi capi, partiamo alla ricerca di vita notturna.
Troviamo un trittico di locali uno a fianco all’altro con la gente che tranquillamente entra ed esce. Ci infiliamo anche noi, in disco prima della partita proprio come i campioni più blasonati.
La stanchezza del viaggio si fa sentire ed io ed una parte della squadra decidiamo di tornare in albergo. Quando mi addormento il giorno della partita è già iniziato da un pezzo. Per fortuna giochiamo alle 12:30.
Alle 10 appuntamento per la colazione. Ma sarà la terra straniera, la lingua, i tavoli imbanditi con mille leccornie tanto che più di una colazione noi facciamo un vero e proprio banchetto. Alle 11 ci aspetta il bus per portarci al campo. mi sento un collega di Vieri a tutti gli effetti. Mi manca solo una velina da spupazzarmi ed il conto in banca a multi cifra.
Arriviamo al centro sportivo. Cavoli è quello dove si allena la nazionale spagnola. Hanno fatto le cose in grande. Ci vengono date le divise ed entriamo negli spogliatoi. Ce n’è una marea, dimensioni esagerate. Le docce però sono poche.
Andiamo il campo, uno dei tanti. Ci muoviamo lenti tra stanchezza e digestione lenta. Magari un breve riscaldamento può servire. Forse un miracolo della dottoressa Tirone sarebbe meglio. Breve discussione per chi deve entrare in campo. Sono titolare. Fischio dell’arbitro ed inizia la partita. 60 secondi e cerco di recuperare una palla lanciata in una zona senza giocatori. Arrivo sulla palla ed insieme al pallone trovo un mastino che si avventa sul mio ginocchio. Sono a terra. L’arbitro grida che ha preso la palla. Io rantolo a terra e non so cosa succede in campo. Ho paura di essermi fatto male di nuovo al ginocchio. Per sicurezza vado alla postazione a farmi controllare. Non hanno la bomboletta magica che risolve tutto, in compenso il ghiaccio aiuta. In un simil inglese riesco a parlare con la dottoressa. Mi dice che è solo una botta. Tenere il ghiaccio e se si gonfia di tornare da lei. Passo tutto il primo tempo in infermeria con il ghiaccio sul ginocchio, intanto l’infermeria si riempie. Tutti con lividi ed ematomi più o meno seri. Ritorno al campo e siamo sotto di due gol. L’attaccante ha la schiena bloccata. Uno dei centrocampista ha la caviglia escoriata ed uno dei terzini e malconcio. In breve vengo buttato dentro all’inizio del secondo tempo e capisco che la partita è maschia, ma maschia come un film vietato ai minori. Gli avversari entrano duro e per l’arbitro non c’è mai fallo. Io inizio a spazientirmi. Quando il loro portiere tocca la palla in angolo e l’arbitro comanda la rimessa dal fondo capisco che non ce n’è siamo la piccola di turno. Ennesima entrata, questa volta sulla caviglia. L’arbitro comanda di proseguire. Io resto a terra. Chiedo il cambio, ma la panchina è in gruppo in infermeria. Stringo i denti e vado avanti..
Loro giocano duro. E l’arbitro glielo consente. In un contrasto rischiamo di perdere anche il portiere. Alla fine perdiamo. Non riusciamo a segnare neanche il gol della bandiera. Comunque noi eravamo venuti per divertirci e alla fine della partita tutto è finito. Facciamo anche una foto con gli avversari. Vero segno di sportività.
Ora che abbiamo perso possiamo andare in giro per la città. Dopo la doccia e gli ultimi controlli in infermeria andiamo ad affogare i dispiaceri al buffet. L’alcool ritorna a scorrere. Mangiamo nuovamente come maiali e ci piaggiamo in attesa del bus di ritorno. Alle 16 partiamo. Breve riposo e partiamo per la visita della città. In due ore cerchiamo di vedere il più possibile. Sembriamo uno di quei gruppi organizzati che in tre giorni visitano un intera nazione. Alle 21 dobbiamo essere in albergo per la serata organizzata dalla società. Il bus ci porta in un locale molto chic, in cui il nostro abbigliamento fa storcere il naso ai camerieri. L’alcool continua a scorrere. Alla fine della cena viene annunciata un ora di open bar. Molti tentano un richiamo di “spirito” per riprendersi. Aprono le porte agli astanti ed entrano un nugolo di donne. Sarebbe il paradiso se le signore avessero un quarto dell’età che mostrano. L’unica è berci sopra. Arrivo ad un livello alcolemico tale che sono lì lì da provarci con una ava di Penelope Cruz. Per fortuna vengo portato fuori dai colleghi alla ricerca della vera movida.
Guidati dall’indigena del gruppo veniamo portati nella zona dei locali. Entriamo in uno di essi pieno all’inverosimile. Molti sono stranieri. Qualcuno di noi becca anche, peccato che è il prototipo del fidanzato perfetto e quindi rimanda al mittente la gnocca ubriaca che voleva fare uno scambio di lingua e forse anche di altro.
Passiamo in un altro locale. La notte qui inizia con almeno due ore di ritardo rispetto alla nostra e normalmente si cambiano almeno due locali. Scopriamo così che chi festeggia gli adii al celibato deve mettere in testa qualcosa, che siano girasoli o cerchietti da extraterrestre. Ancora alcol e musica e fumo. Mentre usciamo c’è gente che fa la coda per entrare. È quasi l’alba. Rientriamo in albergo dopo aver cercato di prendere un taxi per più di mezz’ora. Per fortuna che ci avevano detto che era facile prendere un taxi. Di taxi ce ne sono tanti, ma anche di gente. Appuntamento per la colazione alle 11. Dormo poco. Devo preparare la valigia e lavarmi. L’odore di fumo mi si è attaccato addosso.
Ennesima colazione ricca. Recuperiamo le valige ed i vari pezzi della squadra. Siamo sul bus, lo stato in cui ci presentiamo racconta molto della notte passata.
Vediamo la finale. Cile - Madrid. Lo stesso arbitro che ha arbitrato noi. Nuovo arbitraggio scandaloso. I cileni sugli spalti cantano L’ARBITRO E' DI MADRID. Io sono d’accordo e mi aggrego al coro. Vince ovviamente Madrid. I cileni non stringono neanche la mano agli avversari. Un po’ li capisco, anche se sono dell’idea che quando l’arbitro fischia finisce tutto non solo la partita ma anche i battibecchi.
Buffet di premiazione dove l’alcol non manca. Beviamo e mangiamo tanto da sembrare gli attori dell’ABBUFFATA. L’unica cosa che c’interessa delle premiazioni è il brindisi.
Mezz’ora di riposo prima di prendere il bus per l’aeroporto. Arriviamo con due ore di anticipo che ammazziamo in giro per i negozi dell’aeroporto. Si parte.
Lascio la terra iberica ed anche un pezzo del sogno di fare il calciatore. Sono comunque felice.
I miei sogni ora sono altri e sto cercando di realizzarli.

VENNI, VIDI E VINSI.

L’azienda per cui lavoro ha organizzato, per il suo decennale, un torneo di calcio a 7 ed uno di basket tra le rappresentative delle nazioni in cui è presente. Una squadra per nazione, tranne ovviamente per la Spagna, terra di appartenenza della società, che visti i numeri ha presentato più squadre. In Italia la società ha due filiali, e per ognuna si è iscritta una squadra. Bisognava, quindi, decidere quale squadra sarebbe andata come rappresentante nazionale. Uno scontro diretto avrebbe designato la rappresentativa nazionale che sarebbe partita per Madrid, sede dell’evento. Siccome la partita di basket si sarebbe tenuta a Milano, quella di calcio si è disputata a Roma.
Tutto in un giorno. Questo era il motto dell’ufficio marketing che gestiva l’evento. Partenza alle 8 del mattino dalla Stazione Centrale. Arrivo alle 12:30 a Roma, partita alle 13:30 e ripartenza alle 14:30. Ritmi ferratissimi.

Così mi trovo alle 8 di un sabato mattino piovoso a prendere il treno per la capitale in compagnia del resto della squadra. Tutte persone che vedevo quel giorno per la prima volta. La squadra è nata sull’intranet aziendale. Questo ha fatto sì che le nostre quotazioni di qualificazione siano bassissime. Comunque sul treno, dopo le presentazioni di rito e le quattro chiacchiere per far gruppo decidiamo la formazione e lo schema, portiere compreso. Ora è rimasto solo da capire come arrivare dalla stazione al campo. fortunatamente il capitano, nonché Manager Senior, si propone di venirci a prendere alla fermata della metrò più vicina al campo. Arriviamo a Roma. Metropolitana. Lì troviamo ad aspettarci il manager con l’auto aziendale, quindi grande e full optional, ed aspettiamo la seconda auto, sempre di un manager e sempre grande e full optional.
Partiamo e subito capisco che il traffico caotico non è una caratteristica solo di Milano. Solo che qui la guida è più creativa. Per aggirare la coda il nostro “autista” decide di svoltare a destra e di percorre la via contromano. Paura, non ho dietro neanche i documenti. Arriviamo al campo leggermente in ritardo ma vivi.. Cambio d’indumenti e subito in campo. gli avversari sono più preparati di noi. Sono mesi che si stanno allenando, ma passiamo noi in vantaggio. 1 a 0. Incredibile facciamo anche il 2 a 0. Loro rimontano. 2 a 2. Di nuovo in vantaggio 3 a 2. Gol spettacolare loro. 3 a 3. Subito 4 a 3 per noi su papera del loro portiere. Finiamo il primo tempo in vantaggio. Super incredibile. Loro iniziano a innervosirsi.
Secondo tempo. Teniamo il risultato. Loro sono sempre più nervosi e noi ne approfittiamo. Facciamo il 5 a 3. a dieci minuti dalla fine. Loro perdono la testa. Mancano solo 5 minuti e noi insacchiamo altri 2 gol. La partita sembra finita. La nostra ala sinistra scatta nel tentativo di recuperare un pallone e si fa male. Rientro in campo. rinvio del loro portiere a centro campo. Recupero il pallone e scatto in contropiede. L’unico difensore mi viene in contro. Passo al centro. La punta affronta il portiere, intanto io seguo l’azione. Mi ripassa la palla ed io a 15 cm. dalla porta incustodita insacco la palla a fil di palo. Gol. E sono 8. Un avversario amareggiato si rivolge al suo capitano ” Se segna anche lui è il caso di finirla qui.” Infatti finiamo la partita. All’euforia della vittoria si mischia la paura di perdere il treno del ritorno. Non abbiamo ancora assimilato l’idea che partiremo per la Spagna, la mente è occupata dal pensiero fisso di raggiungere la stazione in tempo. Fortunatamente, alcuni colleghi di Roma ci danno un passaggio con le loro auto. Niente auto grandi e full optional ma utilitarie modello base.

Ci lasciano alla fermata della metrò. Qui una signora delle dimensioni di un armadio a tre ante e dai colori sgargianti blocca la nostra rincorsa al treno in banchina. Solo un gruppo di noi riesce a salire. Se la signora avesse giocato come centrale difensivo con il cavolo che ci facevano tre gol. Ci informiamo e per fortuna i treni si susseguono a breve distanza. Quindi abbiamo elevate possibilità di prendere tutti il treno di ritorno. E così è. Saliti siamo così stanchi che una parte di noi si addormenta concedendosi così il meritato riposo.
L’idea di partire per la Spagna si fa ora più presente, essendosi liberato il posto del timore di perdere il treno. Iniziamo a cantare: A MADRID, A MADRID. CE NE ANDIAMO CE NE ANDIAMO A MADRID. Sembriamo una scolaresca in gita. La gente ci guarda un po’ perplessa. Sul treno incontro diverse persone. Di fronte a me c’è un balestrato che gioca con il suo pc.La signora accanto a lui lavora all’uncinetto, mentre quella al mio fianco appena partiti ha iniziato a guardare la rivista di pettegolezzi ed altrettanto immediatamente è caduta in catalessi. Una biondina passa. Carina. Speriamo si fermi. Si ferma.Si siede dietro di me. Che sfiga. Lascia le valigie e se ne va. Doppia sfiga. Non poteva capitarmi lei al posto dell’anziana catartica. Bologna. La vecchia addormentata sul treno si desta, per fortuna non è stato necessario nessun intervento fiabesco. Deve scendere. Si alza di scatto e nel prendere la valigia le cade dalla borsa qualcosa. La raccolgo e gliela porgo. Solo ora mi accorgo che è un negligè. Lei lo prende, mi ringrazia e scappa. Io resto un attimo allibito e cerco di non pensare a lei con indosso quel indumento; però capisco che anche lei si è “goduta il suo meritato riposo”.

La biondina ritorna. Ne approfitto ed attacco bottone. Parliamo del più e del meno. Mi racconta delle sue peripezie per prendere il treno. Del suo percorso di studi universitari e del suo nuovo stato di single. Peccato il sorriso. Lei è carina ma la mancanza di un canino le lascia una galleria ed io non riesco a non fissarla. E come guardare il tutto e vedere solo un particolare, perdendo così l’insieme. È quasi ipnotico. Arriviamo a Milano. Se non ci fosse un suo amico ad aspettarla ed i miei colleghi a guardarmi … ma con i ma e con i se non si fa la storia ed infatti io mi sono fatto solo l’ennesimo “film”. Solo che questa volta al posto di THE END c’è scritto MADRID.